Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Fiere di cambio e cerimoniale secentesco (4/6)
di Onorato Pastine

Giornale Storico e Letterario della Liguria – luglio-settembre 1940 – gennaio-marzo 1941

(precedente)

Provvedimenti della Repubblica per le Fiere e forzato ritardo della loro riconvocazione a Piacenza.
Ma tutte queste critiche o discussioni non potevano arrestare lo sviluppo delle nostre Fiere di cambio, che il Senato genovese cercava di restituire alla loro antica frequenza, favorendo – mentre ora si riunivano in Novi - il concorso delle diverse nazioni, con l'assicurare ogni comodità e facilità di soggiorno e di negozio ai Trattanti, e col riordinare anche il Magistrato che ne garantiva il regolare funzionamento.
Secondo il decimottavo capitolo degli «Ordini» più sopra ricordati, detto Magistrato, in carica per quattro fiere ossia per un anno, doveva essere costituito da un Console e da due Consiglieri di cui uno genovese ed uno milanese, eletto quest'ultimo dai banchieri di quella città e confermato dal Senato della Repubblica.
Ora, il 14 febbraio 1636 il Senato stesso, a meglio raggiungere il suo intento, decretava che il consigliere forestiere fosse o milanese o fiorentino o veneziano, un anno per ciascuna delle tre nazioni.
Oltre il predetto Magistrato, che giudicava con autorità tanto civile che criminale in controversie fra banchieri o fra Trattanti e sensali, altro ve n'era in Genova, formato di tre cittadini ed eletto dal Senato per i giudizi in appello dalle sentenze del Magistrato di Fiera1. Orbene, contemporaneamente al citato decreto del 14 febbraio 1636 un secondo ne veniva promulgato, mediante il quale si stabiliva che il diritto di appello si continuasse ad esercitare per i Liguri come per il passato, mentre per i Trattanti di altre nazioni fosse devoluta la competenza a cinque giudici, tre genovesi e due forestieri, eletti a maggioranza di voti nelle Fiere stesse dal Console, dai Consiglieri e da tutti quelli che fossero intervenuti a «mettere conto» cioè a fissare il prezzo dello scudo di marche.
Ma quanto alla convenuta riconvocazione delle Fiere in Piacenza, la cosa non fu facile ad attuarsi con la voluta prontezza. Se dapprima la lotta di Genova con i franco-piemontesi nel 1625 e gli ulteriori pericolosi contrasti con il Duca di Savoia, che non ebbero tregua se non con il patto del 1633, avevano costretto i banchieri liguri a svolgere la loro più limitata attività in mercati tenuti entro il Dominio della Repubblica; la guerra della lega di Rivoli (1635) a cui il Duca Odoardo, inesperto, impulsivo, ambizioso di gloria militare e di ingrandimenti, partecipò con il consueto impeto ma con poca fortuna, impediva il ripristinarsi delle antiche Fiere genovesi in Piacenza.
Quelle istituite dal Farnese nel 1622 vi persistettero in vero per molti anni, ma dovettero impegnare un giro sempre meno largo di affari e furono comunque impedite più volte da vicende interne ed esterne.
Così leggiamo che nel maggio 1631, al termine della ben nota epidemia, vennero fatti raschiare dalle case degli appestati gli «Jesus» postivi come contrassegno, «per non atterrire li forestieri, e specialmente li Banchieri, li quali di novo ritornorono a fare le sue Fiere».
Così pure nel 1637 il Duca Odoardo, liberato il paese, con la firma della pace, dalle milizie nemiche ed amiche, volendo riordinare il suo Stato, fra l'altro «invitò i Banchieri alle solite Fiere di cambio, i quali infatti convennero di quest'anno stesso a Piacenza, e vi tennero sul principio di novembre la Fiera detta di S. Carlo». A queste notizie il Poggiali aggiunge sotto il 1639 che una messa solenne in ringraziamento del felice arrivo a destinazione della flotta spagnuola, venne fatta cantare da banchieri e mercanti, mentre in agosto si trovavano in Piacenza «secondo il solito per la Fiera appellata di S. Giambatista», la quale cadeva nel maggio.
Da tale denominazione, diversa da quella della corrispondente Fiera genovese, si può inferire che trattavasi ancora delle nuove Fiere piacentine; per cui quelle di Besanzone non dovettero essere colà riprese se non dopo questa data, mentre dai documenti che citeremo fra poco risulta che vi si riunirono prima del novembre 1640.
