Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Piccola storia vera della repubblichina di Salò
di Piero Biancardi

L'Illustrazione italiana – 26 agosto + 2 settembre 1945

E' dunque esistita, in un'epoca vicinissima a noi, ma che sembra ormai appartenere «al tempo dei tempi», una «repubblica sociale italiana», nata a Monaco di Baviera e vegetata all'ombra dei funerari cipressi e degli obliqui olivi di quella riva del Garda che fu sempre cara ai tedeschi e che fin dal Salò tempo di Guglielmo vide lo passeggiate romantiche e le lunghe contemplazioni, davanti ad un bicchiere di birra, degli adoratori del boeckliniano1 Garda-See.
E' esistita quella che i suoi fondatori paragonarono - dalle stanze di un grande albergo requisito di fronte al lago, tra la villa di un vecchio dentista espulso manu militari e le mura di un sanatorio requisito per essere adibito a foresteria di un improvvisato ministero degli esteri - alla Repubblica Romana del 1849, scomodando ad ogni occasione, con la radio e le concioni, Mazzini e Mameli. E' esistita la repubblichina, molto ministeriale, che fu, meno pomposamente, chiamata la repubblica di Salò, piccola capitale rivierasca un tempo famosa solamente per i suoi dorati liquori di cedro e per aver dato i natali al liutaio Gasparo e a Giuseppe Zanardelli, raffigurato nella piazza del paese con una statua abbastanza liberty (o profetico nome!) in un atteggiamento di desolazione e meditazione che sarebbe piaciuto a uno zio di Lyda Borelli2.
Dal Gran Sasso, via Monaco, con il volo di un apparecchio cicogna, il prigioniero del 25 luglio3, vestito di scuro e con un cappello nero che lo faceva assomigliare ad Ante Pavelić4, il revolveratore di Zagabria, era finito a calare «suso in Italia bella» nella seconda metà del dorato e funesto settembre del 1943. Veniva, atterrando nel campo di Ghedi, in quella bella e ambigua terra dove sono passati nei secoli tanti domini più o meno legittimi: quello del Leone di San Marco, quello dell'Aquila bicipite, quello dei Sali e Tabacchi dei Savoia, quello, infine, dell'Orbo Veggente5, che trasferì qui per diciassette anni le bandiere e gli alala della Reggenza del Carnaro, ed ebbe qui il suo Élysée, come avrebbero detto in Francia, o il suo Vaticano profumato, dedicato alternativamente a Santo Francesco e a Dante adriatico. Salò e la riva destra del Garda avevano dunque già vista, ai tempi di D'Annunzio e del dannunzianesimo, una repubblica segreta, non riconosciuta da nessun governo, dove l'autore6 di Isaotta Guttadauro era guardato a vista da un questore che aveva segnato nel suo libro d'oro la cattura del brigante Pollastri, e a cui Benito Mussolini aveva affidata la custodia e il controllo del sospettatissimo maestro della Marcia di Ronchi. Salò era abituata alle strane avventure. Nel triangolo d'acqua fra San Vigilio, Salò e Gardone - l'acqua più limpida d'Italia, rive abitate da brava gente fra la più seria d'Italia - saettava con simulati beffardi arrembaggi il mas della beffa di Buccari. Sulle strade del Garda passavano rombando le automobili del Comandante - con il guidone rosso e azzurro, i colori del Principato di Montenevoso - guidate da carabinieri che avevano promesso fedeltà alla memoria della Reggenza, ma che erano ancora più fedeli agli ordini del questore Rizzo, ammanettatore di Pollastri. D'Annunzio, principe di Montenevoso, Reggente di Fiume, Recluso di Cargnacco7, aveva, nella Repubblica del Vittoriale - più piccola, infinitamente più piccola di quella di San Marino, un mezzo incrociatore, saldamente saldato alla terra del colle, un paio di aeroplani, un mas8, sei automobili, un ufficio stampa, archivi, musei e biblioteche e, per qualche tempo, persino i suoi ambasciatori… Salò era abituata alle più strane avventure.
Un giorno, durante una riunione di gare motonautiche, il Comandante, invitato a prendere posto in una grande poltrona dorata, afferrava la poltrona per i braccioli e, dopo averla sollevata, la scaraventava nel lago, in segno di intrepida giovinezza, tra la costernazione dei presenti mascherata da osannante ammirazione… Le rive del Garda erano abituato alle strane avventure. Nessuno, in ogni modo, dimenticava il rispetto che si doveva al poeta di Alcyone e della Figlia di Jorio, anche se le cannonate commemorative della Nave Puglia9 rimbombavano talvolta pericolosamente retoriche, tra un eccessivo fruscio di messaggi su pesantissima carta a mano. La poesia di Gabriele D'Annunzio pesava sulla bilancia nel piatto della reverenza, come avrebbe detto un dannunziano in ritardo.

spensierata … la dolce e spensierata vita dei "quartieri alti"
era stata interrotta solamente
per i quarantacinque giorni di Badoglio…

