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    Pezzi di storia

Il periodo napoleonico a Chiavari
di Mario De Marco

Il Mare – 29 gennaio 1938

Dalla nuova opera di Ugo Oxilia - Il periodo Napoleonico a Genova e a Chiavari (1797-1814) - la parte che ci interessa più da vicino è quella che si immagine 1 riferisce alla città dell'Entella, dove, nel 1796, si ripercuote inevitabilmente il conflitto tra i conservatori genovesi, che erano per il mantenimento dell'antica repubblica aristocratica ligure, e i democratici, che, sotto l'influenza delle nuove idee bandite dalla Rivoluzione francese, auspicavano un nuovo governo e nuove istituzioni. Tra i seguaci delle idee democratiche, lo storico chiavarese inedito dott. Carlo Garibaldi – che era nel numero – menziona Pietro e Filippo Torre, Vincenzo e G. B. Bottegi, Angelo e Francesco Bancalari, Giacomo Turio, Emanuele Costa, il notaro Nicolò Rivarola, Lazzaro Dasso, Niccolò Descalzo, Ambrogio Ravenna, G. Batt. Repetto, e i preti Benedetto Repetto e Niccolò Monteverde.
Esisteva anche a Chiavari, a quanto risulta da una denunzia dell'ex-colonnello Giacomo Copello, un club giacobino: la farmacia Torre. «Un numero di 25 circa persone – dice la denunzia – si radunano nel club della spezieria de li Torre, e formano le leggi per la nuova democrazia». Talché, per tenerli a bada, il 22 maggio 1798 arriva a Chiavari il commissario Domenico Franzone. Due giorni dopo, pescatori e facchini di Chiavari e Rapallo, uniti a popolani, si riversano per le vie, levando grida minacciose contro i giacobini e i francesi, e imponendo ai cittadini l'emblema del Viva Maria. «Massacrateli tutti» gridano furiosi antidemocratici, come Luca Botto, il medico Fortunato Massa, il prete Giovanni Monteverde, Baccio Brignardello, Giuseppe Repetto, mentre i democratici s'asserragliavano nelle lor case.
Le idee democratiche e l'albero della libertà
Le idee democratiche, tuttavia, sotto l'azione napoleonica, prevalgono. Così, quanti, dopo le torbide giornate di maggio, s'erano rifugiati alla campagna – e cioè il Garibaldi, Vincenzo e G. B. Bottegi, Giacomo Vaccarezza, Costa Emanuele, Lorenzo Daneri, il prete Niccolò Monteverde e il padre Piccone delle «Scuole Pie» - tornano in città, dove pensano d'istituire una Guardia Civica, a somiglianza della Guardia Nazionale, costituita a Genova.
Il governo provvisorio genovese, insediato il 14 giugno 1797 e presieduto dal Doge uscente Giacomo Maria Brignole, dichiara la sua gratitudine al Bonaparte, e, proclamando di volersi ispirare a sensi democratici, esorta i cittadini a sacrificare sull'altare della patria ogni dissenso ed interesse, e invita gli abitanti delle due Riviere a fraternizzare col popolo genovese. I cannoni annunziano dai forti l'alba della libertà, e il popolo – uomini, donne, nobili, preti, popolani – innalza nelle vie e nelle piazze gli alberi della libertà, inneggiando al Bonaparte.
Anche a Chiavari, gran festa. Il 5 giugno, ricorrenza del "Corpus Domini", l'arciprete Giuseppe Cocchi tiene, nella Chiesa di N.S. dell'Orto, un fervido discorso alla folla convenuta numerosa, e ostentante nuovamente la coccarda tricolore. Quindi, sulla piazza, intorno a un albero della libertà – e cioè a un tronco di cipresso sormontato da un berretto frigio di latta colorata, viene fatto un rogo delle vecchie leggi municipali, d'una lista di signorotti chiavaresi e di un vecchio ritratto del Doge chiavarese David Vaccà. Il notaro G. B. Botto e il prete Vincenzo Lagomaggiore rivolgono al popolo ferventi parole di circostanza.
Il 27 luglio, il commissario Gambino costituisce l'Amministrazione Centrale chiavarese, che delibera di istituire una forza armata di millecinquecento uomini, e, su proposta del Garibaldi e del notaro Rivarola, decide di ribattezzare vie e piazze: così il Carroggio dritto (dal Rupinaro al pozzo di S. Cristoforo) diventa Via retta, la strada romana Ravaschiera (dal Rupinaro a Capoborgo) Via Ligure, la via dei Rivarola (dalla piazza della Cittadella alla piazza S. Francesco) Via del Popolo, il vico dei Bighetti (dal Rupinaro a S. Maria della Valle) via della Carmagnola, la piazza Nostra Signora dell'Orto Piazza del Popolo, la piazza della Cittadella Piazza Nazionale, la piazza S. Francesco Piazza della Libertà, la piazza delle Saline Piazza dell'Eguaglianza, e la piazza di Rupinaro, in omaggio all'auspicata fusione di questo borgo con quello di Chiavari, Piazza della Concordia.
