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    Pezzi di storia

I salinieri
di Giovanni Descalzo

L'Illustrazione italiana – 23 settembre 1945

Nascita e morte di un mestiere [attività largamente esercitata sul Monte di Portofino]
Sulle scogliere, dove era facile attingere acqua marina, i salinieri, aggrappati talvolta alle rocce strapiombanti nel mare, fecero i loro primi esperimenti con mezzi primitivi.
Lungo la litoranea, accanto alla salineria, si esponeva il sale in vendita sul carretto. Giungevano i primi clienti, nasceva un nuovo commercio che alimentava la borsa nera.
I campagnoli, stimolati dagli alti costi del sale, si facevano in quattro per riempire damigiane ed altri recipienti d'acqua marina, per impiantare salinerie nei loro orticelli. vignetta 1
Ogni spazio libero era buono per piazzarvi i fornelli da cui ricevere una discreta ricchezza. Persino nelle piazze, sui sagrati, si scorgevano le fumate dei salinieri.


Per gli sviluppi avuti e le conseguenze che sta lasciando l'improvvisata industria dei fabbricatori di sale, singolare e attivissima, è stata in certe zone, specialmente rivierasche, una delle più preoccupanti, durante l'ultimo anno di guerra e in questi primi mesi di fine conflitto.
Ovunque una fontana salmastra, spesso inutilizzata, veniva riscoperta, ecco sorgere intorno portatori, venditori d'acqua e salinieri, pronti a sfruttarne le virtù per tesaurizzare al massimo il minerale indispensabile alle cucine. Si son viste così improvvisare rudimentali officine in località montane, in vallette sperdute nell'interno, soprattutto in Emilia entro la zona di Salsomaggiore, ma dove il fenomeno s'è generalizzato, com'è ovvio, è sui litorali marini, sui quali rischia di divenire più e più deleterio per il già magro e bersagliato patrimonio boschivo nostrano.
La provvida iniziativa individuale occorre riconoscere che è stata benefica agli inizi, specialmente quando venne a cessare la distribuzione, che s'era sempre più assottigliata, del sale. Nella scorsa estate vi fu chi inondò d'acqua marina, arginandoli, terrazzi ed altane, marciapiedi, sic o piccoli appezzati di strade chiuse al traffico, affidando al sole il compito della fabbricazione. Ogni poggiolo rivierasco fece posto, fra le graste [vasi], a tegami, scodelle, piatti, terrine, fiamminghe, recipienti a basso orlo, colmi d'acqua di mare, bene esposti al calore del sole. I marmisti, nei loro laboratori all'aperto, colmarono lavandini, conche, anfore, mastelloni o vasche sbozzate, ognuno provvedendo a raccogliere per proprio uso quanto più sale gli riusciva dall'evaporazione spontanea. Geniali cassette stagne di legno dolce furono sperimentate e parvero il miglior ritrovato per la fabbricazione casalinga.
Senonché i semplici espedienti per l'evaporazione naturale si dimostrarono presto oltre che lentissimi, rispetto alle necessità immediate, insufficienti del tutto non appena la mancanza del sale si generalizzò per l'Italia settentrionale e il sole d'autunno ebbe minor vigore. Che avvenne allora? Abbandonati i sistemi casalinghi e le pazienti esposizioni solari, si provvide a impiantare fornelli, forni, veri e propri laboratori un po' ovunque, badando a procurarsi combustibile non importa dove.
Mentre gli stabilimenti industriali, gli opifici rivieraschi e in ispecie le fornaci di laterizi o terraglie, per i bisogni delle mense aziendali e del personale dipendente crearono impianti più o meno razionali, sfruttando, adattando o trasformando piccole caldaie interne, i privati, scoperta una discreta fonte di ricchezza, si diedero a impiantare ovunque i loro fornelli, allettati dalle possibilità di scambio merci che il sole veniva ad offrire. Fu questa confusa, precipitata, disordinata iniziativa che cominciò a produrre non pochi danni.
Dopo l'adozione negativa di calderoni, pentole o paioli, i salinieri trovarono il sistema dei lamieroni ondulati da baracche, opportunamente appiattiti e piegati dieci centimetri agli orli. Collocato il recipiente su sostegni di ferro e cementato intorno il fornello col fumaiolo per contenere al massimo il calore, improvvisarono impianti a ridosso dei tristi muraglioni che ancora nascondono la vista del mare - sinistra eredità d'un vallo ridicolmente ritenuto invalicabile - sulle scogliere o ai margini delle strade litoranee dove era facile attingere acqua marina.
