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"Charlie Hebdo" e il "politically incorrect"

"Sino a dove il politically incorrect può spingersi prima di divenire un contenitore di incondivisibili volgarità e di affermazioni mendaci?"
Va da sé che il riferimento è a quanto accaduto a Parigi nella sede di "Charlie Hebdo" dove una dozzina di redattori, tra critici eterodossi, vignettisti satirici e professionali fumettisti antisistema sono stati freddati da furiose scariche di kalashnikov loro indirizzate da un paio di sedicenti "giustizieri" del verbo coranico di professione salafita e di militanza jihadista.
Un'intera comunità di osservatori e di commentatori irriverenti spazzata via d'un sol colpo; una famiglia epocale di analisti corrosivi e giudici impietosi ma mai negati al divertimento proprio e altrui tolta brutalmente alla società civile che l'aveva, nel bene o nel male, generata: il potere incruento ma sottile e penetrante della penna che diviene simbolo irridente a difesa della libertà di pensiero e d'espressione, messo in forse da un fenomeno eversivo tendente all'imposizione di regole impostate e condivise solo da frange rabbiose e agguerrite di una umma (Comunità Universale Islamica) che ne è prevalentemente estranea e se ne chiama fuori pubblicamente.
Eppure v'è più d'un esponente del concerto europeo delle nazioni che ha sollevato forti obiezioni circa l'opportunità e la liceità di infrangere le regole non scritte ma "fondamentalmente e naturalmente condivise" che attengono al politicamente corretto nell'ambito delle comunicazioni e dei rapporti umani primari, negando o sottraendo spazio a condotte ritenute non consone, inappropriate e disdicevoli in quanto veicolate nelle forme dello sberleffo, del sarcasmo e del grottesco.
Un sorprendente (ma neanche tanto a ben vedere) Financial Times non s'è peritato di stigmatizzare il comportamento "editorialmente stupido" (sic) e impertinente dei giornalisti/vignettisti di "Charlie Hebdo" sostenendo, in un suo editoriale di ieri, che il buon senso suggerirebbe di astenersi dall'attaccare l'Islam. Il buon senso, au contraire [anzi NdR], gli ha suggerito di fare una precipitosa e clamorosa marcia indietro editando una seconda versione riveduta e corretta. Il vignettista danese Kurt Westergaard, che aveva suscitato un vespaio disegnando Maometto con una bomba nascosta nel turbante, ha confessato d'aver abbandonato il mondo dei media sostenendo che "siamo tutti nel mirino: basta censure sull'Islam" ha sentenziato. Michel Houellebeck, scrittore, saggista e sceneggiatore francese non ha trovato di meglio che, in un pallido tentativo di riproposizione de "Lo Scontro di civiltà" di Samuel Huntington, coniugare i suoi "denti" (dents pronunciato alla francese) con il termine musulmano "Ramadan" in un azzardato quanto improbabile rimario, intendendo significare, con la contestuale uscita del suo ultimo libro "Sottomissione", che "il fantasma più angosciante per la società francese di questi giorni è un Islam trionfante che ha ragione per vie democratiche di una civiltà giudaico-cristiana ormai estenuata, spossata dall'Illuminismo e dal fardello di libertà che pesa su ogni essere umano… Meglio la sottomissione, allora, delle donne all'uomo e di tutta la società ad Allah".
Nel contesto d'un non fantasioso confronto epocale che dalla satira politico-religiosa sta varcando i confini d'un conflitto dagli aspetti millenaristi, il raffronto tra ciò che è bollato come politicamente scorretto e ciò che, all'opposto, conserva almeno nell'ambito dell'informazione il crisma dell'etica comportamentale, si fa sempre più insidioso e rastremato.
Umberto Eco con il suo "Il nome della rosa" seppe a suo tempo mettere in forte risalto gli esiti distruttivi conseguenti all'applicazione letterale e intemperante da parte di pochi orridi conversi di quell'anticultura venefica che si ammanta e si nutre del negazionismo e dell'avversione alla filosofia aristotelica significata dal primato della Commedia (ovvero dalla primazia del riso, della satira e del mimo) su qualsivoglia altra forma di accoglienza o di rigetto di tutto ciò che è ingannevole ed esecrabile:

"… Trattiamo ora della Commedia (nonché della satira e del mimo) e di come suscitando il piacere del ridicolo essa pervenga alla purificazione di tale passione… Definiremo dunque di quale tipo di azioni sia mimesi la commedia, quindi esamineremo i modi in cui la commedia suscita il riso, e questi modi sono i fatti e l'eloquio. Mostreremo come il ridicolo dei fatti nasca dalla assimilazione del migliore al peggiore e viceversa… come il ridicolo dell'eloquio nasca dagli equivoci tra parole simili per cose diverse e diverse per cose simili, dalla garrulità e dalla ripetizione, dai giochi di parole, dai diminutivi, dagli errori di pronuncia e dai barbarismi…"

In ultima analisi il politicamente scorretto sembrerebbe essere "limitato" (ci si consenta questa immodesta relativizzazione) a tutto ciò che configura un atteggiamento oltraggioso, calunnioso, diffamante e gratuitamente dannoso in quanto non rispondente al vero, oppure ricorrente, come nella fattispecie della casistica presa in esame, addirittura a forme sfacciate di immotivata blasfemia: la sola accusa che, se razionalmente provata, potrebbe non costituire un pretesto troppo capzioso per un attacco alla libertà d'espressione. A parere di alcuni censori parrebbe poter incorrere in questa opinabile creanza un certo cosiddetto "integralismo laico" laddove alcune iperboli visive di sua produzione si ponessero lo scopo di farsi beffe, a prescindere, d'un diverso credo religioso indipendentemente da suoi eventuali patenti gigantismi autoritativi espressi in forma violenta o anche solo minacciosamente pretenziosa.
Per converso, tanto per fare un esempio tra i più facili, c'è da domandarsi se la pretesa di molti paesi occidentali, fari di cultura, di esportare la "loro" democrazia con le armi, configuri per caso un contegno degno del più esemplare ed edificante "politicamente corretto". Ma è questione, questa, che va ben ad là dei discussi prodotti della comunicazione.
Ergo, sino a quando barriere tanto virtuali quanto solo soggettivamente applicabili non avranno avuto ragione della violenza, del'ipocrisia, della corruzione dilaganti, lasciamo che sia la penna della satira pungente e del sarcasmo inerme a determinare i valori d'una condanna e d'un rifiuto espressi con la serenità che deriva dalla consapevolezza della ragione.
Sempre meglio che aprire il giornale e godere delle impunite imprese di Boko Haram [organizzazione terroristica jihadista nigeriana NdR].

[© Vittorio Civitella 2015]

[11/1/15]


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