La concordia, tuttavia, - soggiunge il prof. Oxilia, - era per il momento a Chiavari, come a Genova, solo un pio desiderio. L'aristocrazia e la plebe non disarmavano, e la democrazia trovava ad ogni tratto palesi od occulte resistenze. Ecco, ad esempio, una nota allarmante del Giornale degli Amici del Popolo: immagine 2
«Chiavari, 18 luglio. - Ieri sera, verso un'ora di notte, molti cittadini carichi di fucili da munizione avevano direzione parte verso Lavagna e parte verso i Cappuccini e S. Chiara. Siamo assicurati che detti fucili si erano cavati dalle tre case Torriglia, Grimaldi e Rivarola, quello scellerato che è a Parigi a complottare contro il nostro Governo. Si suppone che i suddetti schioppi siano mandati nelle case dei loro coloni per dividerli fra li medesimi e farli adoperare, quando il bisogno lo portasse, contro de' pacifici cittadini del Comune di Chiavari».
L'«armata villana»
Intanto vien redatto il testo della Costituzione del Popolo Ligure, che abolisce i privilegi, definisce i poteri dello Stato, attribuisce alla nazione i beni ecclesiastici, destinandoli alle spese del culto, conferma quale religione dello Stato la cattolica, vietando la persecuzione per opinioni religiose e per esercizio di diverso culto, proclama la libertà di stampa. Il giorno seguente alla pubblicazione del testo, e cioè il 6 agosto 1797, nuovi e solenni festeggiamenti anche a Chiavari, dove un lungo corteo partito da Piazza S. Francesco (l'attuale Piazza XX Settembre o delle Carrozze) sfila per la città. Lo aprono dodici fanciulli biancovestiti, con berretto bianco-rosso, seguiti da carriole recanti cannoncini e bombarde. Viene poi la forza armata, la banda, gran folla di cittadini con preti e frati, e infine tre carri raffiguranti l'agricoltura, la nautica e la repubblica, sull'ultimo dei quali «un'assai vaga donzella in abito piuttosto discinto e lascivetto» - al dire del dott. Angelo Della Cella, altro cronista chiavarese inedito – presenta le virtù cardinali, molto care ai repubblicani.
Però, come abbiamo visto, sussistevano ancora motivi di malcontento. Il clero era allarmato per l'annunciato incameramento dei beni ecclesiastici e per le insistenti voci di riforma propugnate dal Vescovo di noli, membro del Governo, che aveva tendenze gianseniste ed aveva aderito al Sinodo pistoiese. Ostili si mantenevano i villici, che, sobillati dal clero rurale, consideravano le novità venute da oltr'alpe come empie e diaboliche; e che – nota il Della Cella – temevano venisse applicata anche in Liguria la disposizione che equiparava nelle successioni le femmine ai maschi. Donde, la controrivoluzione. Torme di contadini scendono minacciose per la valle di Carasco, dove Paolo Bacigalupo, Tommaso Ginocchio, col figlio Giuseppe, prete G. B. devoto, tutti di Carasco, Pasquale D'Aste, col figlio prete Luigi D'Aste e Antonio Garibaldo di Certenoli, G. B. Costa di S. Colombano, li raccolgono e li comandano. Armati di schioppi, di picozzi, scuri, forconi, con croci, stendardi, immagini sacre, i villici procedono – al grido di Viva Maria! - verso Chiavari, dove abbattono gli alberi della libertà, che vengono sostituiti con croci, e martellano rabbiosamente, dopo aver obbligato il commissario Gamino a dare il primo colpo, i nuovi nomi delle piazze e delle vie. Soltanto il fallimento del moto controrivoluzionario di Genova libera Chiavari dall'incubo della dittatura villana.
La disfatta di Novi, toccata il 15 agosto 1799, imprime alle armi francesi un fiero colpo. L'esercito vinto affluisce disordinatamente verso i monti liguri, incalzato dagli austriaci, e i chiavaresi – tra i quali il Garibaldi e Della Cella – vedono passare lunghe file di superstiti della disfatta. Ha così inizio il dominio austriaco e il trionfo dei conservatori, dei retrivi e degli austriacanti. Fra' Diego Argiroffo – veneranda figura di francescano e diligente raccoglitore di memorie storiche, al quale gli austriaci non potevano perdonare di aver loro vaticinata la fine del 1746 e di essersi rifiutato di ripetere il grido di Viva l'Imperatore, - viene arrestato nel suo convento e, dopo varie peripezie, fucilato sul monte Fasce. Il povero frate, cagionevole per gli anni, sordo e mezzo cieco, muore sclamando: «Dio mi diede la vita, i suoi nemici me la tolgono». Fra' Diego Argiroffo, - conclude il prof. Oxilia, - può dirsi il primo degli italiani suppliziati per ragion politica dall'Austria in Italia.
