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Fino all'ultimo pesce
di Daniel Pauly e Reg Watson

Le Scienze – agosto 2003

Da decenni l'industria della pesca sta sfruttando eccessivamente le risorse del mare, tanto da ridurre in modo drammatico le popolazioni di molte specie ittiche. Se non sapremo gestire questa ricchezza presto ci dovremo accontentare di meduse e plancton

Il Georges Bank - un tratto di oceano relativamente poco profondo appena al largo della costa della Nuova Scozia, in Canada – un tempo pullulava di pesci. Lo foto 1 testimoniano scrittori del XVII secolo che riportano come le imbarcazioni venissero spesso circondate da enormi banchi di merluzzi, salmoni, storioni e Morone saxatilis (il nostro branzino striato). Oggi la situazione è molto cambiata. Imbarcazioni con reti a strascico estese come campi di calcio hanno letteralmente ripulito il fondale, prelevando insieme ai pesci l'intero ecosistema batiale, compresi i substrati d'appoggio come le spugne, mentre nella colonna d'acqua soprastante i lunghi cavi muniti di ami e le reti a deriva intrappolano gli ultimi squali, pesci spada e tonni.
Le popolazioni delle specie di interesse commerciale vanno diminuendo e le dimensioni dei singoli esemplari pescati sono sempre più piccole perché moltissimi pesci vengono catturati prima che raggiungano la maturità. Il fenomeno non riguarda solo l'Atlantico settentrionale ma interessa tutti i mari.

circolo Un esempio di pesca a livelli sempre più bassi Quando la pesca diventa eccessiva la rete alimentare presenta un numero ridotto di livelli trofici. Una volta pescati gli esemplari più grandi di una specie predatrice a crescita lenta, come il pollock (Pollachius virens), si deve ricorrere a individui più piccoli che non hanno ancora raggiunto le dimensioni definitive. A differenza degli esemplari adulti, i giovani non sono in grado di catturare i merluzzi, che si cibano dei merlani (Merlangius merlangus), i quali a loro volta sono ghiotti di haddock (Melanogrammus aeglefinus) che si nutrono di krill. I pollock giovani sono invece obbligati a cibarsi di pesci più piccoli, come le aringhe, che si nutrono direttamente di krill. Il prelievo dei pollock adulti riduce la rete alimentare da sei livelli a quattro, alterando l'ecosistema. Si noti che in realtà di rado i livelli trofici sono sei, perché i pesci grossi cacciano pesci di vari livelli.

Molti pensano, erroneamente, che il responsabile del declino delle specie marine sia l'inquinamento; altri non si rendono conto della riduzione in atto, perché nei mercati trovano ancora casse di spigole e di tranci di tonno. Per quale ragione si tende a credere che la pesca commerciale non abbia quasi alcun effetto sulle specie catturate? A nostro avviso questa convinzione è un'eredità di epoche passate, quando la pesca costituiva un'attività vitale il cui ricavato era strappato a fatica a un mare ostile con piccole imbarcazioni ed equipaggiamenti rudimentali.
I nostri recenti studi dimostrano che non possiamo più continuare a pensare al mare come a una fonte inesauribile, depositaria, nelle sue profondità, di risorse senza fine. Abbiamo raccolto e analizzato dati sulle aree di pesca di tutto il mondo e abbiamo compilato il primo rendiconto completo dello stato delle risorse alimentari marine. Da questa indagine è emerso che alcuni paesi, e in particolare la Cina, hanno gonfiato i dati relativi al pescato, celando la tendenza alla riduzione cui sono essi stessi soggetti. In generale, i pescatori devono spingersi sempre più al largo e in acque sempre più profonde per riuscire a mantenere i livelli di pesca del passato e per fare fronte alla domanda alimentare di pesce che continua a essere in crescita. A nostro parere, lo sfruttamento eccessivo e la pesca in mare aperto sono pratiche insostenibili, che determinano il depauperamento delle specie ittiche importanti. Tuttavia non è troppo tardi per attuare una politica di protezione della pesca a livello mondiale.
La legge del mare
Per comprendere come si sia potuto giungere al punto attuale bisogna fare qualche passo indietro. Un tempo l'oceano era aperto a tutti, solcato da flotte battenti bandiere di diversi paesi in competizione per la pesca, lontane migliaia di miglia nautiche dai porti di partenza. Nel 1982 le Nazioni Unite adottarono la «Convention on the Law of the Sea», che permette ai paesi affacciati sull'oceano di esercitare diritti esclusivi in aree di particolare interesse economico, estese fino a 200 miglia nautiche dalla costa. Queste aree comprendono le piattaforme continentali, zone di elevatissima produttività che si spingono fino a 200 metri di profondità. E' qui che vive la maggior parte dei pesci.

riduzione Tra il 1950 e il 2000, in aree importanti per la pesca, l'eccessivo sfruttamento ha provocato la riduzione di oltre un livello trofico nella complessità delle catene alimentari.
Di solito nell'oceano aperto i pesci sono scarsi.

