Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Gli indovini del proprio passato
di Piero Chiara

Come avviene che spesso, nel ricordo, la fantasia del narratore si scateni e il suo racconto diventi perfino reale e talvolta assai più accattivante dell'avvenimento vicinissimo o lontanissimo nel tempo che esso risulti.

Ricordare, rammentarsi, rammemorarsi, rimembrare, rievocare, risovvenirsi: ognuna di queste parole richiama fatti o immagini da un deposito che crediamo nascosto in disegno 1 noi e che forse è fuori di noi, in quel luogo dove va a collocarsi tutto ciò che avviene.
«Mi ricordo ancora»1, dice il naïf Pietro Ghizzardi per stimolare la memoria a restituirgli luoghi e momenti della sua aspra vita. «Amarcord»2, dice Fellini nel suo dialetto. E il Leopardi: «Silvia, ricordi ancora…»3. Pasolini: «Jo ti recuardi, Narcis»4. Infine Dante: «Così la mia memoria si ricorda»5.
Quelli che scrivono la loro vita oppure i narratori che per le loro storie si servono di fatti vissuti sono gente che compie quell'operazione abitualmente, professionalmente.
Al contrario degli indovini, che tentano di guardare avanti, i ricordatori tentano di guardare indietro, con le stesse probabilità di cogliere il vero. Noi crediamo di archiviare dei fatti come fossero dei documenti o delle fotografie, così che basterà richiamarli quei fatti, per trovarvi le stesse parole o le stesse immagini. Ma non è così. Col tempo anche il passato cambia, non soltanto perché muta il nostro occhio che lo riscopre, ma anche perché quando fu presente non ebbe un volto solo.
Le cose ricordate un anno fa sono diverse da quelle ricordate oggi. Domani saranno cambiate ancora. Non vale quindi dire che siamo noi a mutare, che è il nostro occhio a vedere in altro modo. Infatti, quando vi è possibilità di raffronto con ciò che altri ricorda di un medesimo fatto, il confronto è sempre fallace, perché neppure a un'ora di distanza due persone ricordano nello stesso modo un evento al quale sono stati contemporaneamente presenti.
Ricordare è un'impresa difficile e piena di insidie. Si può ricordare, in luogo di un fatto, il precedente ricordo di quel fatto, arrivando a una ricostruzione arbitraria e lontana dal vero quanto la fantasia è lontana dalla realtà.
Avviene quindi che raccontando, senza saperlo si inventa. La realtà è mobile e inafferrabile come la luce.
Ci sono stati degli ingenui che hanno contestato al Casanova la veridicità di alcune delle vicende da lui narrate, come se fosse possibile chiedere a uno scrittore ciò che non si può neppure pretendere da un ingegnere o da un geometra che descriva un terreno o un fabbricato. Là dove Casanova qualche volta racconta, in luogo di ciò che ha fatto, quel che avrebbe voluto fare, ci gratifica di una versione ideale della realtà, quella che collima col suo carattere, con la situazione del momento e con il tono della sua autobiografia. Le sue risposte alle battute di Voltaire, nel colloquio riferito nell'Histoire, non ha importanza che siano state messe in carta trent'anni dopo. I trent'anni scompaiono nel racconto e il colloquio si fa attuale, tutto botte e risposte, mettendo in luce la particolare e diversa "tournure d'ésprit" dei due contendenti. Probabilmente Voltaire in quell'occasione non fu all'altezza della sua fama e il colloquio poté essere banale, come spesso accade agli uomini di spirito, nei quali l'humor manca proprio quando sarebbe necessario. Ci pensò Casanova a fare scaturire dal disegno 2 colloquio raccontato ciò che non si era verificato nel colloquio reale, riuscendo a cogliere la verità essenziale di quello scontro.
Quando Vittorio Emanuele II fece il suo primo ingresso in Roma diventata capitale d'Italia, arrivato dopo una faticosa scarrozzata per la città al Quirinale, pare che lasciandosi cadere su di una poltrona e tirando un sospiro di sollievo esclamasse: «Ai sûma!», che nel dialetto piemontese vuol dire "ci siamo!". Nei libri di scuola gli si attribuiva ben altra frase: «A Roma ci siamo e ci resteremo!».
Era la stessa cosa, ma i pedanti vollero enfatizzare, sciupando la spontaneità e anche il senso storico di quella esclamazione, che rifletteva il carattere del personaggio e la situazione politica nella quale si verificava l'evento.
Quando Scipione l'Africano sbarcò sulle spiagge cartaginesi con le sue legioni, munito di calzari e non abituato a camminare sulla sabbia, cadde come un salame. Certamente dette in qualche imprecazione. Ma lo storico non scrisse che il grande generale aveva incespicato. Affermò che si era volontariamente gettato per terra, aveva afferrato la sabbia con le mani e aveva gridato: «Teneo te, Africa», che è molto più bello e, infine, più vero, perché l'Africa, o almeno quella parte d'Africa, Scipione la conquistò davvero. Se non l'avesse conquistata, se ne fosse stato cacciato, lo storico avrebbe forse scritto che quella caduta fu un segno di malaugurio. E sarebbe stato altrettanto giusto e vero.
«Sol nel passato è il bello, sol nella morte il vero» scrisse il Carducci, intendendo certamente che solo ricordando e filtrando nella memoria i fatti accaduti, se ne può cogliere la sostanza. Ne risulta allora una realtà costruita, dedotta: ciò che convenzionalmente viene ritenuto il vero, ciò che ha resistito di più al fuoco della memoria. In fondo, l'anima dei fatti.


1 Documentario del 1978
2 Film del 1973
3 Poesia "A Silvia"
4 Poesia "Il fanciullo morto"
5 "La Divina Commedia", Paradiso – Canto XXVIII

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