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Fiere di cambio e cerimoniale secentesco (3/6)
di Onorato Pastine

Giornale Storico e Letterario della Liguria – luglio-settembre 1940 – gennaio-marzo 1941

(precedente)

Gli «assenti» di Spagna.
Col secolo XVII l'Italia perdeva ormai il primato nell'organizzazione finanziaria. Si costituiva nel 1609 il potente Banco di Amsterdam ed altri ne sorgevano ad Amburgo (1619), a Norimberga (162l) ed altrove; fiorivano le Fiere di cambio di altri paesi europei.
Ma anche durante questo periodo e specialmente nei primi decenni del secolo si conserva l'importanza di Genova in siffatta sfera di attività. Ingenti patrimoni privati accumulati nelle età precedenti continuavano ad essere impiegati, specialmente per parte della vecchia nobiltà, in larghe operazioni finanziarie in Italia e fuori.
Genovesi sono sempre i banchieri di Madrid. La finanza di quella monarchia era alimentata dal denaro ligure, e quando nelle estreme necessità, a conseguirne l'invocato concorso, non bastavano con il profitto gli onori e le cariche, il Re si umiliava a scrivere in persona agli assentisti ed a privati cittadini in Genova. Né mancavano contrasti all'interno; ma fra allettamenti e recriminazioni, vistose fortune e crisi, perdurava la singolare situazione - come fu acutamente osservato - di un «piccolo popolo d'un piccolo Stato che impone il proprio dominio all'economia del più grande Impero del mondo mentre quasi tutta l'Italia è piegata sotto il dominio straniero».
Ancora nel seicento gli «assenti» di Spagna, grossi prestiti fatti a quella Corona, vengono considerati «la maggior negoziazione de' cambij, che segua nella Christianità», e sono praticati in massima parte da Genovesi residenti alla Corte del Re Cattolico. Quando poi nel 1627 il Conte Duca d'Olivarez, venuto in aspro conflitto con costoro, volle escluderli da ogni intervento negli affari del suo Re, affidandosi invece a Portoghesi, questi, nel tentativo di intraprendere direttamente siffatte operazioni finanziarie, dovettero in definitiva ricorrere ai banchieri genovesi per poterle condurre a compimento.
Degli «assenti» erano ordinari quelli fissati ogni anno per partite di molti milioni di scudi e destinati a sopperire alle spese normali per gli eserciti, le galere, i presidi, le frontiere, le Case Reali, gli ambasciatori, ecc.; e straordinari quelli stabiliti durante l'annata a seconda delle occorrenze, specialmente per i bisogni delle Fiandre o per quelli d'Italia o di altre parti.
Ai banchieri genovesi, che collocavano altresì larghi depositi in Venezia, Milano ed altrove, anche i Papi ricorrevano frequentemente.
Orbene, le Fiere di cambio, come si disse, erano sedi quasi indispensabili alle grandi operazioni di prestito1. A quelle liguri, pertanto, per gli svariati interessi con esse collegati, in vari tempi avevano concessi privilegi Imperatori, Re di Francia, la Repubblica di Venezia, i Duchi di Savoia e di Parma; e il Peri, verso la metà del XVII secolo poteva affermare che in materia di cambi Genova teneva «il primo luogo», avendo questi avuto da essa «la loro culla e i loro ingrandimenti».
Ma una nuova fase ha inizio per le Fiere di cambio genovesi, quando nel 1621 il Governo della Repubblica le trasferì da Piacenza nel proprio Dominio a Novi.
Quali furono le ragioni di tale trasferimento? Il Peri dice che esso fu decretato «per agevolar le negotiationi, così richiedendo le conditioni di quei tempi»; e certo allora s'imponeva la necessità di assicurarne il più controllato funzionamento nelle particolari contingenze di così torbidi anni.
Nel 1620 il Governatore spagnuolo di Milano aveva occupato la Valtellina e anche quel residuo di libertà che ancora rimaneva all'Italia era di nuovo gravemente minacciato. Il pericolo incombeva su tutti i Principati italiani, ma per Genova l'ansia doveva essere maggiore. Da entrambe le parti infatti essa aveva di che temere e l'alleanza del Duca di Savoia con la Francia poteva preludere ad un suo attacco aperto alla Repubblica, sia per l'indole ambiziosa e guerresca di Carlo Emanuele I, sia per essere sempre aperta con lui la dibattuta questione di Zuccarello, che Genova riuscirà poco dopo ad acquistare dall'Imperatore contro le aspirazioni del Duca, (dicembre 1622).
