Testata Gazzetta
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La calata dei "vivamaria" su Chiavari
di Mario De Marco

Il Mare – 13 + 20 + 27 maggio + 8 giugno 1939

Vedi anche l'articolo della Gazzetta del 5 luglio 2018 "Viva Maria!: la controrivoluzione nel Levante"

L'insurrezione democratica chiavasse contro l'oligarchia dei nobili, che dal 1528 governava la repubblica genovese, scoppiò il mattino del 24 maggio 1797 nella chiesa dell'Orto, dove i tumultuanti, non senz'aver prima tentato di dar campana a martello (i Carmelitani avevan tagliate le corde!…), divelsero le lapidi dei vivamaria frati, asportarono dal coro la statue di S. Giovanni e S. Teresa, collocarono un'epigrafe sulla porta maggiore e fecero dipinger sull'organo lo stemma Chiavari!
Il 3 giugno, Luigi Simonetti, detto il «Marocco», propose d'istituire la guardia civica agli ordini di diciotto ufficiali con venticinque uomini ciascuno. A tal fine, il 5 giugno, si svolse nell'oratorio di Sant'Antonio Abate (nell'attuale Via S. Antonio) un'adunanza che ebbe anche un effetto imprevisto.
Domenico Franzone, commissario del Governo da Recco a Moneglia, aveva deciso per quella notte l'arresto dei cinque più accaniti repubblicani chiavaresi, ma la siffatta adunanza intimorì siffattamente i quaranta sbirri ch'egli aveva riuniti in casa sua a Lavagna, e i cento che teneva di riserva a Moneglia, da costringerlo a rinunciare agli arresti, non solo per quella notte, ma anche per l'avvenire.
Che festa attorno all'«albero»
Il 15 giugno, ricorrenza del «Corpus Domini», giunse a Chiavari, nel pomeriggio, la notizia che a Genova slava trionfando la democrazia e che tutti i cittadini eran divenuti eguali davanti alla legge. I chiavaresi, uomini e donne, si abbracciarono, e danzarono fino a tarda ora. Il giorno dopo piantarono l'«albero della libertà» - un fusto di cipresso sormontato da un berretto frigio di latta rossa e dalla bandiera genovese - sulla piazza della Cittadella (attuale piazza Carlo Alberto), sulla piazza S. Francesco (attuale piazza XX Settembre), sulla piazza dell'Orto e sul piazzale di Rupinaro, facendo un bel falò delle leggi municipali. Nel frattempo si radunavano nella sala degli ufficiali in «Caruggio dritto», centocinquanta capi famiglia per scegliere otto concittadini da spedire a Genova a fraternizzare col governo provvisorio genovese. Furon prescelti il medico Carlo Garibaldi, l'avv. Francesco Torre, il «borghese» Rolando Ginocchio, il sensale G.B. Brignardello, il marinaio Benedetto Puccio, il commerciante d'olio G.B. Lagomaggiore, il «borghese» Antonio Daneri e il «pattiere» o negoziante di tessuti Paolo Sanguineti (i tre ultimi di Rupinaro).

Nel pomeriggio venne cantato il «Te Deum» in S. Giovanni e il «Magnificat» nella chiesa dell'Orto, dove l'Arciprete di S. Giovanni, don Giuseppe Cocchi, tenne un discorso di circostanza. Alla fine della cerimonia religiosa l'avvocato G.B. Botto lesse al popolo, in piazza dell'Orto, i nomi dei suddetti rappresentanti del popolo, che vennero acclamati davanti all'«albero della libertà».
Il 17, gli otto delegati chiavaresi partirono a cavallo per Genova, dove il giorno seguente fraternizzarono col governo provvisorio, il cui Presidente Giacomo Brignole diede un abbraccio fraterno all'oratore Antonio Daneri. Lo stesso giorno i chiavaresi condannarono al rogo il… ritratto del loro concittadino Davide Vaccaro, ex doge genovese, e dispensarono cinquecento lire ai poveri.
Il 22, i nostri delegati eran di ritorno a Chiavari con una scorta di duecentoventi soldati, che si spinsero fino a Lavagna, dove ricevettero un rinfresco che costò ben novecento lire (il vino si pagava un soldo all'amola, e cioè poco più d'un soldo al litro!). Con essi venne a Chiavari Andrea Gambino, che si stabilì fra noi in qualità di commissario del Governo. Il 23, in piazza S. Francesco, i delegati ragguagliarono il popolo su la loro missione.