La convenzione pose fine a decenni e, in qualche caso, perfino a secoli di controversie sulla pesca costiera, ma affidò anche la responsabilità di una corretta gestione delle aree interessate alle nazioni rivierasche. Purtroppo nessun paese si è mostrato attento e sollecito nello svolgimento dei doveri di gestione affidatigli dal provvedimento.
I governi statunitense e canadese hanno favorito con sussidi un aumento delle proprie flotte da pesca, che sono andate a sostituire quelle dei paesi esclusi dall'accordo. Il Canada, per esempio, ha costruito intere flotte di nuovissime navi d'altura. Risultato: al posto delle imbarcazioni straniere, vi sono flotte più grandi formate da pescherecci più moderni, che sono in grado di essere attivi tutto l'anno su quelle stesse popolazioni di pesci che già sono oggetto di pesca da parte della flotta costiera. Come se non bastasse, per impedire alle imbarcazioni straniere di pescare le quote rimanenti - una possibilità prevista dalla Convenzione - queste nazioni hanno incrementato a dismisura l'attività di pesca. Altri Stati, come quelli dell'Africa occidentale, hanno subito pressioni perché accettassero patti bilaterali per aprire l'esercizio della pesca nelle acque territoriali alle flotte straniere. Tutto ciò ha portato a un incremento smodato della pesca, dal momento che le flotte che battono bandiera straniera non hanno un particolare interesse a gestire in modo sostenibile le risorse marine altrui, anzi sono spesso sollecitate dai loro governi a massimizzare l'attività peschereccia in acque lontane. pieghevole

foto 2 I pesci più comuni sui banchi dei mercati sono stati decimati dalla pesca eccessiva. Per catturarli si utilizzano tecnologie sempre più sofisticate e ci si deve spostare in acque sempre più aperte e profonde. La National Audubon Society e altre organizzazioni sperano di indurre i consumatori a evitare l'acquisto delle specie minacciate (in rosso) o la cui situazione desta preoccupazioni (in giallo).