Morto D'Annunzio, la riva tornò alla sua quiete vigilata dai cipressi. Venne la guerra e diventò un asilo di sfollati lombardi e veronesi, sparsi negli alberghi, nelle ville, nei rustici, e fin su nelle baite là dove la montagna si fa brulla. Rimasero i malati di petto, rimasero le suore dei vari conventi, diventò sempre più languido il liquore di cedro. Qualcuno rilesse le pagine che Lawrence10, ex-minatore tubercoloso, aveva scritte in elogio di queste rive e di questa gente, buona, modesta, lievemente sospettosa e caparbia: e pensò che il poeta della Morte del Cervo11 era stato battuto di varie lunghezze, come umanità di paesista, dall'autore di Lady Chatterley12. La guerra sembrò per lunghi anni lontana. Molti bravi giovani del Garda - tutti della leva di mare - scomparvero negli abissi amari del Mediterraneo. Per la Gardesana e per i sentieri stesi sotto alla lieve ombra degli ulivi si videro molte vecchiette vestite a lutto, madri che avevano perduto il figlio per siluramento o in battaglia davanti a Creta o a Marsa Matruck13. Il cannone della Puglia taceva. Dalla strada di Verona, di là dal lago, scendevano le divisioni tedesche.
Avvenne quel che tutti sanno. I cipressi sembrarono di un nero di lutto. La serenità del lago sembrò una crudele indifferenza. Verso il 20 di settembre, al tramonto, le prime staffette apparvero. Erano rapidissime automobili dalle quali scendevano giovanotti dall'accento romano e fiorentino. I tedeschi di Kesserling14, con fragorose colonne di carri armati, avevano occupata la Gardesana, e avevano fatto sgombrare in ventiquattro ore migliaia di sfollati ricoverati negli alberghi e nelle pensioni della Riviera. Nella scia di quei carri armati fecero la loro comparsa le automobili arroganti dei neo-repubblicani, le staffette di una decina di ministeri improvvisati sul tavolo di una birreria di Monaco. Suonavano ai cancelli delle ville, incollavano agli usci cartelli di requisizione, stampigliarono tessere annonarie - ogni «ministeriale» aveva tre tessere - sparpagliarono uffici, segreterie, prefetti, capi di gabinetto, archivi, scartoffie vecchie e nuove, timbri e sigilli, poliziotti travestiti da fattorini e alti funzionari in pantaloni bianchi da villeggianti fra gli uliveti e i cipresseti, lungo i nastri d'asfalto delle strade fra Gargnano e Desenzano, fra Brescia e Salò, e su per i sentieri sassosi dei paesotti a mezza costa. Arrivava la «repubblica sociale italiana» coi primi mitra, sempre più numerosi, coi primi rotoli di filo spinato, coi primi carichi di cemento per la costruzione di ricoveri antiaereo. I tubercolosi furono fatti sloggiare nelle ventiquattro ore dai sanatori, e partirono non si sa per dove, su carretti e camioncini, tossicolosi e febbricitanti. Arrivarono dei gerarchi con servi negri emigrati fin quassù da Addis Abeba. Arrivarono tenori convertiti alla «cooperativa lirica repubblicana-sociale»: arrivò qualche rottame del naufragio futurista, qualche canuto storico senza memoria, qualche ex-comunista da tempo foraggiato dalle casse della polizia politica. «Cosa sono venuti a fare?» si domandavano le donnette vestite di nero. Erano venuti a fondare la «repubblica sociale italiana».
All'indomani il prezzo dell'olio era raddoppiato, il fornaio veniva invitato a cuocere - in segreto - un po' di pane bianco per gli stomaci delicati, la legna triplicava di prezzo, le stufe di ferro (si prevedeva un inverno rigido) erano requisite e diventavano introvabili, assieme alle cucine economiche. Le fabbriche di mobili dei dintorni ricevevano frettolose ordinazioni di centinaia di scrivanie e cartelliere. Arrivarono camioncini carichi di macchine da scrivere. I ministeriali avevano «fame di domestiche», dato che le vecchie fantesche romane non se l'erano sentita di seguire i neo-repubblicani nell'avventura del Nord. Le mogli dei prefetti e dei capi di gabinetto non badavano a spese. L'economia privata del Garda subiva il primo colpo dell'inflazione. Nelle ville vuote, spalancate le finestre, con giovanotti armati di mitra ai cancelli, rinascevano le segreterie del partito, i comandi dell'esercito, la polizia, i ministeri. I ministri non avevano, nei primi giorni, un tavolo, e tenevano l'apparecchio del telefono in terra. Ricevevano il pubblico in mutandine da bagno, perché il lago era a due passi e, fra una pratica e l'altra, un tuffo era un vero refrigerio.

malato … la grande villa di Mussolini, tra i pallidi olivi di Gargnano, sembrava il padiglione di isolamento di un malato grave…