Intanto il governo provvisorio genovese, dove Chiavari era rappresentata dai suoi figli Anonio Mongiardini, medico, e Giulio Cesare Bacigalupo, colonnello, aboliva fra l'altro l'jus primæ noctis, pel quale tutte le giovanette, prima di andare a marito, dovevan presentarsi al feudatario, che poteva tenerle a sua disposizione per tre giorni; indi le mandava al marito. Il 3 luglio, il governo sopprimeva la gabella sul grano e quella sul vino bianco nostrale; il 5 liberava tutti gli schiavi turchi. A Genova, durante una grandiosa manifestazione di giubilo, una giovanetta raffigurante la Libertà infranse, sulla piazza della Libertà, le catene agli schiavi turchi, dicendo loro di riferire in patria i sentimenti d'umanità della risorta Repubblica genovese.
Vin di Leivi a piacimento
Il 28 luglio, Andrea Gambino, commissario del Governo, elesse la commissione centrale di Chiavari. Amministrazione centrale: Carlo Garibaldi di cap. G.B., medico; Antonio Daneri di Giovanni, notaio, di Rupinaro (già membri della «delegazione degli otto»); Giacomo Turio di Antonio, negoziante; don Vincenzo Lagomaggiore, prete di Rupinaro; Camillo Cesena di G.B., «borghese»; Costanzo Amelio Rezza, avvocato di Lavagna; Nicola Rivarola fu Ben. notaro.
Municipalità: Sanguineti Paolo di Gio. Antonio, «pattiere» (già degli «otto»); Benedetto Repetto fu G.B., «borghese»; Antonio Comotto fu Francesco, «pattiere»; Lagomaggiore Bernardo fu Carlo, bottegaio; Giovanni Lertola, farmacista; Gio. Raggio fu Nicola, «fidelaio» o pastaio; Domenico Gasaldo fu Andrea, negoziante d'olio, delle Saline; Giuseppe Sanguineti detto il «Cesarino», di Rì. Giudici civili e criminali: Gaspare Ravenna di Luigi, di Lavagna, giudice civile; Tomaso Vaccarezza fu Giacomo, di Graveglia, giudice criminale.
Giudici di pace: Rolando Ginocchio fu Pier Lazzaro (già degli «otto»); G.B. Repetto fu Nicola, abate.
Il commissario Gambino stabilì inoltre una forza armata di mille cinquecento uomini, agli ordini di Emanuele Costa fu Bonifacio, capo della forza armata; Giacomo Vaccarezza fu Antonio, capo battaglione; Pietro Torre fu Nicola, aiut. gen. Capitani; G.B. Brignardello, detto il Baciollo da sciabra, già degli «otto»; Andrea Reta, G.B, Falcone, Bartolomeo Cappa, Nicolò Descalzo, Ambrogio Ravenna, Giuseppe Celle, Luca Sanguineto di Giuseppe, Lorenzo Daneri di Gio., Bartolomeo Cafarello, G.B. Copola, Nicola Bianchi e Sebastiano Raffo.
Il 1 agosto, l'Amministrazione Centrale variò il nome delle strade ed alle piazze. «Caruggio dritto» divenne «Via retta»; Via Ravaschieri, Via Ligure; Vico dei Bighetti, Vico della Carmagnola, proposto dal «centrale» Nicolò Rivarola; Via Rivarola, Via del Popolo; Piazza della Cittadella, Piazza Nazionale; Piazza S. Francesco, Piazza della Libertà; Piazza dell'Orto, Piazza del Popolo, nomi proposti dal «centrale» Carlo Garibaldi; la Piazza delle Saline, Piazza dell'Uguaglianza; la piazza di Rupinaro, detta fin'allora del Bazzone, Piazza della Concordia, alludendo all'unione di quella Comune a quella di Chiavari; e la Cittadella, Palazzo Nazionale.
