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    Pezzi di storia

Ellis Island e l'emigrazione italiana in America
di Giovanni Vigna Dal Ferro

L'Illustrazione italiana – 22 agosto 1897

Un incendio, causato, dicesi, da una scintilla elettrica nella notte del 15 dello scorso giugno distrusse completamente il grandioso fabbricato degli uffici di emigrazione, costruito alcuni anni sono dal Governo federale sull'isoletta chiamata Ellis. Fortunatamente, per questo incendio, non si ebbero come al Bazar de mappa Charité, a Parigi, a deplorare vittime umane. E' certo però che la notizia di quest'incendio ha avuto e doveva avere un'eco in tutti i paesi del globo, perché su quelle poche centinaia di metri quadrati passarono milioni d'individui provenienti da ogni parte del mondo, perché ognuno sa che gli Stati Uniti furono nell'ultimo quarto di secolo il libero scarico della esuberante produzione umana che dai vecchi continenti e specialmente dall'Europa emigrava in America. I paesi che davano e danno tuttora il maggior contingente sono la Germania, l'Italia, la Gran Bretagna, i paesi scandinavi, ed ultimamente, dopo la persecuzione patita, gli ebrei russi e polacchi.
Giudicando dallo sviluppo preso da quest'emigrazione negli ultimi anni si poteva congetturare che l'Unione Americana avrebbe raggiunto prima della fine del secolo una popolazione di cento milioni, ma un bel giorno l'esodo di questi emigranti fu arrestato con una legge del Congresso Federale, approvata tre anni sono dal presidente Cleveland. Questa legge aveva lo scopo, se non di impedire, almeno di diminuire l'emigrazione, scoraggiando molti di coloro che desideravano cercare fortuna su quei lidi.
Permettetemi quindi che sulle ceneri ancora fumanti del fabbricato di Ellis Island, che come l'Araba Fenice risorgerà più bello fra qualche mese, intrattenga i vostri lettori. All'abbandono del vecchio Castle Garden, che per terza trasformazione (era alla metà del secolo il teatro dell'Opera) è ora convertito in un aquarium, il governo decise di erigere un ampio locale per gli emigranti, e fu scelta questa isoletta della baia qual nuovo punto di sbarco degli emigranti. Veramente ho detto male, dicendo punto di sbarco; avrei dovuto dire una tappa che non sempre conduce alla meta desiderata, una specie di Purgatorio donde qualche volta, invece di andare al Paradiso del sognato nuovo mondo, si è condannati a ritornare all'Inferno del vecchio.
Per dare un'idea più esatta di quello che era e che sarà Ellis Island e quali siano le norme che regolano il permesso dello sbarco degli emigranti, invito i miei lettori a fare con me una visita all'isola. Si partiva con un battello che faceva gratuitamente il servizio ogni ora dal Barge Office, dagli italiani chiamata Batteria. Si rasenta alla distanza di circa un centinaio di metri la grandiosa statua della Libertà, e dopo pochi minuti, scesi dal battello (sul quale si sentono parlare tutte le lingue vive del mondo) si entrava nel vasto fabbricato che era nello stesso tempo rifugio, ospedale, tribunale e prigione pei poveri emigranti. Al pian terreno c'è l'ospedale per gli ammalati e i dormitori per coloro che sono detenuti in aspettativa del giudizio che deve liberarli o farli rimpatriare. Al primo piano, il tribunale, gli Uffici del Commissariato, una sala pel pubblico, le Agenzie per la vendita dei biglietti, il cambio del denaro, un piccolo restaurant, ecc. Nella vasta camera a sinistra dell'entrata c'è l'ufficio di protezione e informazione per gli emigranti italiani.
Di tutti i paesi europei l'Italia fu la sola che ebbe finora il privilegio di impiantare un ufficio, il quale fu promosso ed ottenuto per iniziativa e l'influenza di S. E. il barone Fava, nostro ambasciatore a Washington. Questo ufficio fondato tre anni sono dal prof. Oldrini, è attualmente diretto dal cav. Egisto Rossi, il quale colla sua esperienza ed autorità ha saputo rendere grandi servigi ai nostri connazionali. Debbo in questo momento deplorare coll'egregio dott. Rossi la totale perdita del suo archivio, una preziosa collezione di scritti e documenti statistici che egli colla pazienza e l'abilità di un economista aveva raccolti e compilati.
