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    Pezzi di storia

Il vero "scagno" deve stare in piazza Campetto…
di Umberto Ferraris

La Stampa – 8 aprile 1937

Genovesi al cento per cento - Cambiavalute, orologiai, e gioiellieri nella loro sede storica e naturale - Scene e figure della vecchia Genova mercantile - Un caratteristico caffè-bar-pasticceria

Gio Bata Storace mi guarda di sotto in su dietro al suo banco. Da vent'anni mi accoglie con un «Ah! è qui?» detto in uno stretto genovese che sarebbe un Campetto saluto offensivo, se io non lo conoscessi.
Tace qualche minuto. Nel silenzio sembra di udire il rumore dei tarli che rodono inesorabili i vecchi mobili dello «scagno». Poi interrompe il silenzio dicendomi: «Vent'anni fa ci vedevamo più spesso».
La frase ha un senso di nostalgia che potrebbe far pensare ad un abbandono romantico del mio amico cambiavalute, ma il tono con cui è detta è più che sufficiente per non lasciare illusioni.
Vent'anni fa!
Vent'anni fa!
Io mi rivedo universitario monferrino piovuto - non si sa perché - a Genova, che a vespro ama scendere da Vico Casana nella vecchia Genova di Banchi, di Campetto, di Via Luccoli.
Gio Bata Storace ostenta di non avere ricordi. Vent'anni fa era cambiavalute in Campetto. Il suo banco non è mutato. La cassaforte è identica («Mi fido più delle serrature dei miei vecchi che dei capolavori moderni» egli dice). Il commesso, che finge di non esistere dinanzi a una piccola scrivania nell'angolo estremo dello scagno, è ancora lo stesso Ferdinando («chissà perché gli han dato questo nome napoletano» commenta il suo principale quando lo chiama).
«Che vuole, rispondo, vent'anni fa non facevo l'avvocato!».
Gio Bata Storace non cela una sua smorfia di disprezzo. «Ah! già - egli parla un genovese malamente traducibile - l'avvocato?…»
Dà libero sfogo al suo istinto anti-avvocatesco, che non gli impedisce di correre dal suo vecchio avvocato al primo accenno di una lite, come un maniaco di malattia che chiami il medico ad ogni raffreddore.
«Con quattro parole guadagnate i biglietti da mille, mentre noi…», sembra rievocare chissà quali fatiche gli siano state necessarie per mettere insieme il pane quotidiano, «… dobbiamo sudare un giorno per guadagnare cinquanta lire».
Io lo lascio dire. Sono ormai abituato a questo mugugno su tutto e su tutti che è la sua caratteristica. Inutile contraddirlo. Gio Bata Storace esprime i suoi pensieri come un grammofono che sfila il suo disco e non c'è niente da fare per mutarlo. Deve finire.
«Brutti tempi, brutti tempi!» continua, mentre io penso che vent'anni fa, quando io lo conobbi, i tempi erano per lui ugualmente brutti. «Vede non si fa più niente! Passano giorni interi senza vedere un cliente».
Ferdinando alza a metà il volto, quasi volesse dire pensando al suo stipendio: «fosse vero!».
Gio Bata Storace continua: «Io non so come facciano i miei colleghi».
Esce dal banco, mi prende per un braccio accompagnandomi alla porta: «Scià l'amie… Qui non ci sono più che io rimasto tal quale. Gli altri si sono dati al novecento».
Dinanzi a noi è Piazza Campetto ottocento sin nell'odore, stretta, rettangolare. Chiusa fra anticipi di grattacielo, fastosi nei portali, e avari nelle finestre, è una macchia grigia nel trionfo di azzurro della Genova che sventra senza pietà i suoi ricordi e se stessa fra Piccapietra e i piani di Sant'Andrea.
«Parodi se n'è andato in via XX Settembre, Chiappe è in Piazza De Ferrari» continua Gio Bata Storace. A fare che? Anche Vaccari che pareva una persona seria ha emigrato in via Roma».
«Ci stanno meglio…» interrompo io quasi ad eccitarlo.
«Sciocchezze - sbotta il mio amico. - Gente che si vuol rovinare. Non mi manca che vederli in smoking al Columbia… Il padre di mio padre era in Piazza Campetto. Mio padre era in Piazza Campetto. Mi sun chi… Mio figlio…». S'interrompe, come se il pensiero del figlio gli desse fastidio. «Ricorda Raffaele? anche lui è un genovese che non s'è lasciato imbastardire dai forestieri. Lo guardi. E' là che lavora, come faceva suo padre, nella stessa sedia che suo padre usava…».
