Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Capitani, nostromi, marinai della Genova del 1850
di Gio. Bono Ferrari

tratto dal libro "L'epoca eroica della vela" di Gio. Bono Ferrari, 1941

Il Nonno racconta: Verso il 1850 il porto di Genova sembrava una selva d'antenne. Era un continuo arrivare e partire di barchi, un intenso scaricare di merci.

Carignano La Basilica di Carignano

Banchi brulicava di sensali, di marinai, di cambiavalute, di mercatanti levantini, di maltesi, di spagnuoli.
I grandi commercianti del Porto Franco, i Gamba, i Millo, Avanzini, Roncallo, Sconio, Tubino, Pitchailer, Bozzano, Nazzari, Berardi, Costa, Sanguineti, Lavarello, in palamidone e cilindro non disdegnavano fermarsi in «Piazza» a contrattare le partite di caffè, di spezierie e di grano e a discutere personalmente i noli con i Capitani Armatori. Quasi tutti si conoscevano personalmente. La parola valeva un contratto e forse più. Bastimenti vi furono che partirono per il Danubio, senza che il Capitano Armatore si prendesse la briga di passare dallo Spedizioniere a firmare il contratto. Si sapeva che il nolo era a novanta lire nuove del Piemonte; c'era stata la rituale stretta di mano e la parola di un Fravega, di un Danovaro, di un Rocca, di un Piaggio o di un Casaretto valeva di più di cento contratti. Questo era il Banchi marinaro e mercatante del 1850.
I marinai formavano casta a sé. Privilegiata. Fare il marinaio era come fare un mestiere nobile. Ricordi curiosi che meritano essere riferiti. Per esempio: I nidi dei fedeli e brontoloni Nostromi erano tre: Rione di Prè, La Maddalena, Piazza Embriaci. I Padroni da cabotaggio imperavano nel Rione delle Grazie. Via Gran Madre di Dio, Campo Pisano e Salita della Montagnola erano quartieri da Marinai. In Sarzano abitavano i Calafati. Al Molo Vecchio e alla Siberia i Velieri e gli Stoppieri.
I Capitani genovesi di Genova, all'epoca della Crimea, non erano numerosi. Ma erano ottimi. E, cosa strana, pur avendo gli interessi nel porto, quasi nessuno abitava nella città bassa. Era ben difficile trovare un Capitano di mare che abitasse in Via Luccoli, in San Luca o alle Vigne. Quelli erano i quartieri dei forti mercatanti del Porto Franco e della prima Borsa Merci, che allora chiamavano Borsa del Grano. I Capitani tiravano alle alture. Ve n'erano in Castelletto, in Salita Sant'Anna, che aveva allora, a tergo, delle belle fasce ove oggi si snoda via Caffaro. I lupi di mare, impregnati di salsedine fin dall'età dì otto anni, volevano la fascietta, le piccole aiuole, un giardino pensile, due piante di vite e cespugli di rose. E perciò tiravano alle alture. Capitani di mare vi furono persino in Salita Emanuele Cavallo, al disopra della «Madonnetta»! Quasi tutte le loro case erano munite di giardinetti, poggiuoli e piccole passerelle fiorite che comunicavano con le strette «fascette». Persino Nino Bixio, emerito Capitano di mare ed illustre Garibaldino, aveva nella sua casa di Genova un metro e non più di giardino pensile. E' commovente una sua lettera scritta alla figlia Riccarda, da bordo del Maddaloni: «Ti ricordo i colombi, sono i miei preferiti. Vedi che abbiano da bere. Non dimenticare il giardinetto sul poggiolo; dagli dell'acqua…». E una volta che andò a Camogli, 1872, a trovare i suoi amici di mare e di fede, Cap. Avegno, Cap. Razetto Pueixetto e Cap. Gio. Bono Ferrari, avendo visto nelle ville di questi lupi di mare delle piante esotiche portate dai viaggi d'Oriente, colle delle talee e dei rizomi per la sua Villetta in Polcevera. Ed alla sera se ne ritornò felicissimo, con il pacco di pianticelle sotto il braccio, Lui, una delle più belle e formidabili figure del Risorgimento!
Vi fu poi un tempo che parte dell'élite dei Capitani di mare, quelli di lungo corso, abitò con le famiglie in Salita San Francesco di Paola, quasi all'ombra del Santuario dei Naviganti. Chi disponesse di una buona penna potrebbe scrivere delle cose squisite e meravigliose attorno alla vita di questi lupi di mare, viventi del mare e che discorrevano tutto il giorno delle cose attinenti al mare. Ma che amavano tanto i fiori, gli orticelli, le piante d'erba cedrina, i geranii e la malva rosa. Anche le donne, le buone e care Bisave, seppur a giorno di carati, di noli e di avarie, erano amantissime delle piante e dei fiori, che coltivavano nei vasi e nelle giare. Ma sapevano anche cosa era un ingavonamento. Perché avevano viaggiato. E conoscevano come era l'Alibbo e cosa voleva dire impopparsi o prendere una mano di terzaruoli. Vita bella e patriarcale, tutta impregnata di santi sorrisi casalinghi, di profumi di rose muschiate, di salvia, di canfora, di catrame e di pece. Perché anche la pece ha un suo sano profumo. Quando il signor Capitano, il bacan, ritornava dalla Crimea, la moglie metteva le grosse bucole di diamanti del Brasile e con il marito e la figliolanza andava a Vespro a San Siro o alla Maddalena. E poi all'Acquasola, ove vi erano da vedere i tiri a quattro e a sei cavalli. Ma quando il barco riarmava e faceva vela per l'Oriente o per la Spagna, allora la buona sposa si chiudeva in casa, accendeva il lumino alla Madonna del Buon Viaggio, e viveva da quel giorno per la figliolanza. E per il barco che andata, diretto dal marito verso nuovi