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    Pezzi di storia

Banditi e grida
di Marino Cassini

la berio – gen/apr 1970

Tratto da "Banditi, «Bounty Killers» e teppisti nella Genova del XVI secolo (da un manoscritto conservato presso la Biblioteca Berio)"

Molto spesso, sia nelle gride delle armi e ancor più in quelle dirette a reprimere il banditismo che allora imperava nelle terre del Dominio, ci si imbatte nel termine bandito. Oggi la parola bandito ha acquisito una sola accezione, quella cioè di malvivente, mentre il senso vero della parola s'è perso immagine col mutare delle condizioni politiche e sociali. Bandito, nel Cinquecento, significava uomo messo al bando dalla legge, ribelle di fronte all'autorità costituita, per cui il legislatore, quando nelle gride usava tale termine, non si riferiva solo ai briganti, ai ladri, agli assassini, ai grassatori, ma includeva pure quel gruppo di capi di fazioni locali che, pur esiliati, non avevano accettato di passare i confini e s'erano imboscati trovando ricetto presso amici compiacenti e compagni di fede. Il Pessagno1, nel suo studio sul banditismo nella Riviera di Levante, ha posto acutamente in evidenza questo stato di cose accennando alle «parentele» che le continue vicende dei partiti nei secoli XIV e XV avevano fatto nascere e prosperare.
«L'esistenza di queste "parentele" - scrive il Pessagno - non manca di costituire un fenomeno singolare, caratteristico della nostra storia. Il Capitanato era come suddiviso in tanti nuclei di tribù autonome, salvo il riconoscimento formale del Governo della Repubblica. Ed ecco come le "parentele" si erano formate nel nostro entroterra. Chiavari confinava con gli antichi feudi dei Fieschi fino al 1547. Le relazioni di molte famiglie locali con i feudatari avevano creato una vasta rete d'interessi, d'indole politica, ma più ancora economica, al di qua dei confini. Col progresso del tempo altre famiglie si erano aggregate, per ragioni di sicurezza, alle prime . … Le "parentele" vivevano la loro vita: i conflitti d'interessi - inevitabili - richiedevano qualche volta l'impiego della violenza: alle offese contro le persone e contro le cose si rispondeva, da parte a parte, con la vendetta e con le rappresaglie. …
Le possibilità del Governo di contrastare una simile situazione erano scarse; nessuno voleva suscitare vespai maggiori di quelli esistenti, né alcuno poteva disporre di una forza armata tale da opporsi con successo alle imprese dei banditi. Il Governo poteva solo emanar bandi, far promesse e sperare di assistere allo spettacolo dei banditi l'un contro l'altro armati. Il ricordo dantesco di un Filippo Argenti che «in sé medesmo si volvea co' denti» dovette certo suggerire al legislatore l'idea di impiegare nella lotta contro il banditismo i banditi stessi: una specie di cura omeopatica sui generis, insomma.
La grida dell'aprile del 1578 non lascia dubbi sulle intenzioni del legislatore, il quale, costretto ad ammettere le difficoltà nello stroncare le «catterve et compagnie dei banditi et luor scelerati» che continuavano ad infestare il Dominio, autorizzava e rendeva legale la creazione di una figura analoga, se non simile, a quella che spesso oggi ricorre nel cinema western americano e che va sotto il nome di «bounty killer» (colui che uccide banditi per riscuoterne la taglia). Il bounty-killer americano dà la caccia ai banditi per lucro, quello delle gride lo faceva per scrollarsi di dosso il bando. In virtù della legge, infatti, si prevedeva che qualsivoglia bandito ammazzasse un suo pari rimanesse esente dal bando in cui fosse incorso, ancorché il precedente delitto fosse maggiore di quello «commesso per il bandito ucciso», a condizione però di ottenere «la pace della parte offesa conforme a quel che ne dispongono gli ordini e gli statuti predetti e le novi leggi rispettivamente senza la qual pace non s'intendeva poter venire a liberatione et remissione alcuna». Ci si dovette, però, accorgere subito che la limitazione imposta dalla «pace» era d'ostacolo agli scopi da perseguire perché nella stessa grida il legislatore, oltrepassando la limitazione, trovava una scappatoia, se non legale, almeno assai efficace per invogliare coloro che volessero attenersi a quella disposizione pur di scrollarsi di dosso una pena che li teneva fuori della società: «quando… non havessero ottenuto la pace - spiega la grida - se li concederà … largo e libero salvacondotto per un anno di potersi trattenere nel D.nio della Rep.ca in questo modo, cioè se quel tale che haverà ammazzato il bandito sarà della riviera di ponente possi stare nei luoghi della riviera di levante, et quando sia della città possi stare nell'una e l'altra riviera come meglio li tornerà comodo purché in ogni caso non s'appropinqui a questa città né al luogo o luoghi dove habitano gli offesi da lui per il spatio ai vinti miglia.»
