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    Pezzi di storia

Fiere di cambio e cerimoniale secentesco (2/6)
di Onorato Pastine

Giornale Storico e Letterario della Liguria – luglio-settembre 1940 – gennaio-marzo 1941

(precedente)

Fiere di mercanzie e Fiere di cambio.
L'episodio che qui si rievoca da una parte conferma la preponderante autorità che esercitò lungamente Genova nell'ambito delle Fiere di cambio in Europa; dall'altro mostra come il formalismo della vita politica del seicento non mancò di far sentire il suo peso persino nel campo degli affari, che sembrerebbe il più lontano da influenze di tal genere.
Le Fiere di cambio derivano da quelle di mercanzia. Dapprima i due fenomeni sono fusi nella reciprocità delle loro funzioni, in quanto lo scambio dei prodotti implica il giro della moneta; ma con l'intensificarsi degli affari, di fronte al moltiplicarsi delle specie del numerario1 e al continuo variare del loro valore, il fenomeno si fa sempre più complesso.
L'evoluzione della vita economica tende ad emancipare il fattore denaro dal fatto economico generale verso una forma di commercio di puri valori: le Fiere di cambio si sganciano così da quelle di merci.
Giustamente il Sapori, trattando dell'economia medioevale, critica nel Sombart l'aver trascurato il coefficiente notevolissimo delle Fiere, di cui il nostro economista rileva la non piccola importanza come organi economici che disciplinarono e in pari tempo diedero impulso allo sviluppo e alla tecnica degli scambi internazionali.
Anche attraverso la loro specializzazione rivolta alle operazioni del cambio, le Fiere divennero fonte e fondamento di istituti, che si definirono e perfezionarono con il progredire e l'allargarsi dei rapporti economici.
Ora, in tutto quel vasto movimento bancario e finanziario nella cui organizzazione l'Italia, dal XV secolo al principio del XVII, fu esempio e guida - come in ogni altro campo - a tutte le nazioni, un posto eminente spetta all'attività del capitale genovese.
Nel quattrocento, ostacolate le relazioni con l'oriente dall'avanzata ottomana, mentre in Genova si cerca di attingere nuove fonti di ricchezza dalle industrie e da altre forme di traffici, prende uno sviluppo particolare il commercio del danaro.
Il fenomeno risale peraltro ad epoca assai più remota. L'attività bancaria propriamente detta, in piena evoluzione a Genova nel duecento, è con ogni probabilità in via di sviluppo fin dal secolo precedente, secondo quanto hanno dimostrato R. Di Tucci e Miss Margaret Winslow Hall; e pur volendo accettare le limitazioni sostenute dal Sayous, resta sempre accertata la vivace funzione di cambiatori dei «bancherii» genovesi della seconda metà del XII secolo.
Nel duecento, poi, accanto alla vigorosa vitalità mercantile del glorioso Comune ligure, estendentesi a tutto il Mediterraneo e non solo ad esso, si praticano da suoi cittadini, con le varie negoziazioni bancarie, quelle proprie del cambio.
In generale, il cambio manuale e quello traiettizio venivano esercitati da parte di banchieri prima in quei grandi mercati periodici che sono le Fiere, poi, con costante regolarità , nei principali centri del traffico. Così cambisti-banchieri genovesi, insieme con altri italiani, partecipavano attivamente alle antiche Fiere di Champagne e in particolare a quelle di Bar-sur-Aube, dove si praticavano i cambi inerenti agli affari con i paesi del continente, mentre in Genova avevano luogo quelli relativi ai rapporti con i paesi marittimi.
E attraverso l'espansione dell'attività ligure in Francia, che si fa più viva nella seconda metà del secolo XIII con il finanziamento delle crociate di Luigi IX, a cui Genova fornisce navi, ammiragli e denaro, e nelle sempre più intense operazioni delle Fiere dello Champagne, s'andava «formando e sviluppando la tecnica finanziaria e bancaria del mondo».
Dopo la decadenza di dette Fiere determinantesi nel trecento, il mercato più importante nella seconda metà del XV sec. fu quello di Lione2; ma Padre Tommaso da Vio Gaetano nel 1499 ricordava come celebri, insieme con questo di Francia, anche i mercati di cambio di Bruges e di Londra. Nel secolo seguente sorgevano poi le Fiere di Anversa e quelle genovesi.
Col secolo XVI, unitamente alle cambiali di denaro fino allora esclusivamente in uso, vengono introdotte nella circolazione quelle di credito, fondate sul prestito ed implicanti la questione dell'usura: intorno a queste ultime si aggirano appunto tutte le notizie giunteci fino al XVII sec. sul titolo in parola.
Ora le Fiere di cambio costituivano precisamente la sede dove si effettuavano il commercio e la circolazione delle lettere di cambio, con una intensità che si protrae a tutto il seicento, affievolendosi progressivamente col secolo XVIII.

