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La guerra di corsa

Il Sole 24 Ore – 1994 "I luoghi degli scambi"

Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, l'attività del corsaro era strettamente legale e rigorosamente controllata. Il corsaro - a differenza del pirata che agiva in modo individuale, per il tornaconto proprio e della sua ciurma e assaliva qualsiasi nave che passava a tiro dei suoi cannoni - era infatti una sorta di «impiegato statale».

Nizza La flotta del Barbarossa nella battaglia di Nizza del 1543

Prima di poter «andare in corso», infatti doveva ottenere «la patente», che comportava il superamento di un difficile esame tendente ad accertare le sue capacità marinare e guerresche e l'efficienza della sua imbarcazione. La patente, poi, elencava con rigorosa pignoleria la nazionalità delle navi che potevano essere assalite e, con altrettanta precisione, la percentuale del bottino - di norma almeno un quinto - che il corsaro avrebbe dovuto versare allo Stato.
La «guerra di corsa» infatti era a tutti gli effetti una maniera per proseguire, sia pure in modo meno clamoroso, le ostilità contro un nemico la cui potenza e ricchezza si cercava di fiaccare con le scorrerie sul mare volte al tempo stesso ad interromperne commerci e rifornimenti marittimi - essenziali nelle epoche in cui i trasporti terrestri erano quasi impossibili - a depredarlo di uomini e merci preziose, a impoverirlo con la imposizione di enormi riscatti sui prigionieri.
L'azione dei corsari nel Mediterraneo, presente fin dai primordi della civiltà moderna poiché a questa nobile attività si dedicarono sia fenici che greci (Policrate divenne nel 540 sovrano di Samo grazie ai proventi fornitigli dai suoi 100 legni corsari), sia cretesi che egizi, giunse però al sua apice nei secoli in cui l'esplosione della potenza musulmana sembrò travolgere l'Europa e i "Saraceni" divennero l'ossessione non solo dei naviganti ma anche degli abitanti delle città costiere dell'intero bacino. E quanto fosse seria la minaccia dei corsari lo dimostra, se non altro, il fatto che per contrastarli l'Occidente si affidò ai due più potenti Ordini cavallereschi, quello di Malta (nato come Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme sul finire dell'XI secolo) e quello di Santo Stefano (1562), e fondò un cospicuo numero di ordini e confraternite, tra i più famosi quelli della Santissima Trinità (1198) e di Nostra Signora della Mercede (1235) con il compito precipuo di trattare i riscatti dei cristiani catturati e ridotti in schiavitù.
Dalle coste maghrebine ricche di insenature e nascondigli operarono per secoli flottiglie corsare che resero gli Stati Barbareschi temuti e rispettati. E' vero che i "rais", i comandanti corsari erano quasi sempre di origine levantina o rinnegati cristiani - celebri tra tutti Dragut, Aruy, il fratello Khayr el Din, noto come il Barbarossa, Camalì, Cacciadiavoli, Uluj Alì - ma i loro equipaggi erano arruolati sul posto.
Le basi corsare, anche se le più famose furono Algeri, Tangeri e Tunisi, erano disseminate lungo tutto il Maghreb, in Marocco a Tetuan e soprattutto, sulla costa atlantica, a Salè.

Barbarossa Ritratto di Khayr el Din detto Barbarossa, terrore dei marinai cristiani

La potenza dei corsari nelle loro città-base fu tale da farne per qualche tempo sovrani assoluti. Il potere nelle città maghrebine promanava nominalmente dal Sultano di Istambul ed era esercitato dal suo rappresentante che portava il titolo di "pascià". Questi aveva, oltre al dovere di governare, quello di controllare la milizia, i famosi Giannizzeri, ai quali era demandata tutta l'organizzazione relativa alla guerra da corsa e alle lucrose attività economiche che le erano legate. Forti di questa prerogativa, e della loro forza militare, i Giannizzeri che erano comandati da un Dey e rappresentati da un'assemblea chiamata "Divano" tendevano continuamente - riuscendovi molto spesso - a detenere di fatto il vero potere.
Questa situazione però li portava a contrasto diretto con i corsari, di norma marinai civili, che non avevano più la possibilità di rivolgersi al Pascià perché mediasse tra le esigenze loro e le pretese dei militari. La corporazione dei Raìs, chiamata Taifa, quindi si oppose sempre ai governanti militari riuscendo in molti casi a imporre un proprio rappresentante con il nome di Bey.
Del resto l'apporto dei corsari era sempre molto importante per i Sultani che se ne avvalsero anche sotto il profilo militare, come fece Solimano il Magnifico che nel 1533 affidò al Barbarossa il comando dell'intera flotta ottomana con il titolo di Capitano del mare, o come avvenne ad esempio nella famosa battaglia di Lepanto del 1571 quando l'unica squadra musulmana a riuscire a sfuggire alla flotta cristiana fu quella comandata dal calabrese-algerino Uluj.
L'attività dei pirati barbareschi terminò solo nel 1830 con la conquista francese dell'Algeria. Solo quella ufficiale, tuttavia, poiché in via privata è continuata fino quasi ai nostri giorni.

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