Comunque sia, il provvedimento del Governo genovese che trasportava le Fiere da Piacenza a Novi fu improvviso ed avrebbe dovuto essere temporaneo, quasi in attesa che maturassero i gravi avvenimenti in corso. Un cronista piacentino afferma che i banchieri genovesi «per comando o consentimento di quel Senato» presero la decisione di cui parliamo «senza pure aver richiesto, non che ottenuto l'assenso de' Mercanti dell'altre Nazioni per sì notabile mutamento».
Più precisamente, dal decreto di approvazione della riforma allora effettuata degli «Ordini» delle Fiere, datato dal 7 gennaio 1622, rileviamo che il Ser.mo Senato, dopo aver nominato il 6 ottobre 1621 i Deputati alla revisione dei Capitoli, aveva pure decretato il 1° dicembre successivo il trasferimento delle Fiere a Novi per due anni, ossia per otto celebrazioni, da quella del febbraio 1622 (detta di Apparizione) a quella del novembre 1623 (detta dei Santi).
Molti non furono soddisfatti della decisione del Governo genovese, e numerose piovvero le lamentele provenienti da più parti d'Italia e dalla stessa Spagna, dove i Ser.mi Signori facevano rispondere per mezzo dell'ambasciatore a Madrid, Costantino Pinello, che essi erano «i padroni delle fiere», le quali a loro piacimento avevano sempre governate, prorogate e riunite «fuori d'Italia in varij luoghi et in Italia in Asti, Invrea, Piacenza, Spezza, Bisagno et Albaro».
Anche nei documenti posteriori, a cui ci riferiamo nel presente scritto, incontreremo la stessa energica affermazione della Repubblica circa la sua assoluta padronanza delle Fiere, delle quali la vedremo ancora disporre a suo pia cimento, uniformandosi i Trattanti agli ordini da essa emanati.
Tuttavia, sebbene fosse naturale che la Repubblica preferisse di celebrare le Fiere nel proprio Dominio (e di fatto dopo il 1621 furono convocate per lungo tempo a Novi), è altresì vero che a Genova era stata compresa la convenienza della riapertura di tali negoziazioni in Piacenza dopo il predetto trasferimento, seguito negli anni successivi da una crisi non indifferente.
Certo fiorentissime erano sempre state le Fiere di cambio genovesi. Non vi è «alcuna Piazza - afferma il Peri - ove si trovi tanta quantità di contanti quanta importa il giro de' negozij delle fiere di Bisenzone»; e se il Poggiali, riferendosi a quella celebrata la prima volta in Piacenza nel 1579, considera cospicua la somma di un milione e settecento mila scudi, il Peri stesso calcola che il movimento di capitale in ciascuna di dette Fiere ascendesse a circa dodici milioni, mentre il Della Torre parla di sedici milioni di scudi, sempre per il periodo anteriore alla guerra del 1625.
Quando però l'autore del «Negotiante» pubblicava la prima parte della sua opera, e cioè nel 1638, la situazione era alquanto mutata per la diminuzione del numerario disponibile a causa delle necessità di guerra dei diversi belligeranti e in particolare della Repubblica di Genova, e per il decreto spagnuolo del 1627.