I feudi dei monti liguri - che contavano novantasei parrocchie con centoventicinquemila anime, aderirono alla nuova Repubblica, e il 6 agosto, sessanta loro deputati parteciparono alle feste genovesi per la Costituzione del Popolo Ligure, pubblicata il giorno innanzi. Anche a Chiavari, il 6 agosto, grandi feste. Preceduto dalla Banda, un imponente corteo - il cui aspetto più interessante era costituito da una giovinetta assai graziosa e discinta, che raffigurava a meraviglia la libertà! - uscì dall'Oratorio di S. Francesco (sull' attuale Piazza XX Settembre), e dopo avere percorse tutte le vie cittadine, fece ritorno in Piazza S. Francesco o della Libertà, davanti all'«albero», adorno di bandiere, cinto di quercia e d'alloro e protetto alla base da una superba scorta di… botti di vin di Leivi, dove chiunque poteva attingere a piacimento. A sera, sfarzosa illuminazione delle finestre e di Piazza della Libertà, che gareggiava col meriggio in isplendore, e balli e canti a suon d'orchestra e di diverse coppie di fisarmoniche.
In Fonatanabuona come in Vandea
Ma ben presto cominciarono i guai. Col pretesto che la Costituzione del popolo ligure violava la religione, l'Arcivescovo di Genova mons. Lercari, coadiuvato da mons. Antonio Schiaffino, vicario, da don Lambruschino, prevosto delle Vigne, e sopratutto dall'abate dott. Giacinto Mazzola di Levanto, fece scoppiare il 4 settembre 1797, d'intesa coi parroci e coi principali ex nobili, la controrivoluzione. Quasi tutte le valli della Riviera di Levante, fra cui le nostre Fontanabuona e Sturla, insorsero.
In Fontanabuona – dove, con l'aiuto della Duchessa di Parma, che forniva schioppi, viveri e cartucce, il movimento controrivoluzionario era stato predisposto da don Pietro Leverone, che si firmava «comandante di Fontanabuona» e dai suoi nipoti Emanuele e Francesco, dal notaro De Martini di Lorsica, dagli Arata di Pianezza, da Pasqual'Antonio D'Aste e figli, tra cui Luigi, prete, di Castelletti di Certenoli, da Tomaso Ginocchio fu Francesco e figlio Giuseppe di Carasco, da prete, G.B. Devoto, pure di Carasco, da frate Piuma, che si diceva «apostolo della religione», e da Paolo Bacigalupo, che si chiamava «generale di Carasco» - la miccia della rivolta fu accesa, nel pomeriggio del 3 settembre, sul piazzale di S. Maria di Camposasco, roccaforte dei Peirano, dove l'arciprete di S. Rufino di Leivi, don G.B. Lagorio, tenne una allocuzione incendiaria.
Nel pomeriggio del giorno dopo, il suono delle campane a martello chiama a raccolta i villici. Chi esita, dicendo che sarebbe meglio dedicarsi alla vendemmia, vien minacciato di morte e di saccheggio. In breve, un esercito di contadini armati di schioppi, sciabole arrugginite, picozze, zappe e forconi, si mette in marcia, scortato da numerosi parroci e preti e accompagnato dalle donne, alla volta di Chiavari - sempre al suono delle campane a martello - che si diffonde animatore di colle in colle. Sul petto d'ogni villico spicca una coccarda bianco-rossa (i colori genovesi) con una M, iniziale del sacro nome della Vergine.
Poco dopo, l'esercito dei vivamaria - così definiti dal loro grido dì battaglia: «Viva Maria!…» - è maestoso, tremendo, apocalittico.
La mala siesta di Gambino
All'annuncio dell'improvviso fenomeno, il commissario Gambino - che stava sonnecchiando e facendo il chilo in Cittadella o Palazzo Nazionale - si stropiccia gli occhi, afferra la sciarpa del suo grado, si precipita per le scale, salta sul barroccino, e vola, con intenzioni pacificatrici, incontro ai villici.
A Pian di Queglia avviene l'incontro; ma i villici, senza obiettar parola, afferrano il Gambino, lo legano, e lo mettono in testa al corteo, fra i labari di S. Luigi e S. Teresa, nuove insegne di combattimento. Anche l'arciprete di S. Giovanni Battista, don Cocchi, assieme all'abate Repetto, giudice di pace, e a prete Antonio Bancalari, si reca incontro ai «vivamaria»; ma a Ri, sull'attuale piazza Sanfront, non può far altro che qualche timida raccomandazione.
Alle 22, i villici, in numero di circa diecimila, entrano a Chiavari in forma trionfale (le donne intonano le litanie!), compiendo, come primo atto, quello di scrostar le targhe dei nuovi nomi delle strade e persino i numeri delle case! In Piazza della Libertà (attuale Piazza XX Settembre), atterrano l'«albero», non senz'aver obbligato il commissario Gambino a dare il primo colpo d'accetta. Quindi si portano in Piazza della Cittadella o Nazionale, dove abbattono l'«albero», sfondano il portone del Palazzo Nazionale, e liberano i prigionieri.
