Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Viaggio a Genova nel 1760
di Giuseppe Marc'Antonio Baretti

Tratto dal volume "Viaggio da Londra a Genova" di Giuseppe Marc'Antonio Baretti, 1831

Giuseppe Marco Antonio Baretti (Torino 1719 – 1789 Londra), giornalista e poeta, era nato in un ambiente familiare avverso alla cultura per cui a 16 anni abbandonò Torino per studiare presso uno zio a Guastalla. Dopo varie peregrinazioni si trasferì nel 1751 a Londra dove trovò un ambiente a lui più congeniale. Il 13 agosto 17601 ritornò in Italia per accompagnare un giovane gentiluomo inglese diretto a Venezia e nel 1762 pubblicò la relazione del suo viaggio attraverso il Portogallo, la Spagna e la Francia, con il titolo "Lettere familiari ai suoi tre fratelli Filippo, Giovanni e Amedeo".
Nel 1763 pubblicò il periodico "Frusta letteraria" utilizzando lo pseudonimo di Aristarco Scannabue, un vecchio bizzarro e bisbetico; nell'agosto 1766 ritornò in Inghilterra, dove morì.


Lettera LXXXVII.
San Remo 17 novembre 1760
… Siccome andavamo costeggiando assai vicino a terra, abbiamo potuto veder Lete2, bel villaggio, il quale par che tocchi la città di Ventimiglia, la cui giurisdizione episcopale si estende sopra una parte del contado di Nizza, quantunque dipendente da altro Sovrano.