L'espansione delle attività resa possibile dalla convenzione e dai miglioramenti tecnologici della pesca commerciale (per esempio l'uso dei rivelatori acustici) ha incrementato temporaneamente il pescato. Ma verso la fine degli anni ottanta questa tendenza ha subito un'inversione, a dispetto dei risultati ufficiali della Cina che, in accordo con l'esigenza politica di vantare un «incremento di produttività», dichiarava di catturare quasi il doppio del pescato effettivo.
Nel 2001 abbiamo presentato un modello statistico che ci ha consentito di rappresentare differenze significative di pescato nei vari punti del globo, in condizioni simili quanto a produttività delle acque, latitudine e batimetria. I valori ufficiali dichiarati nelle acque cinesi - che rappresentano circa l'1 per cento dell'estensione oceanica mondiale - erano molto più alti delle stime, spiegando oltre il 40 per cento delle deviazioni dal modello statistico. Una volta corretti i dati della Cina, ci siamo accorti che la quantità di pescato in tutto il mondo era andata lentamente diminuendo dalla fine degli anni ottanta, di circa 700.000 tonnellate all'anno. Il dato cinese falsato alterava le statistiche globali del pescato in modo significativo, a causa dell'enorme estensione del paese e del grado di «gonfiatura» delle cifre. Anche altre nazioni presentano statistiche poco attendibili, con qualche sovrastima e molte sottostime, ma i valori tendono ad annullarsi reciprocamente.
Ogni nazione costruisce le proprie statistiche di pesca in modo autonomo, con ricerche, censimenti e osservazioni. In alcuni paesi, come in Cina, questi dati vengono trasmessi a uffici regionali e, attraverso la gerarchia burocratica, arrivano agli uffici di Stato; a ogni gradino i funzionari possono manipolare le statistiche cercando di far quadrare gli obiettivi di produzione. Altri paesi utilizzano sistemi di controllo incrociato tra pescato e dati di importazione/esportazione, oltre a informazioni sul consumo locale.
La prova più convincente del fatto che la pesca stia devastando gli ecosistemi marini è il processo che uno di noi (Pauly) ha chiamato «pesca a livelli sempre più bassi della rete alimentare»: cioè il ricorso alla pesca delle specie più piccole, che di solito costituiscono le prede dei pesci più grossi come tonni e pesci spada, quando questi ultimi, posti alla sommità della catena alimentare, si fanno sempre più rari a causa dell'ipersfruttamento.
Pescare al livello più basso
La posizione che un animale occupa nella rete alimentare è determinata dalle sue dimensioni, dall'anatomia del suo apparato boccale e dalle sue preferenze in fatto di dieta. I diversi piani della rete alimentare, i cosiddetti livelli trofici, sono ordinati in gradini sovrapposti, il più basso dei quali, alla base della rete, è occupato dai produttori primari: organismi microscopici, di solito le alghe del fitoplancton, che vengono assegnati al livello trofico TL 1.
Il fitoplancton è «brucato» per lo più dal piccolo zooplancton, costituito soprattutto da minuscoli crostacei delle dimensioni di 0,5-2 millimetri, che forma il livello trofico TL 2. (Questa gerarchia basata sulle dimensioni non trova riscontro nelle catene alimentari terrestri, dove gli erbivori sono spesso animali molto grossi: basti ricordare gli alci o gli elefanti.) Il livello TL 3 raggruppa i piccoli pesci pelagici lunghi 20-50 centimetri, come sardine, aringhe e acciughe, che vivono in acque aperte e tipicamente si cibano in quantità variabili di fitoplancton e zooplancton, comportandosi sia da erbivori sia da carnivori. Vengono pescati in enormi quantità - 41 milioni di tonnellate nel 2000 - valore che corrisponde al 49 per cento di tutto il pesce marino pescato nel mondo. La quota maggiore è destinata all'alimentazione umana, per esempio alla produzione di pesce in scatola; un'altra parte viene ridotta in farina o se ne ricava olio di pesce, da utilizzare come mangime per polli, maiali, salmoni o altri pesci carnivori di allevamento.
Merluzzi, tonni e halibut, che i ristoranti servono interi, a tranci o in filetti, sono predatori di piccoli pesci marini e invertebrati e hanno un TL compreso tra 3,5 e 4,5. (Il valore non è intero perché le loro prede occupano più livelli trofici.)
Negli Stati Uniti la popolarità sempre maggiore di tali pesci ha senza dubbio contribuito al loro declino. Riteniamo che la buona conduzione e la sostenibilità della pesca possano essere valutate monitorando le tendenze dei TL medi; una loro diminuzione indica che i pescatori catturano pesci sempre più piccoli e che le popolazioni dei predatori più grandi iniziano a crollare.
Nel 1998 abbiamo presentato le prime prove che la pesca a livelli più bassi era già in atto in diverse zone, in particolare nell'Atlantico settentrionale, al largo della costa sudamericana della Patagonia, vicino all'Antartide, nel Mare Arabico e al largo di alcune coste dell'Africa e dell'Australia. Secondo le nostre stime, dal 1950 al 2000 queste aree hanno subito riduzioni di uno o più livelli trofici. Al largo della costa occidentale di Terranova, per esempio, il TL medio è passato da un massimo di 3,65 nel 1957 a 2,6 nel 2000 e nello stesso periodo la lunghezza media dei pesci catturati è scesa di un metro.

pescato Incrementare la pesca Negli ultimi 50 anni la quantità del pescato è più che quintuplicata. L'aumento mondiale della popolazione ha stimolato l'affinamento delle tecniche di pesca, che a sua volta ha indotto l'aumento dei consumi.

Le nostre conclusioni si fondano su un'analisi delle cifre fornite dalla banca dati sul pescato marino mondiale creata e sostenuta dalla FAO. Poiché questi dati (basati sulle informazioni fornite dai paesi membri) presentano vari problemi, come la sovrastima e la riunione di specie diverse in un'unica categoria chiamata «mista», abbiamo dovuto fare ricorso anche a informazioni sulla distribuzione globale dei pesci provenienti da FishBase, un servizio online ideato da Pauly, che fornisce una gran quantità di informazioni sulle specie ittiche, sull'andamento della pesca e sui diritti di accesso dei paesi fornitori di dati.
Ricerche effettuate da altri gruppi - in particolare quelle condotte da Jeremy B. C. Jackson della Scripps Institution of Oceanography di San Diego e da Ransom A. Myers della Dalhousie University di Halifax - indicano che i nostri risultati, di per sé già preoccupanti, di fatto sottostimano la gravità degli effetti della pesca sulle risorse marine. Jackson e colleghi hanno dimostrato che un forte declino nelle popolazioni di mammiferi marini, tartarughe e grossi pesci si era verificato lungo tutte le coste abitate già molto tempo prima del periodo da noi esaminato, successivo alla seconda guerra mondiale. Solo da poco ci si è resi conto dell'entità dell'impoverimento per il semplice fatto che i biologi marini non avevano mai avuto scambi di informazioni con gli storici e gli archeologi, che avevano scoperto testimonianze di declino ittico in antichi accumuli di rifiuti alimentari.
Myers e collaboratori, grazie ai dati provenienti da moltissime zone di pesca in tutto il mondo, hanno dimostrato che in media le flotte industriali impiegano solo qualche decennio per ridurre di un fattore 10 la biomassa di una zona che prima era intatta. Dato che per arrivare a una regolazione della gestione delle risorse marine spesso occorre molto più tempo, è assai probabile che i livelli di sostenibilità siano fissati a partire da valori che in realtà riflettono uno stato di declino delle popolazioni. Il gruppo di Myers documenta con particolare chiarezza questo processo per le aree di pesca sfruttate dall'industria ittica del Giappone, che dal 1952 iniziò a espandersi dalle sue acque locali, dove era stata confinata fino al termine della guerra di Corea. In breve ampliò il proprio raggio d'azione a tutto l'Oceano Pacifico, per raggiungere poi l'Oceano Atlantico e l'Oceano Indiano. Tale espansione ha decimato le popolazioni di tonno in tutto il mondo. In effetti Myers e il collega Boris Worm hanno recentemente stimato che negli oceani sia sparito il 90 per cento dei grossi pesci predatori.
Cambiare il futuro