Nel dar fuoco all'«albero», servendosi delle tavole del portone e dei libri della Municipalità, gli scalmanati voglion gettare nelle fiamme Emanuele Costa - capo delle guardie civiche - che hanno sopraffatte facilmente. Ma un villico azzarda che sarebbe meglio fucilarlo! All'istante si forman due partiti, l'uno pel rogo, l'altro per la fucilazione; mentre il fuoco si spegne, ed Emanuele Costa se la svigna sano e salvo, anche se le gambe gli fanno Emanuele, Emanuele!…
Non meno bella se la vide l'avv. G.B. Botto, Segretario della Municipalità. Scovato, nell'osteria dello «Spollino», dove cercava nascondersi fra barili e damigiane, venne afferrato e condotto di peso sulla Piazza Nazionale, dove due villici, prendendolo l'un per le braccia, l'altro per le gambe, si misero a dondolarlo allegramente, facendo atto di scaraventarlo nel fuoco. Fortuna volle che in quel momento passasse - reduce dalla Chiesa dell'Orto, dove aveva benedetto le… armi degli insorti, ospitati con entusiasmo dai Carmelitani - l'arciprete Cocchi, che interruppe il brutto scherzo. Terribili scolari di… Sancio Pancia!
Infine, col pretesto di scovare i membri della «Centrale», che avevan preso il largo da varie ore, i «vivamaria» si diedero all'assalto delle case dei repubblicani, saccheggiandone una cinquantina, fra cui quelle del «centrale» Carlo Garibaldi e dell'abate Repetto, giudice di pace, quello stesso che - con l'Arciprete Cocchi - si era recato incontro ai villici nell'intenzione di addomesticarli!… Per individuar le abitazioni dei repubblicani, i villici gridavano: «Ciaeo! Ciaeo!…», obbligando i casigliani a spalancare ed illuminar le finestre, in modo da distinguer subito gli appartamenti chiusi dei fuggitivi. Si badi che i «vivatmaria» chiamavan «giacobino» ogni compaesano o chiavarese da-naroso, facendolo oggetto d'estorsioni e, ricevendo per tutta risposta, il lusinghiero epiteto di «eroi dell'armata villana ladra volontaria»! La sarabanda durò tutta la notte.
La mattina seguente - dopo aver proceduto in Piazza dell'Orto alla nomina di un quadrumvirato, composto dell'avv. Luca Botto, dell'avv. Tomaso Vaccarezza, del notaio Gerolamo Copello, e del maestro elementare Lorenzo Raffo fu Settimio, di Rupinaro, e dopo aver proclamato «generale in capo» il Bacigalupo, «generale di Carasco» - i villici – restituite le donne alle lor case a scaricarsi della refurtiva e spedita una feluca carica di pane e vino alla volta di Rapallo - ripresero - «general» Bacigalupo in testa - la marcia verso Genova, per far piazza pulita dei democratici e ripristinar l'antica oligarchia dei nobili.

Partiti la mattina del 5 settembre 1797, pieni d'entusiasmo e di speranza, alla volta di Genova, per ristabilirvi l'antico governo dei nobili, i villici, come giunsero in vista di Quinto, oppressi dal sonno e dalla stanchezza, si gettarono tutti a terra nei campi, e si addormentarono profondamente, in attesa che i «vivamaria» del Bisagno e della Polcevera, già padroni delle fortezze, occupassero la Superba. Informati, al risveglio, che i bisagnini e i polceveraschi le avevan buscate di santa ragione, e che a Chiavari si stavan preparando le stesse accoglienze per loro, s'affrettarono a far ritorno in Fontanabuona, dove giunsero cadenti dalla fame. Così, il giorno 7, la controrivoluzione dei «vivamaria», che aveva recato alla nostra città un danno di circa cinquantamila lire, poteva dirsi completamente finita. Nondimeno, il 9, arrivarono da Genova cinquecento volontari, che, agli ordini del giovanissimo capitano francese Lavieux, fecero, in numero di quattrocento, una sortita a Carasco, dove s'impadronirono dei beni di Paolo Bacigalupo, «generale dei vivamaria», e in Fontanabuona, dove arrestarono sessanta rivoluzionari, in maggior parte sacerdoti, e disarmarono i villici, inviando a Genova, su feluche, l'11 settembre, 1200 schioppi, e di ottobre, in quattro volte, altri 1250.