Il Vittoriale aveva fatto gola a parecchi. Non avrebbe potuto essere una bella sede di sfollamento per l'Accademia d'Italia? Non poteva diventare la dimora di Mussolini, o, almeno della sua famiglia? Perché non ci si sarebbe allogato il ministero della Cultura? Il Vittoriale, che dopo l'otto settembre aveva dato asilo agli alpini braccati dai tedeschi e il cui accesso, in nome della poesia, aveva potuto essere vietato agli uomini della Gestapo15, fu difeso con molta tenacia e scaltrezza. L'Accademia non poté metterci il naso, e per la famiglia di Mussolini fu trovato un asilo più sontuoso e appartato nell'Isola Borghese. Al Duce si fece capire che il Vittoriale, con la sua mole di pietra bianca, era un bersaglio troppo individuabile dall'alto: e, del resto Mussolini aveva guardato sempre a D'Annunzio con sospetto, e non gli garbava di dormire con quel celebre morto muro a muro, e di affacciarsi alla finestra per veder soltanto un panorama di tombe.
Gli alberghi si trasformarono in ospedali, e accolsero migliaia di feriti. Sulle strade dove passavano i gerarchi repubblichini con le loro automobili da villeggianti politici, prendevano il sole, coi moncherini all'aria, i mutilati, quelli che sarebbero tornati in Germania senza una gamba, senza un polmone, senza gli occhi.
A mezza costa del colle - in un oliveto accanto al cimiterino di Gardone - si scavarono in ottobre le prime fosse di un cimitero di guerra. Una salve di fucileria salutava i morti che scendevano nella pace di questa terra italiana: morti tedeschi e, prigionieri russi, inglesi, americani che s'erano spenti all'ospedale. Il cimitero, in quell'aria da panorama da manifesto turistico, in quel clima da viaggio di nozze, allineò di mese in mese centinaia di tombe: e fu l'unica cosa seria in quell'atmosfera che gravò per un anno mezzo su questa collana di ville e villette che fu la disseminata capitale gardesana della sanguinosa e folle repubblica sociale.
Era una capitale da villeggiatura, un governo di spettri tenuti in vita alacre e ottimista dalla simpamina, un governo di insonni per la preoccupazione del «come l'andrà a finire» che consumavano tutti i sonniferi delle farmacie di Salò, di Gardone e di Desenzano, un governo di visionari cocainizzati dalla retorica: un governo alla ribalta della tragedia e dell'eccidio, sostenuto dai plotoni di esecuzione e con la visione finale dell'inversione delle parti, quando si sarebbe passati dal ruolo di fucilatori a quello di fucilati: ma era sempre - o potenza del clima, dell'aria buona, del dolce panorama, della cornice alberghiera e turistica! - un governo in villeggiatura, una repubblica affiliata all'Enit16 e al regime dei Grandi Alberghi. Il Quartier Generale - come venne ampollosamente chiamato - non viveva sotto alla tenda, ma in ville borghesi, con bagno e acqua calda corrente, con vasca per i pesci rossi in giardino, con in salotto ancora il pianoforte della padrona di casa e, sul leggio, i notturni di Chopin. Partivan di qui, è vero, gli ordini di presentazione alle armi, i decreti legge che comminavano le fucilazioni ai «ribelli», i piani di organizzazione dei Tribunali.
I telefoni lavoravano per ordinare arresti, retate, deportazioni in Germania, fucilazioni di ostaggi e di «ribelli», ma la cornice era pur sempre quella di una villeggiatura di lusso, di quelle che si concludono con policrome etichette di grandi alberghi incollate sul cuoio della valigia. Per questo ministri e funzionari, segretari politici e federali, comandanti di brigate nere e capi di reparti di polizia segreta, appena passato il ponte di Gavardo che costituiva, fra Brescia e Salò, il confine della repubblica sociale si trasformavano negli eleganti clienti della stazione climatica in voga, fedeli al bridge e al cocktail, al piccolo flirt e all'ora di sport elegante. I posti di blocco, coi loro muri di cemento e i cavalli di frisia, stabilivano attorno al territorio del quartier generale una sicura cintura protettiva entro la quale si viveva in un pacifico e malioso clima da Florida o da Honolulu, e si godeva la villeggiatura con stipendi da zona di operazioni. Si fucilava? Sì, ma per telefono. Si ordinava di resistere a Roma? Sì, ma per telefono, dopo il vermut.

gerarchi … i gerarchi della neo-repubblica si trasformavano ogni pomeriggio negli eleganti clienti della stazione climatica in voga…

Mussolini ebbe la sua dimora a Gargnano, in una villa degli industriali Feltrinelli originari del Garda, villa con comodo di ricovero antiaereo in roccia. Un medico tedesco lo curava, lo rimetteva su a forza di iniezioni, gli ridava vita alla meglio. Nessuno, per i primi tempi, lo vide. Nessuno lo aveva visto arrivare, perché il suo passaggio era stato reso praticamente invisibile dall'oscuramento notturno o dal divieto di transito per chi non appartenesse all'esercito tedesco. Se una certa zona della Gardesana, siglata sui tetti dei grandi alberghi dagli emblemi della Croce Rossa, era stata riconosciuta come Zona Ospitaliera, tutta la repubblica sociale si era praticamente messa - comprese le ambasciate di Germania e del Giappone, compresi i ministeri repubblicani, compresi i comandi delle SS17, compresi i depositi di esplosivi – al riparo della Croco Rossa. La villa di Mussolini, la centrale del Quartier Generale, era, per così dire, il padiglione di isolamento di un malato grave, logorato da una forma evidente di paranoia e di delirio di grandezza. Nessuno lo vedeva, pochissimi si arrischiavano a dire, a bassa voce, il nome del luogo dove viveva, quasi nessuno osò raccontare di averlo intravisto una volta passeggiare in un giardino, ombra di se stesso, scavato nelle guance, con l'occhio fisso e dilatato, il collo scarno e le mani tarde e tremule. Cento uomini italiani difendevano la sua villa, predisposta a difesa con reticolati, carri armati e mitragliatrici. Un reparto delle SS custodiva, a un tempo, il salvato del Gran Sasso18 e i suoi difensori. Erano proibiti per un tratto di vari chilometri anche i bagni nel lago. I battellieri giravano al largo. Una corona di batterie antiaeree era disposta sulle alture. Più in là di Gargnano il transito era vietato, perché si entrava nei territori sottoposti all'amministrazione politica e militare tedesca, compresa Riva e Arco e naturalmente, Trento.
Mussolini non viveva nel clima della grande villeggiatura, perché, a detta di chi lo avvicinava, egli era convinto di comandare e di lavorare, mentre il suo lavoro era di fatto limitato all'esecuzione degli ordini e dei «suggerimenti» tedeschi. Ma tutt'attorno la repubblica sociale villeggiava, anche se parlava tanto di insonne e tormentoso lavoro. La mollezza del clima rendeva anche più grave e faticoso quel poco lavoro. Chi non aveva l'ufficio sul lago - dove stavano la presidenza del consiglio, la segreteria del partito, il ministero degli esteri, il ministero degli interni, la direzione della polizia, il ministero della cultura, la direzione suprema dei servizi radiofonici - doveva recarsi ogni mattina in automobile in questo o in quel paese o villaggio verso Brescia o verso Verona o verso Mantova, dove era traslocata la sua divisione. L'orario d'ufficio comprendeva questi trasferimenti sotto il sole o sotto la pioggia, e questi erano i «tormenti del fronte interno». L'orario, naturalmente, era unico, e di primo pomeriggio le automobili riportavano i ministri e i ministeriali ai quieti nidi fra gli olivi del Garda. Alle quattro del pomeriggio gli inveterati frequentatori di Via Veneto e della Casina delle Rose19 - la dolce vita dei «quartieri alti» era stata interrotta solo per i quarantacinque giorni di Badoglio20 - riapparivano azzimati sul lungolago di Gargnano o di Fasano, di Salò e di Barbarano. Cosa avevano fatto in quelle ore di assenza? Avevano spiccato ordini di arresti e di fucilazioni, o, chi non era giunto a tanto, aveva data la sua spintarella al carrettino burocratico della repubblica sociale. Avevano molto telefonato e molto dettato alla dattilografa. Si erano pettinati all'Amedeo Nazzari21.
Anche le dattilografe ebbero, nella repubblica di Salò, la loro lunga parentesi di villeggiatura. Erano le grandi e sciocche credenti nella religione della V.122, della V.2 e delle V.3 e 4. Nel dicembre 1943 comparvero sui lungolaghi i primi sciami di dattilografe. Erano, in generale, belle ragazzo che correvano anch'esse la loro avventura. Uscite dagli appartamenti romani di una stentata vita piccolissimo-borghese odorosa di minestrone di verze, uscite da una vita nella quale la smagliatura di una calza avvelenava tutta una giornata, uscite dalla vita che, negli anni di guerra, aveva negati anche i quindici giorni di villeggiatura a Santa Marinella o a Nettuno, trovavano «tanto caruccio» il lago, coi suoi buoni stipendi, coi direttori che lasciavano correre, con la vita in comune di centinaia di ragazze ospitate in qualche improvvisata foresteria. Quelle che stavano a Salò ebbero il loro cinematografo, ebbero le compagnie di riviste e di operette, ebbero persino la stagione d'opera con Tito Schipa23, quello di Princesita