Chiavari sotto l'impero napoleonico
Il 6 marzo 1800 i francesi tornano a Chiavari, fugandovi gli austriaci, facendovi anch'essi bottino, smerciando poi a vil prezzo in Piazza Nostra Signora immagine 3 dell'Orto, e imponendo alle comunità una forte contribuzione di viveri, ma tra Chiavari e Rapallo bande armate di villici tagliano la strada del litorale. Contro di esse la colonna francese, impotente a domarle in guerriglia, usa uno strattagemma. Invia sulla collina di Leivi una trentina di soldati, che di lassù fanno grande strepito di tamburi: onde i villani, credendo che il nemico vi sia in gran numero, ed anche scorgendo al mare una nave francese – carica di predate vettovaglie – nella tema d'esser colti tra due fuochi, si dileguano, lasciando libera all'avversario la via di Genova.
Aprile 1800. - Assedio di Genova da parte degli austriaci e degli inglesi, e occupazione della città. Però, d'un tratto , muta la scena. Il 14 giugno Napoleone vince gli austriaci a Marengo. «Li pettinò di tal fatta, - commenta il Della Cella, - che con tutta prontezza dovettero stipulare sul tamburo l'evacuazione di tutta Italia entro il 24 dello stesso mese».
Interessantissima la vita di Chiavari sotto l'Impero napoleonico. Come capoluogo del Dipartimento degli Appennini, la città è retta da un prefetto e da un consiglio di prefettura. Ha il Tribunale, un generale, un capo della gendarmeria, cento gendarmi, trenta guardie di Prefettura. Il lusso dell'Impero non tarda a penetrare. Si usano finissime tele – precisa Oxilia -, sete, velluti, collane, gioie, cipria. Le donne usano maniche a sbuffi, e, sull'esempio di quelle genovesi, sottili mussoline, che, come argutamente osserva la Gazzetta Genovese, rivestono, ma non coprono. Ad agevolare il passeggio vespertino e domenicale – in cui le dame sfoggiano abiti e gioielli – si tolgono, sotto i portici, le tettoie delle botteghe, che ricoprivano la balaustra sulla quale s'esponevano le merci, e i sedili addossati ai pilastri. L'antico commercio vien sostituito da un fiorente artigianato, che diffonde un'agiatezza riservata nel passato a poche famiglie nobili. Indi i chiavaresi, compatibilmente alle nuove esigenze – così stralcia Oxilia dall'opera del Pessagno – tornano alle antiche abitudini, e accanto alla Chiavari imperiale rivive quella tradizionale, colle solenni funzioni, colle veglie famigliari, colle abitudini indolenti che prolungano i dolci soggiorni autunnali alla campagna. Coesistono quindi due «civiltà», se così possiamo esprimerci. Le parate militari, lo scintillio delle uniformi, le mode francesi si confondono coi costumi locali; le processioni dallo sfarzo importato di Spagna, tanto care alle vecchie popolazioni della Repubblica, le maniere spregiudicate degli immigrati francesi e italiani, e il fare bonario e riservato dei nostri; la semplicità apparente dei contadini e l'astuzia ciarliera dei mercanti e bottegai di nuova importazione, si distinguono sempre, ma non si affrontano.
Il soggiorno di Camillo Borghese e di Pio VII
Dal 1800 al 1809, Chiavari ospita alcuni illustri personaggi: il Principe Camillo Borghese, cognato dell'Imperatore e governatore dei nove Dipartimenti italiani; Pio VII in istato d'arresto per i suoi proclami incendiarii e tuttavia nella possibilità di offrire un pranzo di quattordici coperti al Prefetto, al Maire, al Presidente dei Tribunali e alle altre autorità imperiali e chiavaresi; e Luigi Sanson, figlio del famoso carnefice di Luigi XVI, venuto ad esporre alla berlina, su un palco eretto in Piazza della Cittadella (oggi Piazza C. Alberto), Giovanni Della Casa, pericoloso ladro, e Antonio Bianchi, reo di ribellione ai gendarmi.
Tra la fine del 1811 ed il principio del 1812 viene compiuta la costruzione del ponte di legno alla foce dell'Entella per allacciare i due corrispondenti tratti chiavarese e lavagnese della route imperiale de Paris à Rome. Com'è noto, il ponte napoleonico ha resistito fino al 1915.
Nel 1814, Napoleone abdica, e l'8 aprile entrano a Chiavari gli inglesi. Sull'esempio di Genova, che aveva abbattuto ed oltraggiato la statua di Napoleone, sopra un carro trascinato da popolani – fra i quali il settantenne pittore Caffarena – vien posta alla berlina un'improvvisata effigie dell'Imperatore, e fra le grida dei presenti – tra i quali un prete che le aveva sparato contro un'autentica schioppettata – viene distrutta.

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