Come già si accennò, il Conte Duca si era scagliato contro gli assentisti e la stessa nazione genovese, accusata di aver dissanguato con i cambi il tesoro regio ormai esausto per le guerre incessanti. Pretendeva egli nuovi grossi prestiti senza offerta d'interesse e neppure delle assegnazioni consuete di garanzia. Alle resistenze incontrate aveva deciso di cacciare i Genovesi e di escluderli da ogni ingerenza nelle finanze dello Stato, sostituendo all'assegnazione per i dieci milioni di pezzi dovuti a quei banchieri, già fissata sull'argento che doveva portare la flotta delle Indie, quella sui così detti «giuri» (juros: rendite su dogane di città e luoghi del Regno e diritti diversi) allora fortemente svalutati. Aggiungendo a ciò che i frutti dovevansi riscuotere in viglione ossia moneta di rame, mentre il capitale era fornito in argento, si comprende come ne derivasse un danno incalcolabile e non soltanto per gli assentisti ma per tutte le case di Genova che erano comunque impegnate negli interessi di quella Corona, poiché, non potendo realizzare i loro crediti, neppure potevano effettuare i pagamenti dovuti, in modo che venne a determinarsi una crisi generale, la quale non risparmiò quasi nessuna famiglia della Dominante.

Quanto al provvedimento del 1621, aggiungeremo, in base a quanto narra il Poggiali, che i banchieri e mercanti forestieri si portarono a Novi la prima volta «per non poter di meno»; ma appena terminate le fiere del febbraio, il 19 dello stesso mese conclusero insieme alcuni capitoli per riprendere le loro riunioni in Piacenza, avuto riguardo «al disturbo, e pericolo non solo della robba, ma della vita, per dover passare per luoghi pericolosi di fuor usciti, e per altre considerazioni». Detti Capitoli furono approvati dal Senato di Milano per il Re Filippo III (11 aprile), da Ferdinando II di Toscana (24 maggio), da Gregorio XV (21 luglio) e da «altri sovrani»; sicché venne tenuta nella città padana la fiera di Pasqua del 1622, confermando e rinnovando il card. Odoardo, reggente per il Duca Odoardo da poco salito al trono, tutti i privilegi già accordati dai predecessori, tolte «quelle particolarità, che parlano de' Genovesi». Di tali Fiere, ricordate anche dal Peri, fu eletto Console Pietro Mozzi, senatore fiorentino, il quale poco dopo chiedeva a nome dei Trattanti ed otteneva dal Farnese anche l'istituzione delle Fiere di mercanzia che si celebrassero due volte all'anno con le altre dei cambi.
Queste ultime si riunivano negli stessi tempi di quelle liguri, ma con la diversa denominazione di Purificazione, S. Gio. Battista, S. Marco e S. Carlo.
I Veneziani poi - trascinati in questi anni nell'alleanza dei Francesi e del Piemonte in guerra con Genova - ne istituirono altre in Verona, a imitazione di quelle genovesi, per gli stessi mesi di febbraio, maggio, agosto e novembre e con un ordinamento quasi identico; mentre i Toscani si valevano di proprie Fiere stabilite a Rimini.
In seguito però i cambisti delle diverse regioni si riunirono ancora con i Genovesi, per cui dovevano essere soppresse le recenti Fiere di Piacenza, convenendosi peraltro che in questa città si sarebbero di nuovo celebrate quelle di Besanzone, «subito che – scriveva il Peri verso il 1638 - siano cessate le turbolenze delle Guerre, che travagliano l'Italia».
Costui considerava, inoltre come sicuro il concorso dei Veneziani e assai probabile anche quello della nazione fiorentina, «la quale sola - aggiungeva - non s'è sin hora intieramente riunita, conforme hanno fatto tutte l'altre… Resteranno adunque in breve con sodisfazione universale ridotte le fiere di Bisenzone nel pristino, et antico loro stato, così piaccia alla Divina Bontà prosperarle in servizio della Christianità, con accrescimento ancora delle Hazende de Negotianti».

La polemica sui cambi.
Effettivamente, come vedemmo, fra il terzo e quarto decennio del secolo c'era stato un certo rilassamento negli affari ed erano «alquanto scemate le ricchezze in alcuni particolari» appunto per la «cessazione di tali contratti»: ma quanto all'invocato intervento della Divina Bontà per far prosperare le Fiere in servizio della Cristianità, vi era chi non la pensava propriamente così e metteva in dubbio, anzi negava addirittura l'utilità e la legittimità del negozio dei cambi con particolare riguardo alle Fiere di Novi.
Intorno all'epoca di cui parliamo una cortese polemica si svolgeva al riguardo fra il citato Gio. Domenico Peri e il giurista Antonio Merenda, primo Lettore di Legge nello studio bolognese , autore di un «De cambio nundinali tractatus» e di lettere scritte su questa materia nel 1647.