famiglia … per la famiglia di Mussolini fu trovato un asilo sontuoso, appartato e assolutamente inaccessibile nell'Isola Borghese…

Lo stipendio era buono, le più svelte si arrangiavano con la borsa nera, le calze venivano «passate» dai tedeschi che le avevano requisite per le loro ausiliarie. Le bottegucce di Salò, abituate a una clientela cittadina e rurale pedante e sospettosa, non facevano a tempo a procurarsi abbastanza roba da vendere.
Qualche modista e qualche sarta coraggiosa spostò qui le sue tende, da Milano e da Brescia. Ci fu, come la corsa nei sacchi, la corsa alla pelliccia: le ragazze pagavano tirando fuori dalle loro borsette un pacco di «fogliazzi da mille», arrotolati con ostentata indifferenza. Venne di moda dire che una cosa costava tre e cinque, invece di tremila e cinquecento. Una pelliccetta autarchica che costava «quarantuno» la trovavano regalata. «Dodici» per una bicicletta era un'inezia. La «bici» diventò un accessorio indispensabile della toilette, e sulla Gardesana, al primo alito marzolino della primavera, le belle ragazze sbiciclettarono da un ministero all'altro, come per una gita campestre. Avevano lievi sottanine di seta stampata, pronte ad arrovesciarsi ad ogni brivido di vento, e gambe giovani, sode, nude, che nel rotar della pedalata si scoprivano senza malizia al bel sole dell'elegante strada. Una profumeria di Salò aveva dovuto triplicare il suo personale per accontentarle tutte. I parrucchieri, anche nei paesetti appollaiati sui greppi, avevano dovuto comprare in gran fretta gli apparecchi per l'ondulazione elettrica.
I direttori generali, i capi di gabinetto, i segretari particolari, gente di solito quasi inaccessibile fino al 25 luglio 1943, erano diventati tutti, dopo il 15 settembre, data di fondazione della repubblica sociale, singolarmente gioviali, compagnoni e alla mano, e in strada salutavano con una strizzatina d'occhio.
Dei prefetti, poi, inutile parlare. C'era un prefetto ad ogni cantonata.

Villeggiatura, abbiamo detto. I grandi luoghi di villeggiatura come Rimini, Cattolica, Cesenatico, Viareggio, Forte dei Marmi erano distrutti dalla guerra che veniva in su: ma la Riviera del Garda non la toccava nessuno. Si trattava di trovare, fra Fasano e Salò, il surrogato del Gianni Schicchi viareggino e della Capannina del Forte dei Marmi; si trattava di trovare il surrogato della Casina delle Rose e di Rosati, del bar dell'Excelsior e del Grill Room degli Ambasciatori di Roma. «A Roma torneremo!» gridava la propaganda. Era il grido di nostalgia per Alfredo della Scrofa, quello delle fettuccine, e non per la Roma che lavora anche lei come le altre città d'Italia ed è più povera di loro. Bisognava trovare il surrogato del barbiere Biancifiori di via Condotti e del parrucchiere Attilio di piazza di Spagna. I repubblichini intellettuali volevano il surrogato della libreria della Modernissima di via della Mercede, e non potevano accontentarsi dei semplici libri da sfollamento della vecchia agenzia Molinari di Gardone, né, dopo le mostre romane di Morandi e di Guttuso, accontentarsi dei quadretti esposti alla buona nella bottega d'arte del signor Scarpetta sul lungolago di Gardone. Qualcuno pensò anche a fondare, a Salò, una galleria d'arte, una galleria, disse a bassa voce, un po' sul genere di Montparnasse. La noia minacciava da presso tanta bella gioventù. Credete che sia proprio divertente andare alla domenica al Vittoriale a salutare la tomba di Gabriele D'Annunzio? In mancanza d'altro, una volta ci si può andare; ma le altre domeniche?
L'amore sì, l'amore è una gran cosa. Ma un fidanzato repubblicano poteva rappresentare veramente - senza voler far giochi di parole - un buon partito? Le dattilografe della repubblica non vedevano un avvenire roseo concludere i loro flirt e i loro amoretti. La gente del posto - i borghesi non repubblicani, quelli che non avrebbero dovuto scappare, quelli che non veleggiavano con aria spavalda verso la reclusione o verso la fucilazione o, nei casi più miti, verso il porto infido di una vita «mimetizzata» non si lasciavano prendere nella pania dei begli occhi e delle belle gambe delle garrule dattilografe cicliste. I repubblicani e le repubblicane dovevano cuocere nel loro brodo, con una prospettiva di fugone finale. I matrimoni dovevano essere fatti - accidenti agli zelanti che avevano dato l'esempio! - in camicia nera, con intervento di eccellenze in divisa. Avevan così poco da fare, le eccellenze: eran così bonarie, le eccellenze: non dicevano mai di no se si chiedeva loro di far da testimoni. Venivano anche gli amici col mitra a tracolla… Piuttosto che affrontare un simile cerimoniale non si parlava affatto di fidanzamento e di matrimonio, e ci si accontentava di cogliere, fra gli ulivi o in qualche barca compiacente, l'attimo fuggente.

