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Viaggio a Genova di J.C. Goethe

Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), il famoso poeta tedesco, intraprese nel 1786 un lungo viaggio di istruzione in Italia, secondo un'usanza tipica della gioventù abbiente; al termine riportò descrizioni, osservazioni e commenti in un volume intitolato "Viaggio in Italia".

J.C. Goethe Johann Caspar Goethe

J.W. Goethe non attraversò la Liguria, ma a farlo era stato il padre, Johann Caspar Goethe (1710-1782), che nel 1740 percorse l'Italia tenendo un diario in forma epistolare1, un pretesto comune ai resoconti di viaggio dell'epoca.
"Coltissimo, ricco di beni di fortuna, il viaggio non è per lui un perditempo, ma il mezzo migliore per allargare il suo mondo di idee e di sentimenti, e un grande sollievo.": il suo diario fu pubblicato nel 1932 con lo stesso titolo "Viaggio in Italia".
Riportiamo di seguito la parte relativa al soggiorno genovese.


Lettera XLI - Genova alli 16. Agosto 1740.
… Passando poi innanzi la famosa Bocchetta, passaggio stretto e fortificato, perciò difficile di tentarlo in tempo di guerra, e finalmente si passa per una strada piana, con gran stento, sin a Genova, questa città grande, bella, ricca e magnifica.
Favorisca ch'io ne comunichi ora una qual si sia descrizione. Essa è situata all'estremità del Golfo Ligorino, o sia mare Ligustico, rassomigliando ad una mezzaluna o anfiteatro, di maniera che il mare gonfio bagna sempre le sue muraglie. Le strade strette, ma pulite, di pietre quadrate, sono lastricate di rocca, onde si va più in lettiga ch'in carrozza. Le case ascendono di giù in su insensibilmente, facendo così per la loro disposizione anfiteatrale una vista grata che, in quanto a questo punto, nessuna città d'Italia gli sarà uguale. Vi sopravviene ancora che le facciate sono dipinte di varii colori, e che innanzi una buona parte di esse è un terrapieno di aranci, il che aumenta di molto la beltà si essa. Ma ben lontano è di riguardar queste cose come giardini sospesi in aria, secondo l'opinione di alcuni. Dalla parte del continente, di dietro, sopra la montagna, è circondata e rinchiusa quella città da due muraglie, tra le quali l'esteriore rinchiude le vicine montagne, sin a dieci miglia, in mezzo circolo, e l'altra, come ancor più forte, stringe più la città; tutte due provviste e fortificate, con grosse mura, bastioni e torri di pietre, da una parte del mare sin all'altra, di modo che in tempo di guerra non potrà così facilmente esser per terra assediata e ferrata, come può essere per acqua, onde i Francesi, sapendolo bene, la bom-bardarono nell'anno 1654 per mare, lasciandovi memorie funeste, che si vedono sin al dì d'oggi, massime nella contrada vicina del ponte di Carignano, che sin adesso non è che in parte ristabilita. Questo ponte, ch'è capo d'opera di Sauli, congiunge due montagne, e di sotto nel fosso secco gli avanzi di tanto case sono tanti segni di questo crudele assedio, che non potevano esser rifatte per ragion della povertà, ove i loro proprietarii furono ridotti allora. Qui ho visto la più alta casa che si possa mai vedere, essendo di dieci piani, de' quali cinque stanno di sopra il ponte e cinque di sotto. Con tutta questa distruzione, Genova merita ancora quell'epiteto la Superba, così detta, non solamente per causa de' palazzi di marmo, ma ancor dell'umore e condotta de' cittadini. Il suo porto è assai profondo ed opera molto stupenda, per i due argini di pietre quadrate, costrutti dentro nel mare, dai quali egli è difeso. In uno di essi si vede un faro, ovvero torre con lanterna, per comodità dei naviganti, di trecentosessanta scaglioni.
Il giorno seguente del mio arrivo volli vedere la strada nuova, la quale, senza contradizione, è superba e magnifica, di trecentocinquanta passi ordinarii lunga e venticinque larga; e pur non vi sono che tredici palazzi a' due lati, e ciascuno è sufficiente per esser occupato d'un re con tutto il suo seguito. Le loro facciate sono quasi tutte di marmo bianco. In questa contrada ed in quella detta di Balbi sono i più rari pezzi d'Italia.