I grossi guai dei «vivamaria»
Il 5 ottobre venne fucilato alla «cava» di Genova, Paolo Bacigalupo; e il 21, come complici degli insorti, vennero, dal nostro consiglio militare, composto di Pietro Mongiardino, Gaspare Ravenna di Lavagna e Antonio Raffo di Reppia, inviati a Genova i Carmelitani dell'Orto, che la sera del 4 settembre, come ricorderete, avevano accolti i villici nella chiesa, dove l'arciprete Cocchi aveva benedette le armi! Il 1 novembre furon condannati alla fucilazione dallo stesso consiglio, i capi dei «vivamaria» Tomaso Ginocchio e suo figlio Giuseppe di Carasco; don G.B. Devoto, pure di Carasco; e don Luigi D'Aste di Pasqual'Antonio, di Castelletti di Certenoli.
Il governo genovese decretò inoltre che le parrocchie insorte dovessero pagare i danni. I maggiori danneggiati erano il commissario Andrea Gambino; il medico Carlo Garibaldi, membro dell'Amministrazione Centrale; l'abate G.B. Repetto, giudice di pace, e fratelli; Emanuele Costa e Andrea Reta, rispettivamente comandante e capitano della guardia civica; l'avv. G.B. Botto, segretario della Municipalità; l'avv. Filippo Torre, già della «Delegazione degli Otto»; Rolando Zenoglio, Repetto Zaccaria, Domenico Rivarola, Vincenzo Bottegi, Domenico Daneri, Franco Mongiardino, Pietro Mongiardino, Giuseppe Merlano, Francesco Massa di Rupinaro, e la Cittadella o palazzo nazionale! Il conto esorbitante presentato da Vincenzo Bottegi, che voleva undicimila lire, fece sì che i «Centrali» Vincenzo Lagomaggiore ed Antonio Daneri scrivessero al governo genovese per metterlo in guardia, sicché nessuno dei postulanti venne risarcito, ad eccezione dei Bottegi, che ricevette duemilacinquecento lire, e del commissario Gambino, che ne ricevette cinquecento.
Nel 1798, le nostre chiese, in ottemperanza alla legge che espropriava l'oro e l'argento di proprietà ecclesiastica, salvo l'indispensabile al culto, diedero due rubbi d'oro e dieci rubbi d'argento per un valore di centocinquantamila lire e versarono seimila lire per riscattare qualche suppellettile.
Il 22 maggio dello stesso anno, per la festa della Rigenerazione della Repubblica, furono solennemente ripristinati gli «alberi della libertà»: quello di Piazza S. Francesco o della Libertà, su un gran piedestallo in muratura, adorno di scalinate, artistici putti e iscrizioni. In cima all'albero, che era alto cento trenta palmi, spiccava un gran berretto frigio e sventolava una maestosa bandiera genovese. Al centro, un bel cerchio di bandiere più piccole: francese, romana, cisalpina, olandese e svizzera. Il tutto costava cinquecento trenta lire.
Alla festa della Rigenerazione parteciparono quattrocento cittadini militarizzati, o «miliziotti», che, al mattino, dopo aver percorsa tutta Chiavari, convennero ai piedi del grandioso albero della Libertà, dove, agli ordini del loro capo Nicolò Rivarola, giurarono fedeltà alla Repubblica. Nel pomeriggio, assieme alla forza pubblica, i «miliziotti» fecero, in Piazza dell'Orto, un lungo esercizio a fuoco. A sera, gran luminaria cittadina.
Il 29 maggio fu tolta la campana del boia, che era sulla cittadella e suonava quando avveniva un'esecuzione capitale. Pesava 18 chili. Gettata a terra, non s'infranse. Quindi fu tolto il sostegno in ferro per la corda del boia.
Il 14 giugno, Bartolomeo Cappa e Giuseppe Cella, capitani della forza pubblica, si recarono a Genova, per invito del Direttorio, che desiderava essere accompagnato da due capitani d'ogni giurisdizione nel corteo della festa nazionale. I due capitani chiavaresi portavan seco una grande bandiera di seta su cui si leggeva, a caratteri d'oro: «Entella». Il 16 giugno, di ritorno a Chiavari, la bandiera fu accolta dalle salve di fucileria di quarantadue armali e restituita solennemente alla Municipalità nel palazzo nazionale.