vecchietto … fu visto un vecchietto abbastanza corpulento, in maglietta e in pantaloncini corti, inforcare una bicicletta e pedalare lungo i viali di oleandri…

I primi tempi le famiglie dei funzionari, grossi e piccoli, s'erano accontentate di sistemazioni provvisorie, nelle villette, nelle case rustiche, magari in qualche baita da contadini. Tutti i locali disponibili del lago erano stati requisiti, gli sfollati erano stati rimandati a riprendere contatto con le bombe di Verona, di Mantova, di Padova, di Brescia. I tedeschi avevano preso per sé - funzionari d'ambasciata, funzionari della Gestapo, infermiere, militi delle SS - i posti migliori. I ministri, i sottosegretari, la falange dei prefetti e dei capi divisione repubblicani, e giù giù fino agli uscieri, avevano dovuto accontentarsi delle briciole lasciate dal fedele alleato, arrampicandosi fin sulle colline, allo Spino, a Monte Cucco, a Morgnaga, a San Michele, per sentieri da capre. Ma c'era la fede nelle armi segrete che aiutava i pezzi grossi, trasformati repentinamente al culto di Giuseppe Mazzini, a sostener le fatiche della strada e i disagi delle sistemazioni rustiche. Era - pensavano i più - questione di mesi e poi, un bel giorno, si sarebbe ripresa la via di Roma, di Napoli, di Palermo, di Tripoli, di Addis Abeba. La V. 3 avrebbe fatto questo miracolo. Se la legna verde non si accendeva nella cucina economica la moglie del prefetto pensava che la V. 4 avrebbe messo fuoco a Nuova York. Se bisognava adattarsi a vivere in due per ogni stanza, ci si consolava con l'ultimo articolo di Goebbels24.
Poi, passando i mesi - Roma era caduta e gli alleati serravan sotto alla linea gotica25 - si pensò che la cosa importante, per la repubblica, era di resistere, era, come aveva detto Mussolini (benché tutti pensassero unanimemente che il duce contava pochino) di durare.
La Germania poteva resistere indefinitamente, dicevano i repubblicani che gli stormi dei bombardieri Anglo-Americani non degnavano nemmeno di una bomba. Visto che bisognava durare - magari sulla linea del Po - era meglio cercar di sistemare col miglior conforto possibile la propria vita. La vita sul Garda non era brutta, benché una villeggiatura di anni fosse, alla lunga, noiosa. Le mogli dei prefetti comprarono tende e divani, giurarono che si divertivano molto a coltivare l'orticello, impararono ad allevar conigli. A mezzodì il lungo lago era fiorito di abiti estivi, come in una villeggiatura dei tempi felici. I civettuoli caffè di Gardone non avevano un tavolino libero. I più noti «antemarcia e sciarpa littorio» succhiavano il gelato da passeggio seduti con raffinata disinvoltura sulla balaustrata del lago. Certi vecchi polverosi caffè di Salò rivaleggiarono con il Rosati e con il Golden Gate di Via Veneto. Il «barino» del Grand Hôtel pareva la succursale dell'Harris Bar di Venezia. Le prefettesse e le loro figlie scodinzolarono in succinti pigiamini, tra vermuttini e sandwiccini. Era un continuo incrocio di telefonate per combinare partite di bridge per le signore, e di poker per i mariti, e per scambiarsi prosciutti e farina bianca. Si faceva di tutto per dimenticare che, ogni tanto, qualche funzionario s'era dato nottetempo alla fuga, che era partito insalutato ospite, che aveva abbandonato la repubblica e Mazzini e Mussolini in punta di piedi, senza nemmeno riscuoter lo stipendio.

Mussolini aveva cominciato a farsi vivo, pallidissimamente. Si era ristabilito in salute, era un po' ingrassato: e insomma era abbastanza «presentabile». Il condottiero si era rimesso un po' in polpe, non aveva più il viso emaciato dei primi mesi, per quanto fosse ancora squallido in volto. Cominciò a ricevere le prime visite, arrivarono a Gargnano i «fedeli» vecchi o nuovissimi, che posarono per le tradizionali fotografie. Il duce aveva firmato qualche mese prima la condanna a morte di suo genero, quella di De Bono e degli altri del Gran Consiglio, si diceva che la sua figlia fosse venuta una volta sul Garda coll'intenzione di «farla fuori» per vendicare la morte del marito, e che avesse evitato a stento di essere arrestata dalle S.S. Ma il duce si era rimesso in salute, dormiva placidi sonni e alla mattina aveva voglia, ormai, di fare un po' di moto. Dietro ai reticolati di Gargnano, fu visto un vecchietto abbastanza corpulento, in maglietta e pantaloncini corti, inforcare una bicicletta e pedalare lungo i viali, salutando abbastanza gaiamente le ragazze. Non era però sicuro essere ancora molto fotogenico, le istantanee della rinata «Luce»26 non lo soddisfacevano perché scoprivano le sue rughe. Per questo la stessa propaganda – che non poteva ridar vivacità al suo sguardo ed energia al suo gesto - non lasciò filtrare di lui che poche fotografie. Ma, insomma, la salute era tornata. Mussolini faceva una cura di auto-suggestione ottimistica, garantiva a tutti che la vittoria era immancabile, cominciò a spostarsi in zona d'impiego. Non erano grandi viaggi, perché ogni villaggio e ogni strada d'Italia - solo che qualche gruppo di soldati o di militi fosse mandato a compiere un'azione di rastrellamento – era zona d'impiego. Corse di trenta, di quaranta chilometri. Visite a qualche reparto verso Desenzano o Nuvolenta, visita a qualche ospedale a cinque o sei chilometri da Villa Feltrinelli.