Attraversata Piazza Campetto, entriamo in un andito signorile. In una specie di garitta di portineria è Raffaele Brichetto, seduto su una sedia bassa, una sorta di lente di ingrandimento schiacciata contro un occhio, tenendo nelle mani, che affiancano una lampada, la cassa di un orologio.
Orologi d'ogni genere sono attaccati alle pareti. Piccoli e grandi. Di quelli che ti chiedi come stessero nella saccoccia di un panciotto. Di quelli che ti evocano il polso breve della donna che lo reca. Dell'epoca di Carlo Alberto e del novecento piatto e bianco. D'oro e d'argento. Da tavola e da braccio, appesi in disordine seguendo un ordine che deve dipendere esclusivamente dalla data d'arrivo. Su un piccolo tavolo che può essere tanto una scrivania da signora, quanto un tavolo da ciabattino, orologi senza cassa, casse d'orologi senza calotte, piccole e più grandi tenaglie, punte, cacciaviti appena visibili, un'officina in miniatura.
Udendoci entrare Raffaele Brichetto (- Si comprano orologi usati e si riparano -) alza appena il volto, che nei riflessi della lampada sembra spettrale. Clienti ci avrebbe accolto secco e duro. Amici s'alza.
«Buon giorno avvocato… Scignoria sciò Storace».
Interessante contrasto
I due fanno vicini un interessante contrasto. Gio Bata Storace è tozzo, rosso in viso, lievemente panciuto. Giacca nera, pantaloni a righe. Parrebbe un indolente borghese se non avesse gli occhi vivi e scaltri. Raffaele Brichetto è alto, magro, curvo; veste di un grigio stinto dall'uso. Gli occhi sono evidentemente miopi. Ma appena cominciano a parlare il contrasto scompare e i due tipi si identificano in un modo di essere.
«Gli dicevo, accenna il cambiavalute parlando di me, che siamo gli ultimi rimasti in Campetto».
L'orafo fa un gesto rassegnato. «Io per forza, Lei perché vuole».
«Come sarebbe a dire? - protesta Gio Bata Storace.
«Voglio dire che Lei con tutto il denaro che ha potrebbe aprire una Banca in piazza De Ferrari».
Il cambia valute si stizzisce: «Menzogne, menzogne. Io devo lavorare per vivere, come lei». Brontola qualcosa fra sé di intraducibile.
Io intervengo a sanare il dissidio che si prolungherebbe in una dimostrazione reciproca della propria necessità di lavorare per vivere, invitando i miei amici in un bar.
Nel vespro piazza Campetto ha macchie di sole e di ombra che le danno un tono di irrealtà.
Il bar della vedova Traverso, dove andiamo, assomiglia al bar di una stazione. Movimento continuo di uomini di ogni professione che usano del bar come di un luogo dove non è possibile non incontrarsi; che entrano escono parlano di affari e li combinano, che bevono in fretta; avvocati che sono rimasti fedeli ai vecchi scagni di via Luccoli, e di via San Luca, cerealieri che vengono dalla Borsa merci, carbonieri che hanno appena terminato i loro affari alla loggia carboni, una folla di gente varia diversa veloce nient'affatto ciarliera e che ha una sola meta: l'affare, e una sola lingua per prepararlo e concluderlo: il genovese autentico, stretto senza sfumature d'italiano.
« Scignoria scio Parodi: come vanno i cambi?» «Bon giorno Raffalu. Già che la trovo le dò il mio orologio. Ritarda di dieci minuti al giorno».
Il cambia valute borbotta: «Sin qui trova i clienti».
I saluti, le domande e le risposte si incrociano. Un umorismo non troppo fine vibra in una frase, si aumenta nella risposta.
Il caffè-bar-pasticceria della Vedova Traverso offrirebbe all'osservatore più segni per conoscere i genovesi, che non tutto il resto della città. Dinanzi è la Borsa Merci. Poco lontano la Darsena, di cui nei giorni di scirocco sembra giunga l'odore misto di caffè, di spezie, di catrame e di sale. Appena fuori, alcune vie tipiche nel movimento della gente, nei negozi bassi stretti e fornitissimi di ogni tipo di merce.