traffici e nuovi pericoli. Generalmente, a quei tempi, la sposa del Capitano era a un tempo la signora Armatrice, ossia la moglie del proprietario del barco. E come Armatrice aveva bastimento degli obblighi di cuore verso dodici famiglie di marinai - dei marinai di suo marito - che per ogni cosa ricorrevano a lei. Una delle migliori penne di Genova e d'Italia, Giovanni Ansaldo lasciò scritto non sappiamo più dove: «Mogli degli Armatori, incanutite nelle ansie assidue, temprate dalle responsabilità della casa e della figliolanza, orgogliose per la distesa di lenzuola dei loro bucati e per la distesa di vele della nave del loro marito; abili nello sbrigare gli affari dell'uomo quando questi era per il mare, abilissime nel preparargli i ravioli di grasso e di magro quando era a terra…».
La signora Armatrice era quella che riceveva dal marito le lettere portate dai corrieri «via mare», che sapeva dove il barco era andato, cosa faceva, cosa caricava, quale nolo aveva ottenuto. Se i tempi erano stati cattivi o se era avvenuto qualche sinistro, era lei che consolava e che tranquillizzava le povere mogli dei marinai che le capitavano in casa alla domenica mattina dopo Messa. Era l'Armatrice quella che consigliava, che leniva, che aiutava, che dava gli acconti alla Nostroma, quando il barco tardava a ritornare. I marinai di Campo Pisano e di Via dei Servi, se ben trattati, erano fedelissimi e duravano a bordo dello stesso barco per delle diecine d'anni. Le loro mogli conoscevano e rispettavano l'Armatrice e s'onoravano della sua benevolenza. Molte volte, spesso, l'Armatrice era la madrina di un esercito di piccoli diavoli, figli dei marinai di suo marito. E quando alla domenica capitavano nella casa della Signora Madrina trovavano il cioccolatto fumante e il canestrello. Gentili usanze di allora. Tramontata poesia del '48. E tanta delicata affezione, tanto rispetto da parte delle umili, ma buon donne di Via Gran Madre di Dio e di Campo Pisano. A tal segno che per le piccole cose, per gli acconti specialmente, non ardivano andare direttamente. Era usanza di rivolgersi di preferenza alla moglie del Nostromo. Tanto per non disturbare la signora, dicevano le buone massaie. E la voluminosa moglie del Nostromo, â Cattaina, â Tonieta, â Ruxum, prendeva nota di tutto, si metteva l'infiorato pezzotto, ed andava dall'Armatrice. Era quasi sempre la Nostroma quella che inoltrava alla Signora la preghiera del Battesimo. E come alla Montagnola e in Salita Sassi i marmocchi nascevano come una benedizione di Dio, era comune il caso che il Capitano Armatore trovasse al suo ritorno mezza dozzina di figliocci. Veramente lui non era il Padrino. L'usanza voleva così. Il Capitano non poteva esser compare dei suoi marinai. Chi andava al Fonte Battesimale con la signora Armatrice erano i figlioli del Capitano, ragazzi di nove o dieci anni. Per il marinaio Genovese era un ambitissimo onore essere il compare dell'Armatrice. E ne guadagnava nella sua dignità. Per esempio: non avrebbe preso una sbornia nemmeno a farlo Re per il timore che la signora «Comare» o la Armatrice arrivasse a saperlo. E questo bel senso di dignità lo accompagnava durante la vita di bordo. Era l'umile marinaio di Prè o della Montagnola dei Servi. Ma era l'uomo fedele, sempre pronto a giuocarsi la pelle in una manovra arrischiata.
Il Capitano era severo, ma paterno con i suoi uomini. Nei ghiacci del Mare d'Azoff era lui che al comandare la guardia notturna regalava ai suoi marinai il grosso maglione di lana e il salsicciotto di tabacco. Ed era ancora lui che di quando in quando, li chiamava nella piccola camera di comando per riscaldarli con un «gottino» di Rhum. Piccole paterne attenzioni che rendevano affezionato l'equipaggio. Ed era ancora il Capitano colui che interessava l'equipaggio alla paccotiglia. Si portavano in Oriente oggetti fini: servizi di piatti di Marsiglia e di vecchio Ginori, cristalleria, macramè di filo di Chiavari, filigrana di Genova e specialmente corallo lavorato dagli orafi di Sorrento, dei quali i Russi erano ambiziosissimi. veliero
E con il grano - che era il carico ufficiale - si riportavano dalla Russia pellicce greggie, ambra che le carovane portavano a Kerck dal lontano Baltico, cuoia conciate di color rosso, che erano ricercate per la rilegatura dei libri cardinalizi, argenterie niellate in nero, tappeti della Georgia, tabacco biondo, persino vecchie armi damascate, che a Genova erano ricercatissime come trofei da panoplia. Più il Capitano era colto e più la paccotiglia si indirizzava verso le cose artistiche. Un Capitano Narizzano portò una volta, da Berdiansck, delle vecchie Icone pagate poche rubli. Furono vendute a Genova al Conte Nasalli di Piacenza per una somma rilevante. Ad ogni marinaio toccò un utile di 17 marenghi, in tempi nei quali, di pigione, si pagavano lire nuove 80 annuali per un appartamentino in Via Prè! Così si seguitò a navigare per anni ed anni. Con il cuore in mano. Alla patriarcale.
Più tardi vennero i fortunosi anni della Crimea. Febbrili viaggi di andata e ritorno con l'assillo di far presto, di portare il più carico possibile, di distinguersi. Vecchi gloriosi Brigantini, qualche Scuna, le prime Barche Bestie e le Barche Golette. Tutte protese all'Oriente.