gelato width= … succhiavano languidamente il gelato da passeggio seduti con disinvoltura viareggina sulla balaustrata del lago…

Come occupava il suo tempo? I tedeschi gli misuravano la benzina dell'automobile, e non gli permisero mai, - benché fosse stata ricostituita una aviazione repubblicana - nessuno di quei «voli di allenamento» per i quali in altri tempi si annunciava con ampli comunicati Stefani27 che il duce aveva pilotato personalmente il suo trimotore. I tedeschi non avrebbero mai permesso allenamenti di questo genere all'uomo nei cui occhi, c'era da giurarlo, non si leggeva altro che un sogno di evasione più o meno romanzesca. Nei giorni in cui Roma stava per cadere si disse che Mussolini aveva manifestato l'intenzione di andar, coi suoi, a combattere a Nettuno, e di morire là, in trincea. Ma si limitò a ordinare, per la caduta di Roma, i tre giorni di lutto nazionale, benché si fosse detto che, in un primo tempo, le istruzioni date alla propaganda fossero state di «minimizzare» l'avvenimento: così come era stata minimizzata la caduta di Addis Abeba e quella di Tripoli, e ciascuna delle tante sciagure che s'erano abbattute, con colpi di maglio, sulla patria. Questa volta anche Mussolini capì che era inutile minimizzare la caduta di Roma, quando, per vent'anni, aveva parlato di «colli fatali», di impero e di destini cesarei. Lanciò il «ritorneremo», sullo stile del tireremo diritto e del se indietreggio uccidetemi. Giocò la carta della retorica ancora una volta; e poi ricominciò anche lui a sperare nella V.2 e nella V.3.
A centinaia – tutti i giorni – passavano sul cielo del Garda i bombardieri alleati che andavano a bombardare Monaco, Innsbruck, il Brennero, Bolzano, Verona. Ogni tanto scrosciavano grappoli di bombe a poche decine di chilometri, su Peschiera e su Mantova. Ma la residenza del villeggiante quartier generale non era disturbata. Sul lungolago le famiglie dei ministri e dei gerarchi continuavano a leccare il gelato da passeggio. Le signore interrompevano appena il bridge per gettare una rapida e indifferente occhiata fuori dalla finestra. «Saranno trecento…». Ma ormai tutti avevano capito che a Mussolini e alla repubblica sociale gli alleati non volevano dedicare nemmeno una bomba. Colpirono una volta con una bomba di piccolo calibro una casa che confinava con la sede dell'Ambasciata tedesca. Quattro o cinque volte un apparecchio scese a duecento metri dalla Villa Feltrinelli, e buttò nel lago, come per scherno, un bidone vuoto di benzina. Mussolini, dissero, le primo volte andava in rifugio. Poi capì che lo «volevano vivo», e andava al balcone a guardar lo spettacolo.
Cosa faceva nelle altre ore? Leggeva i bollettini delle intercettazioni delle radio straniere, leggeva qualche libro politico, parlava molto di Socrate e di Mazzini, riceveva tutti quelli che, dai sansepolcristi28 ai comandanti della Muti29, facevano la gita fino a Gargnano, si incontrava ma sempre più di rado con la moglie e coi figli che venivano dall'Isola Borghese. Alla sera ascoltava attentamente radio Londra e i messaggi speciali. Poi, alla mattina, una mezz'ora di massaggio, fatto dall'ex campione mondiale di foot-ball Monzeglio30, e un po' di bicicletta. Volle anche riprendere gli allenamenti al tennis. Il tennis era diventato lo sport indispensabile di tutti i funzionari grandi e piccoli della repubblica sociale. Era di buon gusto girar con sotto il braccio la racchetta e un volume di Mazzini.
Fin dal novembre 1943 l'ex recluso del Gran Sasso aveva voluto che Claretta Petacci gli fosse vicina. L'amante non aveva saputo separare il suo destino da quello di Mussolini. Una grande automobile nera era arrivata una sera a Gardone Riviera, ed era stata subito notata dalla gente del paese. Per tutto l'inverno fu difficile capire a chi apparteneva quell'automobile che si muoveva solamente dopo l'oscuramento e che sostava nel giardino di una villa remota e inaccessibile, apparentemente disabitata, ma vigilatissima dalla polizia. Chi abitava là dentro? Qualche ambasciatore? Qualche generalone tedesco? Un ungherese o un croato? Ante Pavelić ? Abitava lì dentro una persona che non usciva mai, che non si affacciava mai alla finestra, che non scendeva mai in giardino. In qualche crocchio di signore sfollate circolò la voce che l'ospite della villa non era un uomo, ma era una donna; e qualche signora fece la supposizione che si trattasse di Claretta Petacci. Le spie riferirono subito queste chiacchiere, e le signore ciarliere dotate di troppa immaginazione furono arrestate, condotte alle carceri di Brescia, e rilasciate solamente dopo una severa ramanzina dal prefetto che le ammoniva di non propalare tali assurde dicerie. Nessuno si fidò più a parlare della villa e della sua misteriosa abitatrice, che visse chiusa fra quattro mura per quasi un anno intero, collegata con un filo telefonico diretto con la villa di Gargnano.