Erroneamente fu infatti affermato che dette Fiere non venissero più convocate a Piacenza dopo il 16212; mentre l'episodio sul quale qui c'intratterremo riguarda appunto un nuovo e definitivo abbandono della città farnesiana da parte di queste istituzioni genovesi, avvenuto nel 1641. Ed il curioso si è che ciò non accadde per una ragione di carattere economico o di serio interesse politico, bensì per un motivo inerente a quella formalistica suscettibilità secentesca, di cui tanti esempi si hanno nella vita di questa età3.

Organizzazione delle Fiere di cambio.
Prima però di esporre l'episodio a cui ci riferiamo è bene ricordare che le Fiere genovesi o «di Besanzone» - come del resto anche le altre del tempo modellate su di esse - si celebravano quattro volte all'anno ed erano denominate, la prima, «di Apparizione» (convocata il 1° febbraio e così detta dall'apparizione della stella ai Re Magi nell'Epifania); la seconda, «di Pasqua» perché si riuniva il 2 maggio cioè poco dopo la solennità pasquale; la terza, «di agosto» dal tempo della sua celebrazione, che s'iniziava il 1° di detto mese, e la quarta, «dei Santi» in quanto cadeva al 2 di novembre. Tali denominazioni erano le stesse delle Fiere di Lione.
Tutta la «Contrattazione», nel giorno e all'ora fissati si riuniva in una vasta sala, per lo più nella casa dello stesso Console, che ivi sedeva con i Consiglieri e il Cancelliere in luogo distinto, presiedendo ai lavori che duravano normalmente otto giorni, dedicati ciascuno alle diverse operazioni del cambio.
Nelle prime tre giornate dette operazioni avevano carattere pubblico. Il primo giorno il banchiere anzitutto, raccolti gli «spacci» ricevuti di tratte o rimesse, segnava nel suo libro detto «Scartafaccio» le diverse partite e annotava a parte quelle sospese, avendo cura di regolarle. Portavasi quindi nel luogo di riunione della Contrattazione, dove il Magistrato ordinava che si procedesse alle accettazioni delle partite e che nessuno se ne partisse senza aver operato i riscontri necessari con tutti i debitori e creditori.
Nel secondo giorno il negoziante faceva il bilancio delle accettazioni segnando il nome dei debitori e creditori e «puntando» detto bilancio con tutti i banchieri nominati; mandava poscia ai ricorrenti le opportune lettere d'avviso e compilava la nota delle partite che ancora gli restavano sospese, perché il giorno dopo il Cancelliere le potesse «domandare» pubblicamente, senza di che non si poteva levarne il protesto.
Il terzo giorno infatti il Cancelliere procedeva per prima cosa a tale operazione. Indi il Magistrato raccomandava alla Contrattazione - spesso su decreto del Senato - di voler soccorrere con elemosine persone bisognose, al fine di propiziare il buon andamento della Fiera. Allontanati quindi dalla sala i sensali, si passava a «mettere il conto» cioè a fissare da parte dei Trattanti i prezzi dello scudo di marche in rapporto alla moneta di ciascuna Piazza. Non tutti i banchieri che davano bilancio in fine Fiera avevano facoltà di «mettere il conto» o di partecipare in genere con il voto alle deliberazioni della Contrattazione; ma soltanto potevano farlo coloro che erano stati autorizzati dal Magistrato dei Cambi di Genova, avendo versato una sicurtà di quattro mila scudi ed ottenuta l'approvazione del Senato e del Magistrato di Fiera. Costoro erano poi quei banchieri, che avendo negozi in tutte le Piazze, potevano essere ben informati della loro situazione.
Con la quarta giornata si iniziavano le negoziazioni private con la mediazione dei sensali, e nessuna azione pubblica veniva più compiuta fino a quelle di chiusura della Fiera; a meno che (come accadde appunto nel caso del 1641 che c'interessa) non sorgessero accidenti imprevisti che richiedessero la convocazione di tutti i Trattanti e loro deliberazioni.
In detto giorno si mandavano ai corrispondenti tutte le necessarie informazioni sui prezzi fissati, gli affari compiuti, le partite sospese ecc. Veniva intanto compilato dal banchiere il «libretto dei cambi e degli avalli», in cui sotto ogni Piazza egli notava i cambi dati e presi e gli avalli fatti: si facevano inoltre bollare dal Pesatore pubblico tutti i contanti, che erano ammessi soltanto in scudi delle cinque stampe.
Nel quinto giorno si proseguiva la scrittura del predetto libro e si curava quella di un altro, detto il «Calculo», che era come la guida dello «scartafaccio» e da cui dovevano risultare le somme del credito e del debito che per ciascuna Piazza avevano i banchieri, e le persone su cui trarre e a cui rimettere. Vi si registravano quindi tutte le cedole che si davano fuori Fiera e la nota dei cambi presi e dati con il nome del sensale.