Di là entrai nella chiesa dell'Annunziata, la quale è una delle più belle, ma non ancor finita affatto, e non v'è risparmiato né marmo né indoratura al soffitto. Sopra l'entrata principale di dentro è un quadro eccellente ad olio di Giulio Cesare Procaccini. La facciata fa, come le altre, una povera vista per ragione che la volontà del testatore li rende pigri di finirla, a spese d'un solo cittadino, della famiglia de' Lomellini, a redimento della sua anima dal Purgatorio, come si crede volgarmente.
Questa chiesa spetta ai Padri Gesuiti ed è di buona architettura; le mura addobbate sono di marmo sin al soffitto ben indorato. Qui entro il Doge sente ordinariamente la messa, entrandovi per una scala secreta. All'altare maggiore si vede una pittura di Rubens, che rappresenta la Circoncisione di Gesù, ed un'altra S. Ignazio, dello stesso maestro. copertina
Non v'è quasi altra libraria in Genova, di qualche considerazione, che quella de' Gesuiti della Casa Professa, e pur in rispetto d'altre d'Italia è piccola e di poco rilievo, il che non è da meravigliarsi, poiché i Francesi, col gettarvi delle bombe, hanno fra altro abbruciata la vecchia intieramente, e nulla vi fu conservato ch'un solo quadro della Madonna, conforme ad una iscrizione, che si vede dentro nella biblioteca nova, e di cui il bibliotecario fece gran lode ed un miracolo senza pari; ed io avrei bramato meglio che i fulmini francesi avessero avuto rispetto per tutta la biblioteca ed incenerito cento quadri.
Tra i borghi, chiamati Bisagno e S. Pietro d'Arena, quest'ultimo è il più bello e grande, essendovi veramente bei palazzi, tuttoché i loro giardini siano maltenuti. Frattanto si può entrar in alcuni, per godere del prospetto del mare. Quello del Principe Doria sta ad ognun aperto, e qui è il ridotto della gente pulita genovese. Egli si termina al mare; per conseguenza è bello e di più ben coltivato. Di rimpetto, in un altro giardino dell'stesso principe si trova quel gigante di stucco, ove di sotto leggesi la famosa iscrizione d'un cane fedele che vi fu sotterrato. Ma io non ho potuto scoprire il legato di cinquecento scudi, annualmente lasciati per la sua sostentazione, e pur è verissimo, ma non è da stupirsi, mentre abbiamo più esempi dell'amore immoderato verso gli animali irragionevoli.
Questo non ha molto di particolare, né al di fuori né al di dentro, se non ch'egli è grande. Le stanze del Doge e della Duchessa, colla loro famiglia, sono ornate di damasco cremisino, con ricamatura d'oro, tutto a spese sue. Vi stanno anche alloggiati alcuni senatori. Il gran salone è nuovo e bello, ed il consiglietto rinchiude tre quadri eccellentissimi ad olio. Nel suo cortile si vedono due statue di marmo di altrettanti principi della casa Doria, i quali liberarono la patria dalla oppressione dei nemici, per la loro prodezza. L'arsenale del palazzo, benché non sia molto grande, ha però qualche cosa di particolare, e vi si conserva un «rostrum», o sia becco di nave di bronzo (altri dicono di ferro), dai Romani antichi ben conosciuto, antichità tanto più cospicua, quanto è la sola nel suo genere. L'iscri-zione di questo pezzo dice così: «Vetustiori etc.». Fuor di ciò, vi si vedono armi don-nesche, adoprate allora quando una truppa delle nobili genovesi fece una crociata nella Terra Santa, sotto Bonifacio VIII; ve ne furono quaranta o cinquanta di queste eroine, di che Misson se ne burla piacevolmente. La diversità del sesso nella fattura osservasi distintamente. Da poi vi si trova uno scudo di centoventi tiri; una bandiera di Pio V Pontefice, della quale si servì verso i Turchi; un cannone di corame, conservato per la memoria dell'antichità. La repubblica ha una piccola raccolta di libri, alla cui aumentazione pensa, però che in poco tempo sarà una biblioteca di gran rilievo. In questo mentre vengo chiamato per far una escursione nella vicinanza Genovese, di cui e d'altre cose qui in città osservate, dirò al mio ritorno, onde finisco, sottoscrivendomi già in fretta, ma col più distinto ossequio di
Vossignoria
umiliss. servo.