Claretta … Claretta Petacci viveva solitaria dietro alle finestre di una villa inaccessibile e melanconica fra Gardone e Fasano…

Un giorno una bella donna bruna, sconosciuta a tutti, entrò in un negozio di parrucchiere di Gardone Riviera per farsi pettinare. Nell'angolo del negozio lavorava come manicure una ragazza, che nell'ottobre 1943, era stata «prelevata» in automobile e portata a Gargnano per far le unghie, le era stato detto, a un signore che doveva conservare l'assoluto incognito. La manicure si era trovata, nelle sue piccole mani di donna, sotto alle sue taglienti forbicine, le mani corte, un po' molli e vizze, del vecchio dittatore resuscitato, ed era stata la prima a poter garantire che Mussolini era proprio vivo. La stessa manicure offrì i propri servizi alla sconosciuta signora bruna, che li rifiutò con un sorriso. Dopo essere stata pettinata la signora aveva pagato, ed era uscita sul lungolago buio per l'oscuramento. Aveva dimenticato la borsetta. La borsetta fu aperta, e ne uscì un rotolo di ritagli di giornale, con tante fotografie di Mussolini; un rotolo unito con un elastico. La manicure frugava ancora nella borsetta, per trovarci qualche indicazione per restituire la borsa, quando la bella signora bruna rientrò affannata. «Ho lasciato la mia borsa?» - chiese con accento romano. Il giorno dopo, a bassissima voce, tutto il lago si confidava la grande novità. L'ospite della villa segreta non poteva essere che la bruna signora che si era fatta ondulare la sera avanti: e quella signora non poteva essere che Claretta Petacci.
Altre tre volte, prima che la repubblica di Salò crollasse nella fuga finale, la bella signora bruna fu vista, la sera, sul lungolago, e una di quelle sere prese un aperitivo in un bar. Ma nessuno la udì mai parlare. Qualcuno disse che per due notti, nella grande quiete del lago, si era udita una voce di donna piangere e singhiozzare, dalla villa. Non si seppe altro. Quando Claretta partì il 20 aprile per la via che doveva portarla a Milano e da Milano alla fucilazione di Dongo31, nessuno la vide.

La repubblica di cartapesta, foderata coi biglietti da mille dell'inflazione, tremava in tutte le sue fragilissime fondamenta. La Germania cedeva sotto ai colpi delle due offensive e del martellamento dell'aviazione. Mussolini, dalla Villa Feltrinelli, aveva proclamato che la valle del Po sarebbe stata difesa fino all'ultimo casolare. La segreteria del Partito era stata trasferita a Milano, nella città del fascio primogenito. I ministeri avevano ancor più frazionato i loro uffici, in attesa, dicevano taluni, di trasferimenti in blocco a Milano, che avrebbe dovuto diventare la capitale dell'ultimo assedio. Ma, tra Salò e Gargnano, tra Desenzano e Fasano, si ostentava la più grande sicurezza. I prefetti e i gerarchi vivevano sempre più pericolosamente perché alcuni per raggiungere i loro uffici, dovevano spostarsi sotto alla mitraglia che dal cielo falciava spietatamente le strade. Ogni giorno c'era da fare un lungo censimento di macchine colpite e incendiate.
I pezzi grossi vivevano col fiato corto. Solamente adesso si confidavano con le mogli: - «Ma non farti capire per carità!» - e confessavano che era giunto il momento di aver paura, di pensare a organizzare la fuga e i nascondigli, e imprecavano contro i superiori che non avevano ancora provveduto ai documenti falsi. C'eran dei pazzi che pensavano di vender cara la pelle, di ritirarsi con le forze repubblicane in Valtellina, e di là sconfinare in Svizzera! Piani malamente architettati nell'ultimo quarto d'ora, perché nella repubblica di Salò l'ottimismo era stato obbligatorio, perché parlar di prudenza, di ritirata, di fuga poteva costare un colpo di rivoltella nella nuca. Erano lunghi colloqui notturni, nelle villette e nelle baite, mentre alla mattina dopo le mogli, per non destare sospetti, dovevano mostrarsi sul lungolago e al barino col più bel sorriso e ordinare ancora all'uomo della borsa nera la carne per tutta la settimana: qualche chilo di polpa e di filetto che forse non si sarebbe fatto a tempo a mangiare.
Furono le settimane dei frettolosi trasferimenti di conti correnti, degli appelli a lontani parenti trascurati fino allora e nelle cui case cercar riparo. Si cominciò a parlar di conventi dove, per pietà cristiana, qualcuno avrebbe potuto trovar rifugio, di suore che avrebbero potuto ospitare la moglie e le figlie di qualche gerarca. Qualcuno partiva in gran fretta per Milano, e cercava, sul mercato clandestino, monete d'oro. Il marengo, nella repubblica di Salò, fu pagato anche 12.500-13.000 lire. Tutta la vita stava in un taschino di gilè. La repubblica aveva l'acqua alla gola. Le V.3 e le V.4 non si facevano più vive; le racchette da tennis venivano buttate via rabbiosamente. Le belle dattilografe si presentavano alla cassa dei ministeri a chieder lo stipendio anticipato, e supplicavano, coi begli occhioni un po' impauriti e i bei seni affannati dal batticuore, di venir liquidate. I mariti erano lontani, i fidanzati e gli amanti non si sapeva se sarebbero tornati il sabato, perché la mitraglia si faceva sempre più fitta. I ragazzini non andavano più a scuola, e nessuno si occupava di loro se non facevano i compiti. Le nonne dicevano il rosario. Mussolini era sempre a Gargnano. Dicevano che era tranquillo, che aveva fatto requisire una grande villa accanto a Monza, e che aveva voluto un bagno di porfido. Doveva esser ben sicuro del fatto suo se aveva tempo e voglia di far sostituire una vasca di maiolica con una vasca di porfido! Se era così tranquillo lui, perché dovevano essere pessimisti gli altri? I ministeri repubblicani continuarono a evadere pratiche, a battere a macchina relazioni, a ordinare le ultime rappresaglie, gli ultimi arresti. I capi divisione si sentivan le ossa rotte come da una febbretta. Certi ammazzasette32 parlavano, con voce dolce e sommessa, dei loro figli: dissero che tutto quello che avevan fatto l'avevan fatto per assicurare il pane ai figli, e facevano un segno con la mano per indicare la statura dei bambini, e speravano che il tizio con cui parlavano fosse, segretamente, un partigiano.
Dopo venticinque mesi di vita la repubblica di Salò stava dunque per morire. La linea gotica era stata sfondata. Bologna liberata, le armate anglo-americane erano vicine al Po. Dov'era Mussolini? Partito? Scomparso? Nascosto? Dicevano che fosse andato a Milano, non si sapeva se per trattare la resa o per fuggire, o per suicidarsi al Covo33. Partita Claretta, partita «donna Rachele34», partiti i ministri, lasciando le scartoffie come se avessero dovuto ricomparire all'indomani. Partiti anche, nottetempo, molti ragazzini che avevano frequentate le scuole pubbliche del Garda e che, alla mattina, non risposero all'appello e che non si sarebbero mai più presentati con la giustificazione per l'assenza.
Possibile che tutto finisse così, lasciando nell'aria appena un odor di benzina di automobili in fuga nella notte? Possibile che la repubblica sociale crollasse mentre ancora il 24 Hitler telefonava a Mussolini il suo messaggio di certezza nella vittoria? Anche il 24, anche il 25, i ministeriali non mancarono all'ufficio. Non c'era un gran che da fare. Le dattilografe si limavano le unghie e andavano alla finestra per guardare quegli stormi d'argento che passavano nel cielo serenissimo. Si diceva che gli inglesi avevano passato il Po a Ferrara e puntavano su Verona «Cosa stiamo a far qui!» - si domandavano gli impiegati. Ma partire era impossibile. Non c'erano più automobili, non c'erano più autocarri, non c'erano più carrette. Non c'erano che dei mitra inutili e dei reticolati inutili che sarebbero stati ben presto cancellati. Una cosa sola non sarebbe stata cancellata: il cimitero militare di Morgnaga. Anche le sigarette della razione tripla cui avevano diritto tutto gli affigliati alla tremenda baracca erano finite. Il quartier generale di Hitler il 22 non aveva emanato per la prima volta il consueto bollettino. Il cuoco della foresteria del ministero degli esteri era sparito. La passeggiata dei mutilati e dei convalescenti tedeschi sul lungolago era stata interrotta.
Il 26 mattina, dopo qualche ultimo disperato notturno tentativo di fuga, la repubblica di Salò era finita. La selvaggina grossa era scappata, e alla riviera del Garda era risparmiata ogni visione di sangue. La capitale in villeggiatura trovò le finestre dei ministeri e delle ville spalancate al vento che, venendo dal lago, faceva sventolare sui tavoli delle loro eccellenze, come in segno di resa, le bandierine bianche dei fogli delle pratiche.
Il lago di Garda è vecchio, è vecchio come tutti i laghi nati dai ghiacciai della preistoria, che ne han viste tante. Ben poco, in confronto ai grandi cataclismi della geologia, era questo piccolo, sparuto, sanguinoso e grottesco movimento di uomini cui aveva dovuto assistere, dalle sue rive ombreggiate dal logoro mantello d'argento degli ulivi. Disse in ogni modo il lago: «Mi toccava di veder anche questa!…».