Queste cifre, fornitemi da lui un mese fa circa, basteranno a provare la mia asserzione, l'utilità cioè dell'ufficio italiano. Nell'anno 1896 gli italiani giunti a Nuova York furono 67.581 (50.321 maschi e 17.260 femmine), il doppio circa dell'emigrazione venuta nei 12 mesi antecedenti. Quest'eccessiva emigrazione si verificò specialmente nei tre mesi di marzo, aprile e maggio dello scorso anno, i quali portarono a questi lidi nientemeno che 48.450 italiani, mentre con tutti gli altri paesi d'Europa messi insieme, non si arrivò che a 50 mila. Il motivo di questa febbre emigratrice bisogna cercarla nelle conseguenze della malaugurata guerra d'Africa, perché molti temevano di essere chiamati o richiamati sotto le armi. Difatti una buona parte di questi emigranti furono trasportati con vapori non appartenenti a compagnie regolarmente stabilite, quei vapori che gli americani chiamano tramp-steamers e che salpano generalmente da porti francesi. Mi ricordo anche che allora un giornale americano, uno di quelli che son sempre pronti a gettare lo scredito sul nome italiano, non si peritò di affermare che il maggior danno causato dalla guerra foto italo-abissina non l' ebbe né l'Italia, né l'Abissinia, ma l'America - per la straordinaria quantità di mafiosi italiani, venuti ad insudiciare il paese, il paese aggiungo io che dalle coste del Labrador a quelle del Brasile fu scoperto tutto da italiani quali Colombo, Americo Vespucci, i fratelli Caboto e Francesco Verazzani, il quale per primo visitò questa baia.
Malgrado l'agglomerazione d'italiani ad Ellis Island (che in quel momento sembrava diventata un'isola italiana) mi piace ripetere l'affermazione del Commissario dott. Senner, che non ebbe mai a lamentare alcun disordine, e questa è certo la migliore risposta alle intempestive ed insidiose accuse del giornale a cui ho sopra accennato.
Ma ritorniamo alle cifre. Nonostante il rigore esercitato dai Commissari, dei 67 mila venuti in quell'anno, ne vennero rimandati soli 1.267, nemmeno cioè il 2 %, mentre si può con certezza asserire che a molto più sarebbe salita questa cifra senza il patronato dell'Ufficio italiano. E' strano e doloroso però il fatto che dopo che l'ufficio italiano sì alacremente ed utilmente si adopera onde sia rimandato il minor numero possibile d'italiani succeda spesso che parecchi di costoro ritornino dopo qualche mese per tentare d'essere rimpatriati a spese del governo americano, valendosi della concessione che questo fa in favore degli individui affetti di malattia incurabile, o per coloro che furono incapaci di trovare lavoro nel loro primo anno di soggiorno in America.
Il Governo cerca naturalmente ogni mezzo per sottrarsi a una spesa che diventerebbe gravissima, se dovesse contentare tutti quelli che reclamano il beneficio di tale disposizione, e per gli inganni a cui tale concessione ha dato luogo. Ricordo un fatterello, che serve ad illustrare la cosa. Qualche tempo fa una donna si presentò all'Ufficio, chiedendo di esser rimpatriata, perché rimasta vedova e senza lavoro, e presentando anche una fede di morte dell'uomo che diceva essere stato suo marito. Le venne quindi concesso il rimpatrio e fu accompagnata al battello da un impiegato dell'isola. Nel frattempo il marito, vivo e sano come un pesce, avvertito in tempo, si era procurato l'imbarco sullo stesso battello, sicuro di aver ottenuto gratis quello della moglie. Vedendo giungere la moglie le corse incontro per rallegrarsi della riuscita del loro giochetto, quando l'impiegato che l'accompagnava, accortosi del tranello, riportò a terra la donna cui denunziò alla polizia come spergiura, e che certamente fu condannata a guardare il sole a scacchi per parecchio tempo. Quando si tratta di ammalati, spesso succede che dopo qualche giorno d'osservazione all'ospedale dell'isola l'individuo è rimandato in città e il pover'omo allora non ha altra risorsa che ricorrere al suo Consolato od a qualche Società di beneficenza per chiedere un soccorso che spesso viene rifiutato.