Verso il 1860 i Genovesi distolsero gli sguardi dal Levante e puntarono al Ponente. I vecchi traffici che saltuariamente si erano fatti al Brasile, al Plata, al Venezuela, a Santo Domingo per il caffè si intensificarono. Anche Genova costruì la sua bella flotta di Brigantini a Palo.
Poi nacquero le società di commercio, che vollero avere dei barchi proprii, chi per il trasporto del guano, chi per quello del caffè, chi per quello dei nitrati, chi per quello dei legnami da Pensacola.
Affiancati ai mercatanti puri, vi furono i Vettori, quelli che si dedicarono alla redditizia industria del trasporto degli emigranti Italiani alle Americhe. Così nacque la bella flotta dei Lanata, Gattorno, Piaggio, Frassineti, quella dei Lavarello e i tanti barchi che al loro viaggio inaugurale portarono all'Argentina e al Perù centinaia e centinaia di agricoltori ritornando da quelle lontane terre con carichi di guano o di ricche mercanzie esotiche.
Così fino al 1875, fino all'apogeo della grandezza marinara di Liguria. Poi una piccola - ma grande cosa - costruita da uomini studiosi, comparve nella brumosa isola del Nord. Una cosa da nulla. Ma formidabile. Emetteva del fumo nero e pastoso. Gli uomini la chiamarono macchina a triplice espansione.
Le candide vele di Liguria, le maestose navi di Genova, che avevano dominato in tutti i mari si sentirono ferite da quel fumo denso. La bellezza aristocratica dei lindi e bianchi Alcioni soffrì di fronte al rumoreggiare degli stantuffi. Dei vapori sgraziati e antiestetici apparvero per ogni dove. Erano brutti. Non avevano la poesia degli aggraziati bastimenti della Superba. Ma portavano da porto a porto le stesse mercanzie con il 25% di ribasso suoi noli praticati dai velieri di Mar Afuera.
Dire di più sarebbe come il ripetere cose che ogni Genovese conosce e ricorda.
La lotta durò a lungo, nobile ma impari. I bei Velieri non volevano morire. Di quando in quando, mentre i mari erano già solcati da tanti vapori, qualche bello e maestoso Veliero scendeva ancora in mare dai Cantieri di Liguria. Erano gli ultimi, quelli che sentivano la necessità di scrivere o di cantare un inno alla Vela. Il canto del cigno. E così l'Italia, il Savoia, il Concordia, i vari Accame, le navi dei camogliesi Mortola e Emanuele Bozzo, i Beverino, l'Avariti Savoia, la Fanny, l'Australia, navigarono ancora i mari e gli Oceani, in un gioioso sbandieramento di bianche vele.

La gloriosa marina velica dei Liguri, la grande marina – ossia quella degli «Alcioni» del mare e degli infiniti osamenti – morì negli anni della grande guerra 1915-1918, gloriosamente falciata dai sottomarini nemici. Con la guerra si chiude il ciclo eroico della Vela, quello che un illustre scrittore nostrano definì: la poesia di un secolo.

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