Le cose dovevano pertanto essere condotte a tal punto che con il sesto giorno il banchiere potesse procedere alla operazione del «Bilancio dei pagamenti». Giunte tutte le risposte alle lettere scritte fuori con i recapiti mancanti, il banchiere provvedeva a regolare le partite ancora sospese, che, a Fiera ultimata, dovevano essere protestate, se non fossero risultate pagate.
Il Magistrato impartiva le ultime disposizioni e sollecitazioni per i lavori preparatori alla chiusura della Fiera, e il giorno seguente (settimo) ognuno pensava ad ultimare il bilancio, se ancora non era stato approntato, e ad aggiustare ed ordinare le scritture ed i recapiti da unire alle risposte degli «spacci», le quali si datavano però dall'ultima giornata di Fiera.
Così si giungeva a questo giorno, che regolarmente doveva essere l'ottavo, in cui tutti i Trattanti erano in obbligo di consegnare al Console i Bilanci dei pagamenti, che venivano riscontrati da quattro Puntatori eletti dal Magistrato. Finita la consegna di tutti i documenti, il Console proclamava nel nome di Cristo chiusa la Fiera e tutti, dopo i complimenti d'uso, se ne partivano per tornare alle proprie sedi.

La Fiera «di Pasqua» del 1641: il Duca Odoardo rifiuta l'onore «del cappello» al Magistrato di Fiera.
Il Magistrato di Fiera nel primo giorno della celebrazione era tenuto a rendere visita di omaggio al Duca, che aveva concesso i privilegi necessari per la negoziazione. Senonché nella Fiera dei Santi del 1640 e in quella di Apparizione del 1641, il Farnese aveva trascurato, nell'occasione di tale visita, di concedere il consueto onore di far coprire con il cappello il Magistrato stesso, suscitando l'indignazione del Console, il M.co Benedetto Mari, che ne fece le sue rimostranze al proprio Governo.
Questo si era inalberato minacciando di rimuovere le Fiere da Piacenza e dando precise istruzioni in proposito al nuovo Magistrato per la Fiera di Pasqua successiva. Erano allora Console e Consigliere rispettivamente i M.ci Bartolomeo Fereto e Lazzaro Maria D'Oria. Giunti a Piacenza regolarmente il 2 maggio, anziché presentarsi al Duca, essi, secondo gli ordini avuti, inviarono al suo Segretario, il noto Giacomo Gaufrido4, un biglietto, in cui dichiaravano che la servitù professata verso Sua Altezza Ser.ma li obbligava, con l'occasione della loro elezione da parte del Ser.mo Senato alla carica suprema della Fiera, di riverire di presenza il suo Signore. Pertanto noi godremo - aggiungevano - «di non restar a dietro in ricever dall'A.S. quelle grazie, et onori, ch'ella cortesemente suol compartire ad altri cavalieri della nostra nazione, e con cui particolarmente ha onorato sempre fuori che le due ultime fiere questo magistrato. Ricorriamo per tanto alla gentilezza di V. S. pregandola ad agevolarci la strada alla conservazione di questo onore, a ciò il mondo non stimi che la nobiltà genovese, o alcun di noi habbia demeritato presso S. A.».
Di fatto, a dette cariche non potevano essere eletti se non cittadini ammessi al Governo e alle magistrature della Repubblica. Ma l'elezione non era sempre cosa facile. I nobili che impegnavano i loro capitali nel cambio, si facevano di solito rappresentare nelle contrattazioni da propri corrispondenti o procuratori. Uno dei Capitoli sopra ricordati fissava pertanto norme particolareggiate (ed anche le relative pene per gli inadempienti) in riguardo all'elezione del Magistrato di Fiera, prevedendo pure l'estrazione a sorte, sempre fra cittadini ammessi al Governo, e autorizzando persino la sostituzione personale nelle cariche, quando queste non si fosse riuscito a coprire adeguatamente. Più tardi veniva stabilito ancora che il Senato dovesse designar per ogni Fiera quattro cittadini della stessa qualità dei precedenti, con l'ufficio di assistere all'intero svolgimento delle contrattazioni, sotto pena di cento scudi per ciascun inosservante.
Tali disposizioni dimostrano come non di rado cotesti nobili fossero restii o poco solleciti a sostenere le incombenze loro affidate. E certo il De Mari non doveva essere accompagnato da gentiluomini quando si presentò per il dovuto omaggio al Duca Odoardo nel novembre 1640, dal momento che, come aveva dichiarato il Gaufrido, il Farnese non lo aveva fatto coprire, essendo entrata con lui «una mano di fachini».