La Fiera di Lione e Carlo V: origine e disciplina delle Fiere di cambio genovesi di Besançon (1537-1577).
Il fatto economico assumeva pure una eminente funzione politica, in quanto il denaro alimentava la potenza di monarchie e repubbliche. Per questo l'attivissimo emporio di Lione, grandioso mercato di merci e di denaro, era largamente protetto dal Re, per il quale riusciva di sommo giovamento, negli urgenti bisogni delle guerre continue, il poter disporre di tutti i mezzi finanziari che di là gli era lecito attingere, con la possibilità di effettuare versamenti in ogni parte d'Europa.
Di ciò si doleva Carlo V, il quale, desiderando vivamente di togliere al nemico un sì cospicuo vantaggio e procacciarlo invece a se stesso, nel 1537 «consilio ac auctoritate persuasit Italiae mercatoribus, ut deserto Lugduno, ferias predictas, saltem quod comutationes pecuniarias, alio transferrent», facendo loro considerare quanto fosse a tal uopo convenientissima la posizione di Besançon nel suo dominio della Franca. Contea. Egli ottenne ben tosto il suo fine, «adnitentibus presertim Genuensibus», continuando a rimanere a Lione le Fiere di mercanzie ed anche, sebbene scemate nella loro attività, quelle di cambio3. «E veramente - scrive il Peri – si può affermare, che dal suolo de' nemici nel proprio la sicura miniera dell'oro, e delle vittorie trapiantasse»4.
Il merito e l'autorità principale in tale trapasso erano dovuti senza dubbio ai banchieri genovesi. «Cuius tam preclarae operae Imperatori navatae, praemium Genuensibus fuit, non quidem ab Imperatore tributum, sed a caeteris mercatoribus ultro concessum, et propriis viribus usurpatum; Ut Consulis, ac Consiliarii alterius electio, qui summum ius inter Mercatores omnes, feriarum tempore, haberent e Genuensibus esset, feriaeque totae a Republica Genuensi penderent».
In tal modo avevano origine le famose Fiere di cambio genovesi dette poi sempre di Besanzone, anche quando vennero trasferite in Italia. Di esse la Repubblica stessa assunse una cura particolare, in conformità di quanto avveniva pure presso gli altri Stati. Tutti i Governi interessati, infatti, estesero ben tosto il proprio controllo sui cittadini dediti a siffatta forma di attività economica, essendo questi ultimi tramite essenziale nel complesso meccanismo dei pagamenti e della circolazione del denaro; anzi finirono per cercare di togliere ai privati tali funzioni delicate, devolvendole a banche statali, anche in vista delle pubbliche occorrenze finanziarie.
Ciò accadde in Genova nel 1586 con la riforma del Banco di S. Giorgio, derivato dalla Casa fondata nel 1407, seguendo ad esso in Venezia il Banco di Rialto (1587) e a Milano quello d i S. Ambrogio (1593), fatto, come è detto nelle sue stesse leggi, ad imitazione di quello di S. Giorgio.
Ma anche le Fiere di cambio continuarono a prosperare e fra di esse quelle genovesi, nelle quali finì per accentrarsi la massima parte del movimento creditizio di quell'epoca.
Esse esercitarono infatti una vasta funzione internazionale come mediatrici nel complesso traffico del credito e specialmente per la loro capacità di fornire prestiti ingenti ai diversi Stati. Tuttavia siffatti istituti fondati sul cambio e sul deposito, con il loro prevalere non giovarono direttamente allo sviluppo dell'economia di scambio; donde le lagnanze in proposito di molti mercanti del tempo. In via indiretta, però, la loro azione fu utile anche sotto questo riguardo. Il Sombart, esaminando la questione in rapporto alla formazione del capitalismo moderno, riassume così tale concetto: «Mediatamente anche questo traffico stimolò certamente l'espansione del moderno sistema economico; 1° in quanto che esso servì a facilitare l'utilizzazione ai fini dello Stato moderno delle masse d'argento importate; 2° in quanto che esso accelerò la formazione della ricchezza nella cerchia del mondo commerciale; 3° in quanto che esso con la sua tecnica influì sulla circolazione delle cambiali nelle fiere di merci».
Delle Fiere genovesi di Besanzone si occupò particolarmente Gio. Domenico Peri nelle sue istituzioni sul negoziante, trattazione della quale egli a ragione rivendica a se stesso la priorità.
Anche dalla sua opera si vede come fin da principio le nostre Fiere venissero ordinate ed attentamente vigilate dal Governo della Repubblica. «Capitoli» e «Ordini» furono a tal fine elaborati per la loro disciplina, venendo in seguito modificati, corretti ed integrati man mano che le circostanze lo richiedevano, allo scopo di assicurare il miglior funzionamento di questi importanti organi della vita economica.
Così, chiusa la guerra civile dei due Portici, una generale riforma di detti «Capitoli» veniva ordinata dal Senato nel 1577.