Una nuova rivolta?
Il 21 agosto fu rinvenuta presso la portineria dei Francescani, in Piazza delta Libertà, una lettera anonima, diretta a Vincenzo Rezzasco, nativo di Vernazza, dal 9 giugno 1798 commissario del governo in sostituzione dell'infortunato Gambino. La lettera avvertiva che fra quattro giorni sarebbe scoppiata, in Fontanabuona, una nuova rivolta, e soggiungeva che i controrivoluzionari, forti di duecentosettanta schioppi e di sedici chili di polvere, disponevano di molti complici a Chiavari. Ma non successe nulla.
A dicembre fu esiliato l'arciprete di S. Giovanni Battista, come uno degli organizzatori della famosa contro-rivoluzione dei «vivamaria».
Nel 1799 furono sciolte le confraternite e adibiti gli oratorii ad usi civili: quello di S. Antonio (nell'attuale Via S. Antonio), a dogana; quello di San Francesco (nell'attuale Piazza XX Settembre), a quartier generale; quello della Valle (odierna Casa del Combattente), a circolo e poi a teatro; e gli altri, a scuola per bimbi o a magazzino. Fu soppresso anche il Convento dei Carmelitani dell'Orto.
Tomaso Ginocchio, di Carasco, condannato il 1 novembre 1797 alla fucilazione dal consiglio militare chiavarese come uno dei capi della rivolta dei «vivamaria», venne, dopo diciotto mesi di prigionia, assolto il 18 aprile 1799, quale vittima di calunnie, nonostante le accuse concordi e corrispondenti di ben sessanta testimoni. Ciò in virtù degli aiuti di un capoccia genovese della rivolta.
Il 26 giugno, certo G.B. Devoto detto il «Miscetta», condannato anch'egli alla fucilazione per la «settembrata», e poi assolto, venne a Chiavari, dove aggredì nella sua abitazione, tentando d'ucciderlo, Emanuele Costa - comandante nella forza pubblica. Tratto in arresto fu liberato nel 1801. Finì poi in galera per furto.
Come si vede, in margine all'attività rivoluzionaria dei villici, fioriva il brigantaggio. Gaetano Devoto, detto il «Bachetti», nativo di Rupinaro, piccolo di statura, ex-calzolaio, si rendeva famoso per le sue imprese di capobrigante. Basti dire che egli, appena ventiduenne, aveva già commesso tanti omicidi quanti gli anni della sua vita! Imponeva contribuzioni, viveva da gran signore, e si vantava di voler sterminare tutti i repubblicani. In occasione della rivolta del 4 settembre 1797, egli aveva invitati a Chiavari ben cinquanta banditi delle vicinanze. Il 27 giugno 1799, alle prime tenebre della sera, egli aggrediva, colpendolo con una pugnalata al basso ventre, il maggiore Giacomo Vaccarezza fu Antonio, capobattaglione della guardia civica, uno dei migliori repubblicani. Pare che il cap. Bartolomeo Cappa, subordinato del Vaccarezza, si fosse lasciato sfuggire che il suo superiore aveva tentato d'uccidere il Devoto: donde l'atroce vendetta. Il povero Vaccarezza morì tre giorni dopo, il 30 giugno, alle 4 del mattino.
All'alba del 22 agosto 1799, trionfanti per la vittoria di Piacenza su Napoleone, arrivarono da Sarzana e da La Spezia, dov'erano entrati in luglio, gli austriaci, che abbatterono gli «alberi della Libertà» e nominarono una reggenza composta di antidemocratici, e cioè del medico Fortunato Massa; dell'avv. Luca Botto, processato per la controrivoluzione; del tenente colonnello Giacomo Copello; del medico G.B. Scribanis; di don G.B. Devoto; del medico Andrea Repetto; e di Gio. Luca Sanguineti, Giuseppe Castagnino, G.B. Garibaldi, Stefano Celle, Giacomo Casaretto, Lazzaro Canepa, G.B. Solari, Gregorio Brignole, Francesco Podestà, Pier Lazzaro Pizzorno, Giuseppe Gaialdo, Bartolomeo Copello, Giovanni Raggio, Luigi Celle. Cancelliere: Scanderback.