Ora, riguardo i M.ci Fereto e D'Oria, il Duca aveva aggiunto che in altra occasione non avrebbe ricusato, come cavalieri particolari, di «onorarli del cappello», ma che al presente, come Magistrato nei suoi Stati, essi dovevano senz'altro recarsi a compiere il loro obbligo, senza di che Sua Altezza ne avrebbe fatto vivo «risentimento». Egli era tanto più fermo nel mantenere il suo punto in quanto il Governo genovese aveva minacciato di rimuovere le Fiere da Piacenza; e ciò sebbene non mancasse di ostentare indifferenza al riguardo «non premendoli ponto». Il Gaufrido aveva inoltre dichiarato sembrargli assai strano che si pretendesse di capitolare visita con il Duca.
Tutto ciò era stato detto al servo stesso latore del biglietto, per cui il Fereto e il D'Oria comunicavano al loro Governo che avevano pensato di mandare il Cancelliere per dolersi dell'ambasciata ricevuta e per sostenere le loro richieste con quelle maggiori ragioni che i Signori Ser.mi avessero suggerito. Essi stessi poi esponevano il loro parere che era quello di non «cimentare l'humore» di quel Principe che era «gagliardo e risolutissimo» e «minutissimamente informato» di quella pratica; e ciò più per il riguardo dovuto all'interesse pubblico che per la preoccupazione di sottrarre se stessi a «qualsivogli incontro». Intanto si sarebbero astenuti dal mostrare di avere incombenze ufficiali su questa faccenda.
Due giorni dopo (5 maggio) Console e Consigliere scrivevano ancora ai Ser.mi Padroni di essere ogni giorno più pressati a riverire in persona il Duca, il quale si diceva irritatissimo della dilazione. Essi erano sempre in attesa di istruzioni, ed informavano intanto di aver inviato al Gaufrido il Cancelliere, il quale aveva avuto la stessa risposta data al servitore. Il Segretario del Duca gli aveva espresso inoltre le più vive doglianze per la minaccia di togliere via le Fiere, ciò fosse a vendetta di quanto era passato col M.co De Mari, al quale era stato intimato di compiere la visita dovuta, se non avesse voluto che S. A. facesse «risentimento contro la sua persona»; o fosse per costringere il Duca a consentire cosa che soltanto dalla sua cortesia si poteva invocare, «essendo Principe da guadagnarsi con l'umiliatione, e non con la punta, posponendo ogni altro interesse quando vi era premura di reputazione».
Ciò rispondeva perfettamente al carattere suscettibile ed altezzoso del Farnese; né il Gaufrido volle ascoltare altre ragioni e troncò così ogni discussione. I M.ci Fereto e D'Oria comunicavano infine di non aver tralasciato di penetrare i veri sentimenti del Duca per mezzo di cavalieri che frequentavano la Corte, valendosi pure dell'influenza di Bernardo Morando, intimo del Gaufrido.

(continua)


1 Ressero questo «Magistrato dei cambi» i più autorevoli patrizi, fra cui quasi tutti coloro che furono elevati al Dogato. Di questi, Pietro Durazzo, particolarmente attivo negli affari, fra il 1661 e il 1669 fu due volte anche «consul feriarum», e così pure Francesco Invrea nel 1670: e certo si tratta delle Fiere di cambio, diversamente da quanto scrive il P. Levati in Dogi biennali, II. Detto Mag.to, prima temporaneo, divenne perpetuo nel 1645.
2 Fra gli altri, non parla affatto delle Fiere del 1641 Umberto Benassi, che le ignora completamente nel suo pregevole studio citato, riferentesi specialmente al trasferimento delle Fiere stesse nel 1622 e ai conseguenti maneggi. Argomento questo sul quale qui non era possibile soffermarci, ma che potrà costituire oggetto di una trattazione a parte, utilizzando altresì, materiale archivistico da noi soltanto parzialmente accennato senza farne di proposito uso. Il lavoro del Benassi potrà allora fornirci, con particolari notizie, anche l'occasione ad alcune osservazioni eccedenti l'economia del presente studio.