1 Arnold Böcklin (1827-1901), pittore svizzero
2 (1887-1959), diva del cinema muto
3 Benito Mussolini
4 Ante Pavelić (1889-1959), politico fascista croato. Il riferimento è alla sparatoria avvenuta nel parlamento di Belgrado il 20 giugno 1928
5 Gabriele D'Annunzio (1863-1938)
6 Gabriele D'Annunzio
7 La villa di Gardone Riviera
8 Sigla di Motoscafo Armato S.V.A.N. (Società Veneziana Automobili Nautiche). Generalmente interpretato come Motoscafo Anti-Sommergibile e anche Motoscafo Armato Silurante. D'Annunzio ne fece l'acronimo del motto Memento Audere Semper (Ricorda di osare sempre)
9 Nave collocata nella collina all'interno del parco
10 David Herbert Lawrence (1885-1930), scrittore inglese
11 D'Annunzio
12 Lawrence
13 Celebre la battaglia di Marsa Matruh tra il 26 e il 29 giugno 1942 durante la seconda guerra mondiale
14 Albert Kesselring (1885-1960), generale tedesco
15 Geheime Staatspolizei, polizia segreta tedesca
16 Ente Nazionale Italiano per il Turismo
17 Schutz-Staffel, polizia speciale tedesca
18 Mussolini era stato liberato dalla prigionia sul Gran Sasso
19 Il riferimento è ai luoghi di ritrovo romani
20 Pietro Badoglio (1871-1956), fu capo del governo dopo le dimissioni di Mussolini, dal 27 luglio 1943 per 45 giorni
21 (1907-1979), celebre attore cinematografico del tempo
22 Missile balistico utilizzato dalla Germania in diverse versioni al termine della guerra: la sigla deriva dal tedesco Vergeltungswaffe, "arma di rappresaglia", anche se il nome tecnico era Aggregat
23 (1888-1965), celebre tenore, interprete della canzone spagnola di José Padilla Sánchez
24 Paul Joseph Goebbels (1897-1945), gerarca nazista, giornalista
25 Opera difensiva tedesca lungo gli Appennini, approssimativamente da Viareggio a Rimini
26 L'Unione Cinematografica Educativa, società per la diffusione cinematografica
27 Agenzia di stampa, proprietà della Repubblica Sociale
28 partecipanti alla fondazione dei Fasci italiani di combattimento, il 23 marzo 1919 a Milano in piazza San Sepolcro
29 Corpo militare della Repubblica Sociale intitolato a Ettore Muti (1902-1943)
30 Eraldo Monzeglio (1906-1981)
31 In provincia di Como
32 spacconi
33 Prima sede del quotidiano fascista Il Popolo d'Italia a Milano
34 Rachele Guidi (1890-1979), moglie di Benito Mussolini

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