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Ma le gare fanno male alle spiagge?
di Gabriele Cardullo1 e Maurizio Conti2

La Repubblica - 19 settembre 2021

Negli ultimi giorni vari articoli apparsi sulla stampa hanno sottolineato l'intenzione del Presidente del Consiglio di risolvere l'ormai annoso problema della disegno mancata applicazione in Italia della cosiddetta Direttiva Bolkestein, che prevede l'utilizzo di procedure ad evidenza pubblica per il rinnovo di autorizzazioni relative all'utilizzo, a scopo di turismo balneare, del demanio marittimo.
La mancata trasposizione dei principi della Direttiva è costata, negli anni, diverse procedure di infrazione al nostro Paese, con una messa in mora alla fine dello scorso anno. Il Presidente Draghi dovrà scontrarsi però con gran parte delle forze politiche che, negli anni, hanno giustificato la loro ritrosia all'applicazione della Direttiva ricorrendo a diverse argomentazioni, alcune delle quali molto stravaganti.
Tra queste, spicca una dichiarazione, nel marzo scorso, del sottosegretario alle politiche agricole, secondo il quale l'accesso al mare non costituirebbe una risorsa scarsa, cosa che renderebbe il comparto balneare non soggetto alla Direttiva. Questa dichiarazione è davvero strabiliante, in un Paese con oltre 12 mila concessioni per stabilimenti balneari (+12.5% dal 2018) e una percentuale di costa in concessione di circa il 50%, ma con punte che arrivano al 70% proprio nella nostra Regione (con alcuni comuni che giungono al 90%), come rimarcato recentemente da Legambiente. Il tutto a fronte di canoni demaniali ridicoli che hanno garantito allo Stato incassi per circa 115 milioni di euro nel 2019, lo 0.7% del fatturato del comparto, pari a circa 15 miliardi annui (Nomisma): per capirci meglio, in molti stabilimenti il costo del canone viene ripagato in una domenica di normale lavoro.
Il risultato è duplice: non solo risulta difficile trovare una spiaggia libera (in Liguria, anche in presenza di una Legge regionale che prevede che ogni comune debba garantire il 40% di spiagge libere), ma il settore pubblico ottiene solo le briciole dallo sfruttamento intensivo del demanio marittimo. Occorre infatti ribadire che la principale attrattività del servizio offerto dagli stabilimenti balneari consiste nell'accesso al mare, che è un bene demaniale.
In altre parole, la presenza di un canone irrisorio consente al concessionario di appropriarsi della rendita oligopolistica associata al controllo di un fattore scarso, l'accesso al mare. La gara per il rinnovo delle concessioni rappresenta la modalità con cui il settore pubblico potrebbe riappropriarsi di tale ingente rendita, e destinarne il ricavato a fini ambientali, come il contrasto all'erosione delle spiagge.

Quali sarebbero le controindicazioni di una applicazione estensiva delle gare per il settore, spesso avanzate dagli operatori e richiamate nel dibattito politico? Ne abbiamo raccolte tre.
La prima, riguarda i rischi occupazionali associati agli incrementi dei canoni demaniali. Ci sembra una copertura dei costi di produzione, nonché un compenso per il rischio imprenditoriale e la rendita. Il livello attuale dei prezzi rispecchia quindi il potere oligopolistico delle imprese balneari, permettendo loro di massimizzare il profitto.
Nella procedura di gara i partecipanti saranno disposti a offrire un ammontare pari alla rendita di cui godranno una volta stabilito il prezzo di oligopolio, che però non cambia in quanto i costi di produzione del servizio non sono cambiati, poiché il canone è solo un costo di accesso al mercato. Ma se i prezzi non variano, non varierà neppure la domanda e quindi l'effetto sull'occupazione dovrebbe essere molto contenuto. foto
Ovviamente, a calare saranno i margini di profitto delle imprese balneari, a meno che non riescano a ridurre i costi, ad aumentare la qualità o a fornire nuovi servizi a valore aggiunto.
Il secondo argomento riguarda l'ingresso di grandi gruppi, anche stranieri. Il timore ci sembra esagerato. Infatti, nei paesi dove le gare si svolgono con regolarità non si è assistito ad alcun ingresso di grandi gruppi; inoltre, è possibile limitare il numero di concessioni in una certa area locale; infine, la teoria economica suggerisce che il gestore uscente, avendo una migliore conoscenza sia dei costi che della dinamica della domanda a livello locale, è di solito avvantaggiato rispetto a potenziali entranti, che riuscirebbero a vincere la gara solo in presenza di una significativa maggior efficienza: in altri termini, molte gare finirebbero probabilmente con l'attuale gestore confermato, se ragionevolmente efficiente, anche in assenza di clausole di favore.
Infine, le gare determinerebbero la mancata remunerazione degli investimenti dei gestori uscenti in caso di subentro, e quindi il sotto-investimento negli anni immediatamente precedenti il rinnovo.
Questa preoccupazione, pur fondata, ci appare tuttavia risolvibile. Ci sembra sufficiente imporre al gestore subentrante l'obbligo di corrispondere all'uscente il valore residuo del fondo ammortamento, come d'altronde accade in tutti i settori nei quali si applica la concorrenza per il mercato. D'altra parte, le gare vengono svolte in settori complessi, capital intensive, nei quali il valore residuo degli asset potrebbe discostarsi da quello contabile, come nella distribuzione del gas: non è chiaro perché non si possa applicare ad un settore poco "complesso" come quello degli stabilimenti balneari.

Al di là del valore economico del settore, l'applicazione della direttiva Bolkestein rappresenta a nostro avviso una cartina di tornasole dell'impegno a lungo termine del Paese a intraprendere una serie di riforme strutturali che potrebbero consentire di innalzare il tasso di crescita, così rendendo credibile la sostenibilità del nostro enorme debito pubblico, questione scomparsa dal dibattito politico, ma che prima o poi potrebbe riaffacciarsi.


1 professore associato di Politica Economica presso il Dipartimento di Economia, Università di Genova
2 professore Ordinario di Politica economica presso l'Università di Genova

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