Tuttavia vogliamo almeno accennare in nota ad una di esse e fondamentale: e cioè alla non precisa e chiara distinzione, riscontrata nel Benassi come in altri, tra le Fiere di cambio genovesi e quelle che diremo propriamente di Piacenza o fiorentine, in quanto sotto la giurisdizione granducale. Il che dà luogo ad una ambiguità di espressioni, neppure eliminata dal fatto che viene dal Benassi riconosciuta in più punti l'assoluta autorità del Governo genovese su tale istituto. Il quale, creato - nella sua funzione autonoma - dai banchieri genovesi, rimane sempre sotto il dominio diretto della Repubblica, che lo stabilisce prima a Besançon e poi, a suo piacimento e secondo le convenienze, in località diverse; che chiede per esso ai Farnesi l'ospitalità ben volentieri concessa in Piacenza, e lo trasferisce infine di sua piena autorità a Novi. E ciò anche se per non pochi Trattanti (Veneti, Bolognesi) la nuova sede presenta maggiori scomodità; anche se i Fiorentini si agitano e criticano, industriandosi di sottrarsi al «comando dei Signori Genovesi» e di assumere essi la direzione delle Fiere, non già «di Besanzone», ma delle nuove ricostituite in Piacenza insieme con quelle di mercanzia; anche se la Repubblica intavolerà trattative ed impiegherà ora allettamenti ora intransigenze di modi per indurre gli altri «feraldi» a ritornare ai suoi banchi, come di fatto in seguito finirà per accadere.
Non è quindi esatto prospettare la cosa come se i Genovesi, che avevano in pugno la giurisdizione assoluta delle Fiere, tentassero con «geloso e cupido spirito» d'impadronirsi di una istituzione altrui, di carpirne i vantaggi dopo esservisi insinuati, strappandola con colpo mancino alla sua sede naturale; mentre piuttosto (per ragioni che non credo quelle esposte dal Benassi, e comunque a prescindere da esse) intendevano disporre di un proprio organismo economico da loro inventato e retto saldamente, per ottantacinque anni, al di là e al di qua delle Alpi.
Non è esatto considerare le Fiere di Novi come sorte «rivali» di quelle piacentine, e parlare di «superba secessione». Il fatto è precisamente il contrario. Nel febbraio del 1622 tutte le «nazioni» furono costrette a recarsi a Novi alle consuete Fiere «di Besanzone»; e solo colà si determinò la «secessione» per parte dei vari banchieri istigati dai Fiorentini e incoraggiati - si capisce - dai Farnesi. Ma il ramo avulso dal tronco da assai scarni frutti, e la secessione «reca ben poca fortuna, se la singolare idea di due Fiere funzionanti contemporaneamente in Piacenza viene proposta dai Genovesi ma respinta perché temuta da Firenze; se il Duca mostra di desiderare vivamente il ritorno dei Genovesi e l'amico Fonseca si interessa con calore per vincere le difficoltà incontrate in questo negozio che «preme mucho y que le es de utilidad grande a sa Casa y a Plasencia»; se fin dal 1623 i danni si fanno sentire assai gravi nelle Fiere piacentine e gli stessi Fiorentini debbono cominciare a «riportarsi a casa grossa somma di contanti non potuti investire»; se il governo ducale sostiene le Fiere nuove «ormai anche per punto d'onore»; se Genova può tener duro finché i banchieri si vedranno costretti a portarsi a Novi, sia pure con la promessa di nuova generale riconvocazione a Piacenza in tempi migliori; se nel maggio del 1641 tutti, Milanesi e Fiorentini compresi, debbono ubbidire ai decreti del Senato della Repubblica e ancora seguire il Magistrato di Fiera ligure a Novi.
Notiamo in fine che, posta e precisata la predetta distinzione, non rientrerà nel nostro lavoro quanto non si riferisce direttamente alle Fiere genovesi «di Besanzone» da noi prese in esame.
3 Alessandro Lattes (Genova nella storia del diritto cambiario italiano, in «Rivista, del diritto commerciale», 1915) accennando molto fugacemente al nuovo abbandono di Piacenza da parte della Fiera genovese, aggiunse che «per la continuazione della prevalenza fiorentina, fu nuovamente trasportata a Novi»; dal presente scritto risulta invece che ben altra ne fu la cagione.
Anche il precedente trasferimento a Novi nel 1622 lo stesso Autore spiega soltanto come effetto della ripresa autorità dei Fiorentini a Piacenza, e ciò con poco fondamento, come si vede da tutta la nostra esposizione, sebbene, secondo è stato da noi detto, parecchi banchieri toscani tardassero effettivamente più degli altri a riunirsi di nuovo con i Genovesi.
Ancor più scarso valore ha la rivalità fra banchieri genovesi e fiorentini annoverata pure fra i moventi del passaggio da Lione a Besançon nel 1537.
4 Il Gaufrido, gentiluomo provenzale, fu precettore del Duca e poscia suo Segretario di Stato e favorito.

© La Gazzetta di Santa