In sintesi
  • I territori di pesca in tutto il mondo sono a rischio di collasso a causa del sovrasfruttamento, ma sono ancora in molti a vedere l'oceano come una risorsa illimitata che l'uomo ha appena iniziato a utilizzare.
  • La pesca eccessiva è il risultato dell'aumento della popolazione umana, della crescita della domanda di pesce come fonte alimentare, del miglioramento delle tecniche di pesca commerciale e delle politiche nazionali e mondiali che non riescono a favorire una gestione sostenibile della pesca.
  • Tra le soluzioni del problema c'è la messa al bando delle tecniche di pesca che dragano il fondale danneggiando gli ecosistemi, l'istituzione di riserve marine per consentire alle zone di pesca di ripopolarsi e l'abolizione dei sussidi governativi che mantengono troppe imbarcazioni sui mari rispetto alle risorse disponibili.

Che fare? Molti pensano che la piscicoltura alleggerisca la pressione sulle popolazioni naturali, ma ciò è vero solo se gli organismi allevati non consumano farina di pesce. (Mitili, vongole e il pesce d'acqua dolce tilapia, che si nutre in prevalenza di vegetali, possono essere allevati senza farina di pesce.) Nel caso dell'allevamento di salmone e di altri pesci carnivori, il problema si aggrava, perché i piccoli pesci pelagici - aringhe, sardine, acciughe e sgombri - anziché essere destinati direttamente al consumo umano vengono trasformati in mangime. Di fatto, gli allevamenti di salmone consumano più pesce di quanto ne producano: sono spesso necessari tre chilogrammi di farina di pesce per produrne uno di salmone.
Il modo per risolvere il problema della pesca marina in tutto il mondo è una conduzione basata sugli ecosistemi, volta a mantenere o, dove necessario, ristabilire la struttura e la funzione degli ecosistemi entro i quali si trovano le zone di pesca. A questo scopo occorrerebbe considerare le esigenze alimentari delle specie chiave degli ecosistemi (in particolare i mammiferi marini), abolendo le tecniche di pesca che distruggono i fondali marini e istituendo riserve marine o zone di divieto per controbilanciare gli effetti della pesca nelle aree consentite. Queste strategie sono compatibili con il sistema di riforme proposto da anni da ittiologi ed economisti: ridurre drasticamente le potenzialità di pesca delle flotte in tutto il mondo; abolire le sovvenzioni governative che sostengono flotte di pesca in passivo; e far rispettare con rigore le restrizioni sulle tecniche di pesca che danneggiano gli habitat o che coinvolgono specie prive di interesse alimentare.
La creazione di aree di rispetto sarà fondamentale per salvaguardare le zone di pesca di tutto il globo. Alcune zone di rifugio dovranno essere vicine alla riva per proteggere le specie costiere, mentre altre dovranno estendersi al largo per tutelare i pesci oceanici. Oggi esistono zone protette, ma si tratta di aree piccole e disperse il cui totale costituisce solo lo 0,01 per cento dell'intera superficie oceanica. Oggi le riserve sono viste dai pescatori - e spesso anche dai governi - come concessioni necessarie ai gruppi di pressione ambientalisti, ma in futuro dovranno essere considerate e gestite come strumenti per la protezione delle stesse specie che alimentano l'attività della pesca.
Uno degli scopi prioritari è anche proteggere le specie che vivono a grandi profondità e a distanza dalla costa. Si tratta di specie che erano rimaste al riparo dallo sfruttamento prima che l'industria ittica sviluppasse tecniche atte a raggiungerle. Una pesca di questo tipo significa sfruttare una risorsa non rinnovabile, perché i pesci delle fredde e buie profondità oceaniche sono molto vulnerabili, longevi e hanno un tasso di riproduzione molto basso. Le misure proposte permetterebbero alle aree di pesca di diventare, per la prima volta, sostenibili.

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