Toh, chi si rivede!…
In questa circostanza rifulge un'altra volta il genio militare dei «vivamaria». Imbaldanziti per l'arrivo degli austriaci, i contadini si rifan vivi e si schierano sui monti di Zoagli per tagliar la ritirata ai fuggiaschi. Ma il generale francese ricorre ad uno strattagemma: spedisce per la strada di Leivi e il castagneto di S. Lorenzo un'avanguardia di soli trentadue uomini alla volta di Montallegro, con l'incarico di fare un gran strepito di tamburi, mentre egli, col grosso dell'esercito, prende la strada delle Grazie. Credendosi accerchiati, i «vivamaria» se la danno a gambe in un baleno.
All' entrata degli austriaci, il parroco di Rupinaro, Domenico Bacigalupo, che fino allora si era spacciato per repubblicano, si tolse la maschera, dicendo al popolo dall'altare: «E' pur finita questa maledetta democrazia! E' pur finita, o mio diletto popolo di Rupinaro! Posso, alfine, parlarvi col cuore!».
Per prima cosa, il medico Fortunato Massa, capo della reggenza testé nominata dagli austriaci, portò al generale Klenau, baron d'Asprè, comandante degli austriaci, la lista dei suoi concittadini repubblicani, perché divenissero oggetto di vessazioni. Ma il generale Klenau la respinse aspramente, dicendo che egli faceva la guerra ai francesi e non ai repubblicani liguri, e tanto meno alle opinioni! Pel tramite della Duchessa di Parma, che aiutava, come abbiamo visto, il movimento dei «vivamaria», il barone d'Asprè fu posto in cattiva luce presso il generale Dott, che gli fece sorprendere e sequestrar le carte. Il general Klenau si difese, e giurò di bruciar le cervella al dott. Massa, ma non ne ebbe il tempo, ché dovette partire. Non miglior sorte ebbe il tenente Zell. Al ritorno dei francesi, il medico Massa cambierà aria sollecitamente.
Il 15 gennaio 1800, anche per aver sparlato degli austriaci, fu tratto in arresto da Tonelli, ufficiale austriaco, e rinchiuso nella torre della Cittadella il famigerato «Bachetti», autore di ventitré omicidii, fra cui quello del maggiore Vaccarezza. Condotto a Sestri Levante, il «Bachetti» venne fucilato il 24 dello stesso mese sulla spiaggia, poco lungi dal castello. Il confessore si fece dare i quattrini rubati e, trattenute duecento lire per le Messe, li consegnò alla madre e alla sorella del brigante, che versavano in misere condizioni.
Dopo il «Bachetti», fra' Diego!
Certo più commiserevole fu la sorte di padre Diego Argiroffo, francescano. Fra' Diego, ultrasettuagenario, il più esemplare e caritatevole dei frati chiavaresi, animato da sentimenti repubblicani, che non esitava a manifestare, venne, il 12 aprile 1800, sabato santo, tratto in arresto dagli austriaci nel suo convento (dove sono oggi le Scuole Elementari Femminili), sotto accusa d'aver detto, in San Francesco, nel «battere i giudei»: «Oh, fosse in tal modo… suonato l'Imperatore di Austria, che ha invaso Chiavari!…»
Le accuse dei suoi confratelli, che mal tolleravano i sentimenti del vecchio frate, in modo speciale quelle di padre Anselmo, del telaio Gerolamo Copello e di certo Geronimo Bonfiglio, fecero sì che il malcapitato fra' Diego, dopo alcuni viaggi da Chiavari a Genova, venisse, la mattina del 1 maggio 1800, condotto a coda di cavallo, fra le ingiurie di quanti lo indovinavano repubblicano, sul Monte Fasce, e quivi, per ordine del tenente generale Gotsen, fucilato. Il venerando frate, mezzo sordo e cieco per gli anni, dopo la lettura della sentenza, esclamò: «Dio mi ha dato la vita, i suoi nemici me la tolgono: pace!» Gotsen cadrà sul campo il 24 giugno a Marengo, che costringerà gli austriaci a evacuare la Liguria, Lombardia e Piemonte in tutta fretta. Cultore di storia, fra' Diego lasciò, tra le sue carte, una cronaca chiavarese.
Durante i dieci mesi di permanenza a Chiavari, e cioè dal 22 agosto 1799 al 1 luglio 1800, gli austriaci riuscirono ad estorcere centomila lire. Tassarono trenta famiglie per mille lire ciascuna. I loro agenti si facevan pagare da otto a sedici lire un passaporto di mare o di terra per andar fino a Lavagna, Sestri Levante o Rapallo.