Interrompe il mio pensiero un altro dei miei amici pittoreschi di vent'anni fa. Sembra all'antitesi degli altri due che mi hanno dato un'ora limpida, mentre non è che l'espressione di un'eguaglianza di razza, che si adatta e sembra muti nel mutare dei mezzi per raggiungere lo stesso scopo.
Mi viene incontro con un atteggiamento di umiltà rispettosa che sembra eccessiva.
«Tanto, tanto piacere d'incontrarla. Ho proprio un affare per lei».
Gio Bata Storace lo interrompe avvertendomi: «Stia attento che quello è più birbo degli avvocati».
Luigi Parodi finge di non udire, ed esce con me con l'aria di chi abbia chissà quale segreto a rivelarmi.
Quando siamo in piazza Campetto, in un angolo in cui l'ombra del vespro sembra anticipare la sera, riprende il suo discorso. «Ho un brillante che deve proprio comprare lei. Un affare».
Io so che non comprerò nessun brillante. Ma lo lascio dire. Luigi Parodi è uno di quei venditori di gioie che hanno la loro sede di affari in Campetto. Il loro negozio è nelle loro tasche. Il loro banco di .vendita in faccia al sole. A lasciarli dire presentare la loro merce e tentare di smerciarla si ha uno spettacolo che non ha niente ad invidiare ad una interpretazione di Gilberto Govi.
Tira fuori da una tasca un piccolo involto in velina, una specie di «cartina» di farmacista, lo palpa, lo svolge lentamente quasi a preparare la sorpresa brillante.
«Scia l'amie».
I brillanti nelle tasche
Nel palmo della mano ha un brillante. Luigi Parodi me lo fa osservare prima da vicino, poi nei particolari, tenendolo fra due dita me lo mostra in luce. Ne illustra l'acqua e le iridescenze. Sembra ne goda lo sfavillio, come un giardiniere le screziature di un fiore. Mi osserva per vedere nei miei occhi l'effetto.
«Che ne dice?».
«Bello» rispondo io.
«Ebbene, vuol sapere a quanto lo vendo? Intendiamoci, a lei, perché l'ho conosciuto da giovanetto…».
Io dico una cifra bassissima per rendere impossibile la contrattazione. Luigi Parodi l'ascolta impassibile. Rifà lentamente l'involto, scuote il capo e sembra che pensi.
«Bene, voglio accontentarla. A quel prezzo gliene posso dare un altro che ho trovato proprio a caso».
Si tasta nelle tasche del panciotto, tira fuori un altro involto. Stessa scena.
«Pensi incastonato in platino che effetto! C'è da sedurre una regina».
Io incomincio a pensare al modo di liberarmi del venditore senza offenderne la suscettibilità, quando mi vengono in soccorso due sconosciuti. Uno di essi sussurra qualcosa all'orecchio di Luigi Parodi. Questi rinvolge il secondo involto.
«Credo di potervi accontentare. Dodici brillanti piccoli?».
Nuova ricerca nelle tasche. «Scusi avvocato. Torni domani. Vedrà che combineremo». Lo vedo lontanare conversando gentile coi due nuovi clienti, mentre in Piazza Campetto annunziata dalle campane della Chiesa delle Vigne, scende lentamente la sera. Le signore sciamano per via Luccoli che con il suo volto di vecchia Genova offre di tutto un po' alla moderna raffinatezza femminile. Ai genovesi autentici che si accingono a chiudere i loro «scagni» o l'hanno già chiusi e per vico Casana raggiungono Piazza De Ferrari si confondono i così detti giovani eleganti che fanno di via Luccoli una specie di ritrovo mondano.
In vico Casana ritrovo Gio Bata Storace.
«L'ha comprato?» mi chiede. «Bravo giovane quel Parodi» aggiunge mostrandomi un grosso brillante che porta al dito. «Questo l'ho comprato da lui per un niente, dieci anni fa».
In Piazza De Ferrari che si ammorbidisce nelle ultime luci della sera saluto l'amico per salire in un taxi.
«Beato lei che può» mormora Gio Bata Storace. E se ne va strascinando il passo e scuotendo il capo senza accorgersi della ironia della sua frase.
Io che posso offrirmi un taxi appigiono un appartamento più curato che grande, in una via qualunque.
Lui che non può, è proprietario di un palazzo in Via Assarotti, di una villa a San Cipriano, e di una villa a Rapallo. Gli voglio troppo bene per aggiungere in pubblico che ha, infine, una piccola amica troppo bionda che d'inverno scompare sotto una pelliccia di visone.

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