Gli oppositori rimproveravano ai banchieri di tralasciare i contratti di mercanzie e di dedicarsi soltanto alle operazioni del cambio. Simili vive lagnanze muovevano ad esempio nel 1559 anche i mercanti francesi a Lione.
Venivano condannate le così dette « continuazioni dei cambi» ma si confondevano fra l'altro i cambi illeciti, come quelli «secchi» o mutui virtuali, condannati anche dalla Chiesa, con i cambi «reali», sia «liberi» che «di ricorsa», utili a facilitare il complicato meccanismo, per compensazioni e giri, dei pagamenti e dei negozi, senza abbandonarlo all'arbitrio di pochi speculatori nelle singole Piazze, ma controllandolo secondo norme precise, sotto l'autorità del Magistrato legale e con l'intervento di tutti i principali negozianti delle diverse Nazioni, concorrenti - in persona o per mezzo di loro agenti e procuratori - alle contrattazioni in fiera.
Si criticava pure l'uso nei contratti di cambio del così detto «scudo di marche», di valore «immaginario» ossia fittizio e che era al contrario molto conveniente alle operazioni di ragguaglio delle svariate monete in corso2.
Delle Fiere genovesi si valevano del resto normalmente, come vedemmo, i Re di Spagna e gli stessi Pontefici3, e cambiavano con esse le principali Piazze d'Europa, dove pure si praticava tale traffico.
I responsi della Sacra Congregazione dei Cardinali e di alti Prelati stavano a comprovare la correttezza di tali contratti, e le stesse bolle del santo Papa Pio V (oltre a quella di Pio IV del 1559) ammettevano tanto i cambi reali di fiera come quelli da Piazza a Piazza, cambi definiti dal Della Torre regolari i primi, irregolari gli altri. Il Governo della Repubblica, poi, sottoponeva talvolta all'Autorità ecclesiastica i casi dubbi in materia, come quelli giudicati da una Congregazione nominata da Papa Urbano VIII, le cui decisioni furono rese di pubblica ragione dal Governo stesso nel dicembre del 1631. Anche il Della Torre sopra citato riporta nel suo trattato «De cambiis» numerose decisioni della Rota Romana.
La polemica sul valore tecnico e morale della contrattazione dei cambi che si collega con la dottrina sull'usura, richiederebbe un esame a sé. Detta dottrina già a metà del secolo XV aveva trovato un temperamento nell'ammissione di un legittimo interesse del capitale. Calvino poi (non per nulla venne rilevato un accostamento fra calvinismo e capitalismo) apertamente giustificava, fra i suoi mercanti ginevrini, l'interesse e la produttività del credito.
Al contrario teologi, moralisti e filosofi come Pascal rimanevano ostili. Abusi reali di spigoli - e abusi non dovevano certo essere rari in Genova, città di larghissimi affari finanziari, se si verificavano spesso anche altrove e nella stessa Roma dei Papi -, astratte valutazioni etico-religiose, ragioni psicologiche comuni a tutte le epoche contro i forti possessori del denaro, interessi particolari, infine, alimentarono la polemica.
Noi ricorderemo soltanto che essa durava da tempo. Un primo difensore dei contratti del cambio era stato nel 1515 P. Corrado dei Predicatori e con lui il P. Fabiano, abate di S. Matteo (De cambiis: 1518). La controversia venne dibattuta nella stessa Dominante. Il gesuita Diego Lainez, primo successore di S. Ignazio nel Generalato dell'Ordine, aveva svolto in Genova anche una serie di prediche per indicare al cambista il modo di praticare la sua arte senza violare le prescrizioni della Chiesa.
Nel 1567 il benedettino P. Ilarione da Genova discuteva l'intricata questione dei cambi nel terzo libro del suo De latissimo avaritiae dominatu, pubblicato a Brescia, facendosi forte del consenso del dotto patrizio genovese Nicolò Senarega. Nel 1619 P. Bernardo Giustiniano teatino, dedicava all'arcivescovo di Genova De Marini il suo scritto sulle continuazioni de' cambi trattate alle Fiere di Piacenza, criticandole aspramente; e un altro arcivescovo di Genova, il cardinale Spinola, ne faceva rivedere le opinioni da P. Anton Benedetto Sansalvatore, già teatino e poi barnabita, assai dotto in teologia. Ma i suoi due lavori del 1620 sui cambi e sulla decisione di un caso, furono posti all'Indice, e del Giustiniano da lui confutato venne pubblicata a Mondovì (1621) un'apologia da Ortensio Capellone.