Gli stessi vantaggi si estendevano pure a coloro che consegnavano un bandito vivo nelle mani della giustizia; ne erano, invece, esclusi i banditi «per delitto d'offesa maestà così divina come humana», chi avesse ucciso un giusdicente della Repubblica o della «Casa o Compere di San Giorgio», nonché i parricidi, i matricidi, i falsari.
Per quanto riguardava, l'intervento nella lotta del libero cittadino, e al fine anche di invogliarlo a prendervi parte, venivano concessi premi in denaro che variavano (grida del 22/10/1580) da duecento scudi d'oro a cinquanta a seconda dell'importanza dell'ucciso (nella grida veniva fatto un elenco degli individui messi al bando, diviso in quattro classi in base alla pericolosità), pagabili «subito et senza una. minima dilatione dati in contanti.»
La lotta, inoltre, avveniva senza esclusione di colpi coinvolgendo talora anche innocenti i quali rischiavano di venir privati dei loro beni, salvo un rimborso che, giudicando a posteriori, ci pare molto problematico. E' il caso della grida del 30/9/1578 nella quale veniva contemplata la posizione di coloro che davano ricetto ai banditi, ospitandoli e alloggiandoli per un tempo più o meno breve. E' .da .credere che le disposizioni di legge avrebbero dovuto sortire effetti immediati, dato che in esse si prevedeva la distruzione sino alle fondamenta delle case «contaminate», e che la piaga si restringesse alquanto, ma, alla luce dei fatti, le disposizioni rimasero solo sulla carta. Era frequente il caso in cui le abitazioni dove i banditi avevano trovato ricetto non appartenessero a chi vi alloggiava e la logica presupporrebbe che, in tal caso, il padrone non fosse da coinvolgersi nella pena, ma, a quanto detta il bando, la legge rimaneva sorda e inflessibile e la casa veniva ugualmente distrutta. Spettava, poi, al locatore richiedere i danni all'inquilino il quale, ovviamente, nella maggior parte dei casi non era in grado di soddisfare la richiesta. Ammettiamo pure che il legislatore avesse preveduto, in tal frangente, l'intervento della cittadinanza che doveva ripartirsi il debito tassando gli uomini «di anni 17 sino in 70 solamente», non sappiamo, però, se e come tale rimborso fosse accettato e messo in atto.
L'intento di coinvolgere tutto un gruppo sociale col fine di «tenere il luogo netto da simili ribaldi» risulta pertanto evidente, tanto più che il legislatore giungeva persino (in contrasto con bandi precedenti) ad autorizzare chiunque ad impugnar «contro di loro le armi (per) scacciarli, prenderli et ammazzarli», ma il rimedio dovette abortire col passare del tempo. A dimostrazione di ciò basta il confronto fra le gride pubblicate il 15/12/1578, il 22/10/1580 e il 12/6/1581. In tutte viene proposto un elenco di banditi, 15 nella prima, 100 nella seconda, oltre 100 nella terza, il cui numero in crescendo è una chiara prova che la legge, nonostante le sue promesse, non veniva tenuta in conto alcuno, dando così ragione alla massima che dove le leggi abbondano, ivi il male trionfa.
Di alcuni banditi nominati nelle tre gride suddette, e i cui nomi ricorrono in tutte, si trova menzione nel già accennato volumetto del Pessagno là dove l'autore scrive che tra le bande degli stradaioli «si distinguevano un Massa, un Cervero, ed un malvivente famoso che rispondeva al soprannome di «Paramino» e poco oltre: «Il Commissario confessa però di preoccuparsi molto di certo Stefano Bertero, detto «il Sciorello» e specialmente del «Paramino», il più infame delinquente, autore di quaranta omicidi.» Ancora altri nomi ricorrono nello studio del Pessagno, ma conviene con lui concludere che è opportuno stendere un velo su quel periodo così travagliato in cui, come su un immenso schermo, si vedevano «il bagliore degli incendi, le ombre dei banditi correre sui dirupi, urlando il feroce grido di guerra: Carne! Carne! Ammazza! Ammazza!… mentre il sinistro martellare delle campane risvegliava gli echi dell(e) vallat(e) … e là, nella Cancelleria di Cittadella, di fronte all'armadio di quercia intagliata, le teste dei banditi schizzate di sangue, con le occhiaie ingrommate di sale … (spiccavano quali) spaventosi trofei della caccia all'uomo.»


1 Giuseppe Pessagno, I banditi della Fontanabuona - 1578-1581, Estratto dagli Atti della Società Economica di Chiavari, 1939

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