Trasferimento dei banchi di cambio a Piacenza e privilegi concessi dai Farnesi (1579-1621).
Ma in questi anni, fosse per le turbolenze d'oltralpe, essendo il vicino Regno di Francia agitato dalle guerre di religione e le Fiandre in piena rivoluzione; fosse per i dissapori con Spagna riguardo gli «assenti» ed anche la questione del Finale che proprio nel 1577 l'Imperatore dava in deposito al Re Cattolico con gran dispetto di Genova; in ogni modo, certo per ragioni di maggior comodità dei banchieri e mercanti italiani, i quali erano, oltre che genovesi, specialmente milanesi, veneziani, fiorentini e bolognesi, la Repubblica trasferiva le sue Fiere dal dominio spagnuolo di Besançon, in Italia ad Asti e quindi a Piacenza5.
Nel 1579 il duca di Parma, Ottavio Farnese, concedeva ampi privilegi per lo stabilirsi di dette Fiere nell'importante città del suo Ducato, la quale, per la posizione geografica e la facilità delle comunicazioni con i principali Stati interessati, si mostrava a ciò sommamente adatta.
Altri privilegi concesse il Duca Alessandro il 7 giugno 1587 e il 14 ottobre 1588; e certo i Farnesi avevano ogni convenienza che nel proprio dominio un così vasto movimento di affari trovasse sede e incremento; per cui, come si esprime un cronista locale, «fecero ad essi Banchieri e Trafficanti i ponti d'oro» con esenzioni e onori molteplici. Così anche Ranuccio I accordò nuovi vantaggi il 15 gennaio 1593, e in particolare, scrive il Della Torre, «consulibus nostrae gentis (qui feriis in illis summum ius habent) tribuerit summum ac merum imperium, etiam illud, quod in animadversione in facinorosos homines versatur, denegata quacumque quoquo modo damnatis etiam ad ipsummet Principem provocatione».
Intanto le successive modificazioni introdotte negli «Ordini» riformati nel 1577 avevano dato luogo ad ambiguità e contradizioni che portarono, nella celebrazione delle Fiere del novembre 1593, a spiacevoli disordini, i quali indussero il Governo genovese a nominare una deputazione di quattro Magnifici Cittadini, che diedero allo statuto in vigore un nuovo assetto in 39 capitoli, approvati dai Ser.mi Signori con decreti del dicembre 1594 e aprile 1595.
A Piacenza, poi, il 2 maggio 1595, in occasione delle Fiere di Pasqua, il notaio e cancelliere Gio. Mario Pinceto dava lettura delle leggi ultimamente riformate ai Banchieri e Trattanti riuniti con i Consiglieri nella casa del Console delle Fiere stesse. E poiché erano ammessi nei pagamenti soltanto gli scudi d'oro così detti delle cinque stampe (Spagna, Genova, Venezia, Firenze e Napoli), i Ser.mi Collegi della Repubblica con decreto del 17 novembre 1595 ordinavano, a istanza del Duca di Parma, «che li scudi che si stamperanno in la zecca di Piacenza, pur che siano di liga, bontà, e peso delli scudi dell'altre cinque stampe et etiamdio, che sieno differenti di stampe dell'altri scudi fin qui in detta zecca di Piacenza, stampati, possino servire in far pagamenti in le Fiere».
In tal modo questo importante istituto genovese si fissava stabilmente a Piacenza, dove continuò ad essere convocato fino al 16216.