Queste ultime notizie ricaviamo dallo Spotorno; e senza segnalare qui le diverse opere da lui ancora citate sull'argomento, alle quali altre non poche potremmo aggiungerne, osserveremo piuttosto che l'accenno sopra, riferito al card. Spinola, non risulta esatto, dal momento che arcivescovo di Genova fra il 1616 e il 1635 fu precisamente Domenico De Marini.
A Genova, fra coloro che in questi anni scrissero a difesa dei contratti leciti dei cambi, abbiamo già ricordato il Veronese, il Peri e Raffaele Della Torre, il cui trattato De Cambiis, uscito nel 1641, nell'anno stesso cioè in cui si svolge l'episodio del quale ci occuperemo nel presente scritto, venne assai apprezzato. Papa Innocenzo X qualche anno dopo ne parlava a lui stesso, ambasciatore straordinario alla Corte pontificia, con vivo interesse, chiedendogliene anche una copia per proprio uso.
Non pochi vi erano che affermavano aver i ricchi banchieri liguri accumulato i loro enormi capitali in grazia del cambio; ma ciò non risponde del tutto a verità, perché, se il commercio del denaro dopo il sec. XV costituì, per le ragioni ben note e già accennate, la principale forma di attività economica per le Case e per le Compagnie di negozio genovesi, èpur vero che il fondamento della ricchezza cittadina era dovuto essenzialmente alla navigazione e ai traffici della mercanzia in altri tempi fiorentissimi. Questo notava anche E. Ferrari con vivace spunto polemico, che dimostra come scottante fosse la questione, là dove, citando il passo di Giovanni Villani in cui si afferma che i genovesi erano i più ricchi e i più potenti cittadini così fra i cristiani come fra i saraceni, aggiunge che tale testimonianza «la falsità dimostra di sciocca fama, da più ignoranti abbracciata, che siano nate le grandi ricchezze d'oggi de' genovesi da gl'impieghi de' cambi, e dalle flotte dell'Indie. Non erano questi cambi instituiti, e cento cinquant'anni stettero l'Indi a discoprirsi, quando» il Villani espresse il giudizio sopra citato.
Si poteva anzi trovare persino chi, pur essendo ricchissimo, non praticava affatto il cambio, come quel patrizio Gio. Battista Grimaldi, a cui il P. Ilarione sopra ricordato dedicò il suo libro, e che non volle mai saperne di impegnare i suoi ingenti capitali in operazioni del genere.

(continua)


1 Gli interessi corrisposti per tali prestiti erano di regola, e spesso anche per esigenze speciali, assai forti. Dall'otto e dal dieci per cento si passava più frequentemente al 20 e al 30 %, toccandosi qualche volta anche il 40 o il 50 %. Fonte di particolare guadagno era la concessione di riscuotere pubbliche entrate (asientos). Il fatto è comune a tutte le piazze d'Europa; con tali mezzi formarono ad esempio le loro immense fortune i finanzieri francesi dei sec. XVII e XVIII.
2 Nel 1675, anno in cui il Banco di S. Giorgio riceve con una nuova riforma la sua autonomia, i pagamenti dei cambi vengono fissati a Genova in «biglietti di cartulario», titoli di credito all'ordine, che precorrono i biglietti di banca. La fondazione della Banca d'Inghilterra nel 1694 inizia la costituzione degli Istituti di emissione che sostituiscono quasi del tutto i Banchi di deposito e giro fiorenti fino a quest'epoca.
3 Raffaele Della Torre affermava nel 1645 che nella Corte Pontificia non era possibile «instradare a buon fine la pecuniaria» senza il concorso della nazione genovese; per cui tutti i Papi finivano «con favorirla, conosciutane dall'esperienza il bisogno».

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