E' una vera disgrazia, dirò anche una vergogna nostra, che fra tante società di navigazione francesi, tedesche ed inglesi che fanno un servizio diretto fra New York e i porti italiani del Mediterraneo non ci sia una linea italiana, che, oltre agli altri vantaggi, offrirebbe anche questo di rimandare i disgraziati connazionali, ai quali, benché meritevoli di soccorso, viene per una ragione o un'altra negato il mezzo del rimpatrio. Fra le società esistenti debbo fare però onorevole menzione della nuova linea Atlantic, iniziata e diretta dai signori C. B. Richard e C., 61 Broadway New York, i quali non rifiutano mai di favorire un povero italiano che voglia rimpatriare e che possa provare esser egli destituito dei mezzi.

L'isola Ellis si trova nella baia di New York, alla foce del fiume Hudson.
La superficie di poco più di un ettaro (100 x 100 metri) era un tempo rifugio di pirati: deve il suo nome al proprietario Samuel Ellis che l'acquistò nel 1785. Alla sua morte fu ceduta allo Stato federato di New York, che costruì un forte per la difesa dai pirati.
Per gestire l'aumento dell'immigrazione, l'1 gennaio 1892 vi fu trasferito il centro per la loro accoglienza. Vi transitavano i passeggeri di terza classe mentre quelli di prima e seconda, più abbienti e affidabili, erano soggetti a un semplice controllo a bordo della nave.
L'edificio dedicato all'immigrazione fu raso al suolo da un incendio nelle prime ore del mattino del 15 giugno 1897, ma fortunatamente non vi furono vittime. Il 17 dicembre 1900 fu inaugurato l'edificio ricostruito.
Il declino di Ellis Island iniziò nei primi anni '20, quando dopo la Prima Guerra mondiale gran parte dei controlli fu affidata ad ambasciate e consolati USA sparsi nel mondo.
Utilizzata come prigione, fu infine chiusa nel novembre 1954.

Anche sull'asserzione di molti giornali, che la nostra emigrazione sia la più povera, c'è da ribattere colle prove alla mano. Dalle somme che gli emigranti debbono possedere per ottenere lo sbarco e che spesso sono obbligati di cambiare all'ufficio di cambio dell'isola, si ha per l'anno scorso un totale di dollari 571.464, cioè circa tre milioni di lire nostre. Ma questa somma è molto al di sotto del vero, e certamente essa non rappresenta che un terzo della somma da loro portata.
Ma supponiamo sempre che il fabbricato esista. Per essere condotti a traverso questo moderno labirinto, mi rivolgo al cav. Rossi e da lui vengo presentato al dott. Senner il commissario federale, e al dott. Wheeler direttore dell'ospedale, che mi fanno gli onori di casa delle loro rispettive sezioni. Per gustare ed apprezzare una visita all'isola bisogna aver la fortuna di capitarci in un giorno d'arrivo di parecchi vapori, ond'io, informato del fatto, scelsi il giorno in cui sbarcavano gli emigranti di sei bastimenti, due dal Mediterraneo, uno da Amburgo, due dall'Inghilterra e uno dalla Norvegia. Gli emigranti vengono trasportati all'isola dai dock dei loro rispettivi vapori per mezzo di grossi battelli e sotto la sorveglianza di impiegati federali, perché fino al momento della liberazione è loro proibito di mettersi in comunicazione con chicchessia. Capirete quindi quanto grande fosse l'interesse che si offriva al mio sguardo, nel vedere quella massa di gente venuta dai quattro punti cardinali d'Europa, gridare, chiamare, apostrofare, per cercare coll'avidità di chi ha lungamente aspettato, ma nulla comprendendo di questo inaspettato trattamento e solo addolorata di non vedere il viso di persona cara e desiderata, perché in lei sta la speranza di esser presto tolto da quella nuova torre di Babele.