Poco prima della partenza degli austriaci, fece ritorno a Chiavari, dopo sei mesi d'esilio, l'arciprete Cocchi, in virtù d'una petizione del medico Fortunato Massa, reggente austriaco; di Leonardo Falcone, sensale; di «Moricatta» Paggi, camallo; e di «Biscotto», pescivendolo, che si eran portati in giro a raccoglier firme.
Scappati gli austriaci, tornarono i francesi. Il 28 giugno 1800 mossero da Genova alla volta di Chiavari. Da S. Margherita e da Rapallo li preannunciarono le campane a martello, suonate dai loro amici. I francesi calarono anche nella Fontanabuona, e nella chiesa di Panesi sorpresero il parroco intento a catechizzar contro di loro i villici. Per tutta risposta, minacciando di dar fuoco alla chiesa, i soldati spogliarono uomini e donne di quant'avevan di buono indosso. Poi, mentre la truppa si rimetteva in cammino, un caporale impartì dall'altar maggiore ai contadini la benedizione in luogo del parroco fuggitivo!
La sera del 6 luglio, i francesi entrarono a Chiavari, dove, in Piazza dell'Orto, smerciarono a vil prezzo gli oggetti tolti ai villici! Il 16 dicembre, la Municipalità deliberò di rialzare, per il 21 del mese, l'«albero della libertà» in Piazza S. Francesco. Furono perciò tagliati nel bosco dei francescani due cipressi, uno dei quali, il più alto, servì alla bisogna.
Naturalmente i francesi si misero subito all'opera per eliminar dalla Fontanabuona i briganti, fra cui, morto il «Bachetti», teneva il posto d'onore tal Gnecco, che, nel 1801, venne acciuffato, condannato alla fucilazione, e, in attesa, rinchiuso nella torre di Rapallo, donde poté fuggire. Riacciuffato a Chiavari, venne rinchiuso nella torre della Cittadella, ma il 22 luglio, dopo aver forato tre muri intermedi ed esser salito in cima alla torre, cercò di scendere con l'aiuto della corda della bandiera! Il 31 luglio riuscì a rompere le manette e finse di svenarsi. Il 23 agosto, venne fucilato.
Tipi di … briganti famosi
Che dire poi del cicagnino «Mezoione», altro maestro in omicidii? Dopo aver ucciso a Ruta con una schioppettata alla bocca il postiglione Reta, il bandito venne acciuffato dai contadini delle vicinanze, e rinchiuso nella torre di Rapallo. Si salvò dal plotone di esecuzione soltanto perché il commissario di S. Margherita, l'aristocratico G.B. Pino, raccomandò che fino a ch'egli fosse commissario, non si eseguissero condanne a morte. Nel carcere rapallese, «Mezoione» si tolse più volte i ceppi e li gettò, attraverso alle inferriate, ai suoi parenti, che li portarono alla Madonna dell'Orto. Mentre lo conducevano in prigione, gridava: «Viva l'Imperatore d'Austria!… Morte ai francesi e ai repubblicani!…» E le percosse dei gendarmi non riuscivano a farlo tacere. In prigione subì più volte solenni bastonature per aver insultato Maghella, ministro della polizia francese a Genova.
Nella nostra città echeggiava pure la fama del capobrigante ventiduenne Musso Giuseppe, detto: «il diavolo del Bisagno» o semplicemente: «Grandiavolo»! Con Nicolino, suo fratello, e trenta altri banditi, egli infestava i dintorni di Genova, e la Fontanabuona, dove ingaggiava compagni a novantasei lire l'uno. Nell'aprile 1801 tentò d'occupare una fortezza custodita dai francesi; a giugno, fece prigionieri quaranta gendarmi che lo inseguivano, e poi li lasciò liberi sulla parola di non più militar contro di lui. Rubava, assassinava, imponeva contribuzioni a suo beneplacito. Dava prova d'uccidere a sangue freddo. Nei suoi feudi, per punirlo di tradimento, gettò Maghella - commissario di polizia - mise su di lui una taglia di quattromila lire; ma nessuno aspirava a guadagnarsela! Perseguitato dalla forza pubblica, riparò a Napoli, donde fece ritorno nel 1802, in cui, al Bocco, uccise Leoni, sergente dei gendarmi. Fu acciuffato casualmente a Trieste, e fucilato a Genova.

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