Lettera XLII - Genova alli 20. Agosto 1740.
Oh quanto fui ricompensato dell'interruzione dell'altro giorno, onde ripiglio la penna, per farne a V. S. una relazione. Andammo dunque ad una villeggiatura nel Paradiso di Genova, ed ebbi tanto diletto che mancherei molto al mio dovere se non principiassi questo foglio col loro racconto. Intenzionato dunque di osservare i seminati di aranci a Sestri di Levante, alcune miglia di qui, ed uscendo per questo fine dal bellissimo porto di Genova, restai stupito in veder le montagne di questi contorni, ordinate in forma di giardini fioriti, facendo una gran varietà di prospettive molto grate. Prima di avanzarsi in su, si passa tra boschi, che producono naturalmente quantità di piante odorifere, ed in questa salita erta traversai una selva foltissima di mirti e di aranci, di lauro ed altri arboscelli simili, selvatici, di modo che i raggi del sole, per la loro verdura non potevano penetrare, tuttoché era mezzodì, nel mese d'Agosto. Sopra la cima di esse si vede ogni sorta di aranci, da tre piedi fin a dodici d'altezza, e già in gran numero. Era molto bello il vedere simile piantata di questi frutti nobili, dalla quale non solamente una parte d'Italia, ma ancora di Germania tira il suo bisognevole. Questa gente qui su guadagna pure la sua vita coll'inocchiare ed innestare, di che poi fanno smalto indicibile. Questi uomini dimorano su questi monti molto stretti, in capanne, ed in tempo d'inverno mettono tutta la piantata al coperto, acciocché il freddo non vi cagioni danno alcuno. Sono avidi per i denari, mentre l'altro giorno vennero quei medesimi montanari che avevo visto nella mia osteria ad offrirmi le loro mercanzie, credendomi forse qualche commissionario d'un qualche principe forastiere, venuto a Genova, per farne qualche provvisione. In somma fu questa una barcheggiata di qualche rilievo. Presi una barchetta a due remi, colla quale veleggiai fin a Sestri, ed essendo il luogo per dove andare, pensai, molto discosto dal mare, mi posi sul piede, non curandomi poi di quel grand'incomodo che ebbi per ascendere i monti e sodisfare la mia curiosità. Nell'entrare e passeggiar per le selve sopra descritte e montagne piene di aranci, ed avendo vedute queste naturali ed artificiali bellezze, ritornai a casa contentissimo, pieno di queste idee genovesi, che in codesta parte da per tutto spirano fecondità e delizia. All'incontro, dall'altra parte del Ponente, è cotanto spogliata che fa verificar il proverbio: «Montagne senza legno».
Ritorno ora in città, ed eccomi nella superba chiesa dell'Assunta, tempio della famiglia di Sauli, la cui facciata non è per anco finita, per amor d'un legato perpetuo che si perdé, ma ciò nonostante al di dentro tutte le pitture ad olio colle statue di marmo meritano più attenzione, essendo fuor di modo bellissime. Innanzi di questa si gode un prospetto grazioso della città insieme col mare. La sua iscrizione sopra l'entrata è questa:
DEIPARA IN COELUM ASSUNTA
Stamattina il Serenissimo Doge è andato in pubblica processione nel Domo, dedicato a S. Lorenzo, a visitar la cappella di S. Bernardo, nella quale, se non m'inganno, si custodisce la cenere di S. Giovanni Battista, ove di continuo sono accese più di trenta lampade d'argento. Sua Serenità era accompagnata dalla Signoria, in seguente maniera. Gli ufficiali della repubblica avanzavano, senza osservare alcun ordine, come una truppa di cervi. Dopo costoro vennero dodici paggi, nobilmente vestiti di damasco rosso e verde, con ricamatura d'oro massiccio. In tal guisa, ossia arnese, parte avanzavano, parte accompagnavano ad ambe le bande il Doge. Poi seguivano i signori genovesi, due a due all'ordinario, vestiti di nero, con un mantello addosso. Poi venivano i senatori con abiti neri. Dopo questi, il Generale della repubblica, col maestro delle cerimonie, e finalmente il Doge, vestito di cremisino, di maniera che il mantello, la velata, la berretta, le calze, con le scarpe, sono dello stesso colore, benché di materia differente. Intorno al Doge e senatori erano trenta fin a quaranta Svizzeri. Innanzi portavansi due scettri o mazze, ed in tre luoghi per dove passavano furono esposti corpi de' soldati, ed in altri varii luoghi di passaggio la musica si faceva sentire, ed in tal guisa entrò Sua Serenità nel Domo. Arrivatovi, venne circondato d'una quantità di