Per regola generale, gli emigranti, dopo essersi procurato in qualche maniera il denaro del viaggio, credono di trovare al loro arrivo in America il lavoro pronto; altri vengono qui, perché vi hanno parenti ed amici, i quali avevano in addietro guadagnato e spedito risparmi alle loro famiglie; altri invece per avere ricevuto lettere che promettevano loro lavoro sicuro e lucroso. Ora parecchi, giunti in vista del paese sognato, anzi dopo aver toccato col piede la terra della libera America, si veggono messi in prigione e minacciati di essere rimandati al luogo delle loro sofferenze, alla patria volontariamente abbandonata, senza che possano immaginare il motivo di questa esclusione. - I casi, pei quali la legge rifiuta all'emigrante lo sbarco, sono parecchi; e malgrado che le compagnie di emigrazione e specialmente quelle di navigazione, a cui carico sta il ritorno degli individui rimandati, abbiano l'obbligo e l'interesse di non imbarcare individui soggetti ad essere rimpatriati, si può contare che sulla totalità degli arrivati ci sia circa il 2 % di persone rimandate. E' naturale che la legge provveda che ad individui affetti da malattie contagiose, o storpi, ciechi, sordomuti, pazzi ed idioti, a miserabili mendicanti, a condannati a pene infamanti nel loro paese, non venga accordato lo sbarco; ma quello che a prima vista non si capisce e che fa credere la legge ingiusta, è che un individuo robusto, intelligente e sano, e provvisto di mezzi pecuniari e già provveduto di lavoro, mettendo piede sul suolo americano, debba esserne respinto. Si direbbe anzi che questo individuo dovrebbe essere la persona più utile, più desiderabile, perché esso non offre il pericolo di dover essere mantenuto a carico dello Stato e della pubblica beneficenza, ma pure è così. Il motivo di questa legge bisogna cercarlo nello spirito protezionista che vige in questo paese. Citerò due esempi che con due altri diedero la spinta alla votazione della legge. Un grande fabbricante di scarpe volle ridurre il salario dei suoi operai; questi fecero sciopero, ma qualche giorno dopo un equivalente numero di operai giunse dall'Europa a sostituire gli scioperanti. Un altro caso simile fu organizzato da un intraprenditore di lavori pubblici, il quale sostituì con braccianti venuti da Napoli quelli che avevano lasciato il lavoro per diminuzione di paga. Contro questa guerra fatta dal capitale alla mano d'opera, le società operaie americane, le Trades-Unions, stante l'influenza politica delle loro confederazioni, ottennero la votazione di questa legge, la quale è intesa a proteggere il lavoro americano, ma che in fine è una ingiusta e flagrante violazione del diritto personale.
Ma basta di queste considerazioni ed io sarei contento se da queste i futuri emigranti imparassero a non dire delle corbellerie venendo in America. Ed a maggiormente imprimere l'importanza di quanto ho esposto, vi dirò l'impressione di quanto io stesso ho veduto al tribunale, al quale si entra dopo aver attraversato una sala divisa in tanti scompartimenti con griglie o gabbie in ferro per impedire che i detenuti possano passare da un recinto ad un altro.
Gli emigranti, sui quali cade dubbio, sono introdotti uno dopo l'altro davanti al giudice, che seduta stante giudica e manda, e la sentenza è solo appellabile all'Ufficio Centrale di Washington, che agirebbe come una Corte di cassazione. Questo però ben raramente disdice l'operato del Commissario di Nuova York, a meno che l'appello non sia raccomandato dal Commissario stesso che si sia persuaso, dopo il verdetto del tribunale, che l'individuo era .stato condannato a torto.
Il tribunale, o board; è composto del giudice e di due assistenti, che coll'aiuto di un interprete fanno l'interrogatorio all'emigrante. Le domande che gli vengono rivolte versano sulla quantità di denaro che esso possiede, se egli ha parenti, quali sono e dove abitano; cosa viene a fare in America, se ha già lavoro o se viene a cercarne. Queste e altre simili domande sono poi fatte alla persona indicata dall'emigrante, quale suo parente, onde stabilire l'identità della persona e l'esattezza delle cose esposte dall'emigrante stesso.
Il sistema del cosiddetto cross examination è qualche volta una trappola in cui l'emigrante cade e che spesso lo conduce, per paura di cader in contraddizione, a dir delle bugie, magari contro il proprio interesse. Il miglior consiglio da dare agli emigranti è quello di dire la verità, niente altro che la verità. Se uno ha già un buon affare contrattato, la cosa migliore che possa fare in quel caso è di venire in prima o seconda classe, che costa circa il doppio di quanto paga un emigrante in terza, perché allora egli sbarca all'arrivo, e non ha a sottostare ad interrogatori, né a subire altre seccature.

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