ritratto Giuseppe Marco Antonio Baretti

A Lete, che non è distante da Mentone più di due miglia, incomincia il territorio di Genova; e Ventimiglia è fortificata; ma sì debolmente, che nell'ultima guerra le nostre truppe se ne impadronirono in meno di otto giorni. Siamo poi arrivati qui a tre ore dopo mezzogiorno.
S. Remo non ha porto; ed abbiam dovuto spingere la feluca sopra un banco di sabbia, e i marinai l'hanno trasportata a terra a forza di spalle. Così è terminata la nostra navigazione della giornata; navigazione non più lunga di trenta in quaranta miglia, e che non è notabile per veruna avventura buona o cattiva, se eccettuate l'ncontro di un abete che il Paron Antonio presume essere stato sradicato, e tratto al basso dalle montagne dal fiume Ventimiglia, per le ultime pioggie ingrossato. Noi abbiamo veduto le traccie di questo fiume, stendentesi a più di un miglio dal lido, e distinguevamo le sue acque da quelle del mare pel moto progressivo onde s'incalzavano; ed anche più per la quantità di musco, di fogliame di rami d'alberi scavezzati, che ne coprivano la superficie. Una moltitudine di oche acquatiche volteggiava qua e là, e s'immergevano nell'acqua, e ne uscivano rapidissimamente, traendone non so che per loro nudrimento. E' l'oca acquatica un bell'uccello per quanto ho potuto vedere, e prende il nome dall'oca nostra comune per la rassomiglianza che n'ha; ma è più svelta di forme, e dirò meno grave, se tanto è atta al volo. Peccato che non avessimo un archibugio! Che ne avremmo d'un solo colpo fatte cadere parecchie! e Parone Antonio mi ha detto essere ottime a mangiarsi. Quando egli mi ha portato a terra, mi si è presentato alla mente un quadro meravigliosamente contrastante con quello del pio Enea con Anchise suo padre a cavalcione, appunto perché Parone Antonio è della età del padre Anchise, quando il figlio lo salvò dalla città incendiata; ed io sono a un di presso della età di Enea. Scusate il paragone di un Eroe trojano con vostro fratello: quando non ho materia, forza è che io vi scriva ciò che mi viene in testa. Non dissimulo però, che se il quadro rappresentante un giovine che porta sulle spalle un vecchio per salvarlo da gravissimo pericolo, può facilmente destare un grave affetto in chi lo contempla; quello che rappresenti un giovine portato sulle spalle di un vecchio, facilmente può destare per lo meno il riso, se non forse indignazione, vedendo il mondo andare al rovescio.
S. Remo è una delle più amene città della Riviera ligure: in generale ben fabbricata, e di mirabile apparenza veduta dalla parte del mare. Dicesi che abbia più di dodici mil'abitanti, la cui rendita principale procede dalla vendita de' loro agrumi, che crescono sulle montagne de' contorni. Con due lire genovesi se n'ha sui luoghi un migliajo; e lascio pensare a voi quante migliaje di aranci e limoni voglionvi per far la somma necessaria a mantenere di ogni occorrente una città di tale maniera popolata. Notate poi che non è permesso di mandare codeste frutta fuor di paese, se non passino attraverso di un anello di ferro, di cui i magistrati fanno uso in tempo della raccolta: di che la ragione è questa, che i troppo grossi che non passano per l'anello tengonsi per troppo maturi, e facili a guastarsi ove si volessero portar lungi.
Tra le case di S. Remo quella che fa più figura, appartiene alla famiglia de' Borias, la quale passa per la più ricca della città. Essa è sì vasta, che ha precisamente tante finestre, quanti giorni ha l'anno, che però non sia bisestile! intendiamoci bene; ed anche i San-Remesi convengono in ciò. Ho voluto piuttosto credere loro, che prendermi l'incomodo di numerarle io. E' stato un curioso capriccio quello del Signore che fece mettere in quel suo palazzo copertina tante finestre! ed io sono di parere che se il Governo genovese mettesse una tassa sulle finestre, come fa il Governo d'Inghilterra, i suoi eredi ne farebbero chiudere ben parecchie. Narrasi che quel Signore avesse un fratello, il quale si diede molto d'attorno per sapere il numero de' confessionali che trovavansi nelle chiese di Roma. Decidete voi, miei giudiziosi fratelli, chi di que' due avesse più buon tempo.
Mentre si preparava il pranzo ho voluto fare un giro per la città; e quello che di meglio ho potuto vedervi, si é una chiesuola delle Suore della Visitazione, la quale ha tre altari di bellissimo marmo. La chiesa de' Gesuiti è bella anch'essa, ed è ornata con buon gusto. Ho veduto pure molte piante di palme in un giardino, le quali presentano un grazioso spettacolo colle loro foglie variatissimi: il clima però è troppo freddo per non permettere che dieno frutta, come in Africa. Sono gli abitanti di S. Remo quelli che da lungo tempo godono il privilegio di mandare a Roma le palme, che servono alle funzioni dell'ultima domenica di quaresima. Vi guadagnano qualche migliajo di scudi; e se mancassero di farne la spedizione un anno, perderebbero il loro privilegio per sempre. Non ho potuto sapere l'origine di questo privilegio. Fate qualche cosa anche voi altri: mettetevi a questa ricerca: in Torino non debbono mancare libri vecchi, ne' quali sia notata.
I Genovesi da poco in qua hanno fabbricato tra la città, e il lido del mare un piccol forte per tenerne in rispetto il popolo, il quale avea, non è molto, cercato di scuotere il giogo della Repubblica sotto il pretesto ch'essa volesse violare le sue franchigie con imposizione di tasse, che non avea diritto di pretendere. La rivolta non fruttò che la galea a diversi caporioni, e l'esiglio a varii de' più ricchi, ai quali per soprappiù furono confiscati i beni. Codesti esuli presentemente vanno sollecitando a Vienna protezione, onde poter ritornare alla patria, e riavere le loro sostanze; ma io temo fortemente che riescano ne' loro desiderii, perché la loro città e il loro territorio non sono cose di tanta importanza da meritare l'attenzione di Corte sì grande; e l'esperienza deve averli convinti che per loro sarebbe stato assai meglio tenersi tranquilli, e pagare le tasse che la Repubblica era stata costretta ad imporre avendo tanto sofferto nell'ultima guerra da noi, e dai Tedeschi. Prima di arrischiare di mostrare i denti, prudenza voleva che i San-Remesi si assicurassero che fossero forti per afferrare con buon successo l'osso, che volevano morsicare. Ma questo popolo non vi pensò; e n'ebbe doppio malanno; perciocché il nuovo forte porrà i loro Padroni nel caso di fare quanto vorranno senza troppo badare alle antiche franchigie, e a' vecchi capitolari, i cui autografi sono scritti in caratteri, che oggi non si sanno più leggere.
Malgrado però quest'ultimo caso, poche popolazioni ho vedute presentarsi più vantaggiosamente al forestiere di questa. In generale gli uomini sono ben vestiti; meglio ancora le donne, la cui acconciatura mi ha fatto molto piacere per la sua semplicità: essa è composta di un nastro rosso circa due pollici largo, legato intorno alla testa, e formante un grosso nodo sulla fronte: i loro capelli sono divisi in due treccie pendenti; e nel resto sono pettinate con molta cura. Quelle che naturalmente sono belle, da questa acconciatura prendono un'aria viva e piccante, e di belle ve n'ha molte. Un onesto mercante di agrumi, a cui un mio amico di Nizza m'avea raccomandato, mi ha assicurato che non v'ha donne al mondo dolci e modeste come quelle di S. Remo; e sono assai portato a crederlo, singolarmente riflettendo che il lusso, corrompitore della innocenza, non ha potuto trovar mezzo d'introdursi fin qua; ed è assai probabile che non vi s'introdurrà mai, per la ragione che S. Remo, cinto dal mare da una parte e da una dirupata montagna dall'altra, rimanendo in certo modo separato dal rimanente del mondo, non dà adito a comunicazioni perniciose.