I primi esperimenti essendosi dimostrati felici, ed essendosi presto attivato il traffico con le campagne, si videro sorgere piccoli acquedotti salsi. Città grandi e centri minori favorirono impianti per la distribuzione dell'acqua e si vide sorgere qualche fontanella privata ai crocicchi e agli sfoci delle vallate, cui vennero tosto ad attingere in grande copia i contadini con carri e carriole colme di barili, botticelle e damigiane. Diminuita la richiesta del sale nelle immediate vignetta 2 vicinanze, per la concorrenza dei campagnoli, favoriti nell'approvvigionamento del combustibile e decisi a trasportare acqua dal mare piuttosto che cedere i loro sempre più preziosi prodotti, i salinieri indirizzarono i loro scambi verso l'interno, per nulla trattenuti, anzi sempre più sollecitati da chi, con ogni mezzo, riusciva a spostarsi da una regione all'altra o richiedeva sale da trafficare con commestibili.
Sulle scogliere, talvolta aggrappati alle rocce strapiombanti, e sulle litoranee, vi fu un periodo di tempo che i salinieri eran così numerosi da attirare l'attenzione dei ricognitori aerei i quali, spesso scambiando le fumate coi fuochi di bivacco degli accampamenti soldateschi, dovettero finire col segnalarli ai caccia-bombardieri che più d'una volta calarono a spezzonarli e mitragliarli. Certi casolari istituirono piccoli impianti stabili da usare a turno fra le varie famiglie; i giardinieri seppero valersi delle stoppie e dei roveti; gli ortolani d'ogni seccume di campo, dei tralci e delle ramaglie mentre i disoccupati, i pescatori, i naviganti a terra, di nulla disponendo e meno timorosi del danno comune, s'attaccarono a spogliare metodicamente le pinete sradicando piante d'alto fusto o sottobosco - visto che tutto ardeva - senza un minimo di esitazione né per le pianticelle destinate a rinselvire i poggi, né per la proprietà altrui o tanto meno per il comune patrimonio forestale.
Non solo il già modesto manto boschivo è venuto in tal modo a soffrire – spesso addirittura a sparire dalla radice – ma quel che appare oggi vandalico, vennero a soffrire tutte le zone colpite dai bombardamenti e necessariamente evacuate, insieme agli abitati fatti sfollare di prepotenza dai tedeschi per impiantarvi i loro inutili fortilizi e scavarvi i loro assurdi fossati e trinceroni.
I salinieri, sicuri dell'impunità, - i più onesti considerando forse che intanto le bombe avevano già creato irreparabili rovine e il passaggio della guerra avrebbe seminate ben altre paurose distruzioni si dettero a smontare e frantumare porte, telai, finestre, persiane e mobili, tutto cacciando entro le loro fumanti fornaci. Visti i tedeschi aprire gli usci delle case abbandonate sparando contro le serrature, per impossessarsi dei mobili rimasti negli appartamenti, seguirono le orme dei rapinatori e dietro il loro esempio asportarono quanto rimaneva di seggiole o tavolami, per cui poterono tenere in ebollizione i calderoni risparmiandosi per qualche tempo di correre fuori mano a disboscare e sradicare.
Esaurito il combustibile delle case – e delle carcasse di navigli gravemente colpiti - i salinieri più che mai infervorati e stimolati persino dagli alti costi del sale conferito all'ammasso, condussero la sistematica dilapidazione delle colline attaccando talvolta persino piantagioni mal custodite. E' di questi giorni la lamentata rovina di parte della celebre pineta della «Colletta» nella Riviera di Ponente, segnalata fra le bellezze naturali anche dalle guide e il diradamento di quella delle «Grazie» nella Riviera orientale, così cara ai pennelli di Salietti1 e di Rambaldi2. Chi percorre il litorale, oltre le tracce desolate degli incendi qua e là visibili ovunque sulle montagne a spalliera, scorge masse di alture come la celebrata collina di S. Anna sul Tigullio, o capi quali Portofino o Punta Manara, nettati così d'ogni arbusto per intere vallette da scorgere la roccia viva, tutte le piante essendo state asportate sino alle barbe, tanto da fare scomparire, con la incombente siccità, ogni traccia di verde.
Per fortuna il ritorno al mare di velieri e motovelieri - salvati con eroici sforzi dalla distruzione persino interrandoli - sta ora iniziando l'approvvigionamento. L'assicurazione del sale a tutta la popolazione verrà presto – siamo certi - ad esaurire gli ultimi sforzi dei più tenaci salinieri che, speriamo, possano tornare al mare, al loro vero lavoro, cessando un'industria di ripiego che se è stata in qualche tempo benefica, rischia ora, per le sue conseguenze, di farsi rovinosa.


1 Alberto Salietti (Ravenna 1892-1961 Chiavari)
2 Emanuele Rambaldi (Pieve di Teco 1903-1968 Savona)

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