religiosi, e condotto poi, insieme con certe reliquie sante, sotto un baldacchino, sostenuto dal Doge stesso e dai senatori, sino nella cappella di S. Bernardo. Ivi sentì la gran messa, con musica, miserabile. Questa finita, il Doge coi senatori ricevé dai religiosi mazzetti di fiori, fatti di seta, i quali, per non averli spesi inutilmente, furono in contracambio regalati generosamente, ed il Duca dotò nel medesimo tempo dodici figlie povere. Finito questo, tutto il corteggio si ritirò nel palazzo a piedi, nello stesso ordine, come sin qui ampiamente fu raccontato. Quindi viene che nissun ambasciatore, o sia inviato, va ad accompagnare il Serenissimo, secondo che quest'uso è introdotto in Venezia,
Voglio far qui anch'una aggiunta, ma in ristretto, di alcune notizie così del governo come del cambiamento del Doge, dei cicisbei, che godono qui una particolare libertà, dopo dei forzati, o del culto divino dei protestanti, sapendo bene che molt'altri avanti di me ne hanno copiosamente parlato. In quanto al primo, il governo è pur aristocratico, da che i Genovesi hanno ricuperato la libertà. Il Doge cambia ogni due anni, ed in ciò è differente dai Veneziani, il quale è perpetuo; ed ecco qui il complimento che gli si fa al fin del suo reggimento: «Sua Serenità ha compiuto il suo tempo; Sua Eccellenza favorisca ritirarsi or a casa».
Sotto il ben bello titolo d'amor platonico fu qui introdotto un costume, conforme il quale le dame si sogliono servire in diverse occorrenze di certi cavalieri, e ciò senza gelosia dei loro mariti. Ma quest'uso, essendo molto calato, non par essere più del gusto della città, si come già alcuni noi loro contratti matrimoniali misero dentro la condizione, o di non essere servita da cicisbeo, o non voler servire sotto tal carattere. Così il mondo diventa sempre savio.
Si vedono in questa città correre qua e là uomini, a due a due incatenati, vendendo varie mercanzie; e questi sono i forzati e condannati alle galere. Fa d'uopo star avvertito, se uno non vuol cadere nei loro lacci, sì come mi hanno acchiappato con tela di fazzoletti la quale, una fiata lavata, si dissolve come paglia.
Quei della confessione d'Augsburgo che qui dimorano, desiderando fare il loro culto divino, lasciano annualmente venir più fiate il predicatore del reggimento protestante, che sta a Alessandria in presidio, non curandosi della Inquisizione, la quale non vien esercitata così rigorosamente in riguardo dei forastieri.
I membri del governo con gli altri particolari tengono molte ricchezze; all'incontrario, la repubblica stessa non è ricca, fuori del Banco di S. Giorgio, essendo questo provvisto di gran capitali. E, sicuro, non v'è luogo alcuno che abbia tanti ricchi banchieri come questa città. Si sa che la repubblica veneziana sta sopra fondamenti d'oro, ove la signoria in particolare a soverchio non tira la sua origine da Creso, il che è facile a capire, mentre quivi il pubblico fa il mercante, e la signoria non vi si mescola; all'incontro, a Genova, quanti principi tanti mercanti, onde il pubblico resta indietro, se si tratta del guadagno e del profitto. Un'altra differenza è che i nobili genovesi si qualificano duchi, marchesi e conti, invece che la signoria veneziana non ammette alcuno di questi titoli.
Mi pare aver copiosamente parlato del mio trattenimento in questa incomparabile parte d'Europa; ora voglio mettere fine a questo mio soggiorno, e parimente a questa corrispondenza, collo stile della quale ho incomodato fuor di modo le sue orecchie delicate, le quali adesso si possono bastevolmente ri-posare. Tutto è risolto; la mia partenza è stabilita; la feluca, specie di vascello, è pronta. Basta, tutto per imbarcarmi alla volta di Marsiglia è preparato. Iddio, che fin ora per sua bontà mi ha conservato, col proteggermi da ogni infortunio, mi farà la medesima grazia nell'accompagnarmi per dove ancor mi porterò, sino che alfine riveda un'altra volta la mia carissima patria, sotto la cui protestane mi confiderò dopo domani alle onde. Voss. non avrà a male, se io continuo questo mio commercio in lingua francese, supplendo anche quello che esperimenterò da qui sin a Marsiglia per mare, con che mi confermerò di
V. S.
umilissimo servo.


1 Alcuni suppongono che tale forma sia stata scelta solo al termine del viaggio

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