(continua)


1 monete
2 Vi partecipavano con Fiorentini, che aspiravano a prevalervi, Genovesi, Lucchesi ed altri.
3 Rapporti speciali si mantennero per lungo tempo tra le Fiere di Lione e quelle genovesi nei riguardi del prezzo reciproco fissato rispettivamente in scudi del Sole e scudi di marche, come spiega il Peri nell'ultimo capitolo della quarta parte del suo Negotiante, pubblicata nella seconda metà del sec. XVII. S'intende che banchieri e mercanti genovesi s'incontrano ancora a Lione, dove troviamo nel seicento case di negozio come ad es., quella dei Giovo.
4 Gio. Domenico Peri, Il Negotiante, parte II, 79. Il fatto è in naturale rapporto anche con la situazione politica radicalmente modificata dopo la defezione di Andrea D'Oria dalla Francia e il passaggio di Genova alla parte imperiale (1528). Si spiega quindi come si sia pure parlato inesattamente di un'espulsione dei Genovesi da Lione (cfr. Sombart), la quale non è la causa del costituirsi delle Fiere finanziarie di Besançon.
Certo è che esse si riunirono a Chambéry prima che a Besançon, la cui Comunità iniziò le trattative per lo stabilirsi colà dei banchi di cambio genovesi, con la partecipazione anche di Fiorentini, Milanesi ed altri «mercatores campsores», solo nel febbraio del 1535, a quanto asserisce A. Castan, in Revue Historique, 1876, I.
5 Nel 1575 Filippo II, istigato dai nemici dei Genovesi, aveva negato di effettuare i pagamenti a questi dovuti, causando dissesti e lunghi contrasti.
Una supplica all'Imperatore di banchieri di Besançon, parlando della concessione del «privilegium nundinarum in civitate imperiali Vesuntinensi, pro exercitio cambiorum et recambiorum», ricorda il persistere della denominazione di «feria di Bisan&#ccedil;one» e il trasferimento di questa a Piacenza «ob bellorum tumultus obsque alias incommoditates». Il documento è del 1609; il trasferimento a Piacenza è però del 1579 (Giornale Ligustico, 1876, 168). R isulta inoltre che Emanuele Filiberto il 23 giugno e il 26 agosto 1575 accordava privilegi ai banchieri genovesi per le loro fiere celebrantisi nel dominio sabaudo (Arch. St. Torino, Protocolli).
6 Anteriormente al 1621 le Fiere di cambio genovesi si riunirono tuttavia qualche volta anche altrove come a Chambéry, prima ancora che a Besan&#ccedil;on, e più tardi a Ivrea, alla Spezia, in Bisagno e in Albaro. Il Roccatagliata (Annali) narra che nel 1588 i banchieri vennero convocati alla Spezia e che in siffatta occasione mercanti genovesi avevano trattato con quelli di Firenze per fare «certe fiere in Pisa». Il Senato però non consentì perché «non si poteva a meno di disgustare il Duca di Parma»; e noi sappiamo che nel suo Stato in questo tempo si riunivano ordinariamente le Fiere della Repubblica. Per tale fatto e per altre ragioni il Granduca si adirò non poco.

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