Lettera LXXXVIII.
Savona 18 novembre 1760
Jeri, dopo che i marinai ci portarono a terra sulle loro spalle, portarono egualmente a terra la feluca, perché un colpo di vento non la ruinasse, o il mare non la strascinasse via. Volendo adunque metterci in viaggio questa mattina, è stato d'uopo rimettere la feluca in acqua: la quale operazione mi ha presentato il sì curioso e bel quadro, che mi sarei morduto di rabbia le dita per non avere imparato un poco di disegno: tanto sono certo che uno schizzo di quella operazione v'avrebbe meravigliosamente dilettati. Immaginate una parte de' miei Argonauti abbassati fino a terra scavare la sabbia, che trovavasi d'innanzi alla feluca, ed invece di pale adoperare le mani, operazione necessaria per facilitarne l'andata: altri mettere tavole, e grossi e rotondi bastoni sotto la feluca, per più agevolmente spingerla; e ad imprimerle poi il movimento gli uni appoggiare contro le coste della medesima le spalle, e la schiena, gli altri la testa, e le anche; e tutti ajutantisi, tutti facendo ogni sforzo, di cui ciascuno è capace. Le diverse età, il contrasto degli atteggiamenti, la violenza de' muscoli e de' nervi fortemente espressa nelle membra ignude, le contorsioni, gli sberleffi di questa gente, che bel soggetto pel mio amico Cipriani, che avrei voluto che fosse stato meco; e dirò meglio che vorrei che fosse meco continuamente!
Mentre io stava osservando i nostri marinai in sì faticoso travaglio, mi è venuto in mente che se quella feluca fosse capace d'intendere e di sentire, certamente potrebbe godere di grande compiacenza. Ho detto fra me: una feluca non è utile se non quando essa è in acqua; e per poterla mettere in istato di servire a qualche cosa vedete quante braccia e quante mani occorrono! Ora passando dalla feluca a noi, non sarebb'egli una grande soddisfazione vedersi sì potentemente soccorsi e secondati per arrivare al posto ove potessimo distinguerci? Perché dunque ciò tanto di raro succede rispetto agli uomini? Pur troppo ve n'ha pochi, e pochi assai, i quali trovino mani soccorrevoli e potenti per ispingerli a' posti, né quali potrebbero riuscire utilissimi a' loro simili. No, no: qualunque sieno i vostri talenti, mai forza estranea viene ad ajutarvi per farvi giungere ove dovreste essere; ed inutilmente la natura può avervi dato i talenti necessarii per diventare poeta, o musico, o storico, o ministro di Stato: ché con tutti i doni della natura sarete obbligato a condurre l'aratro, od a portare il moschetto, o a montare di dietro ad una carrozza con una livrea indosso, od anche a fare un peggior mestiere, e tutto ciò perché nissuno ha pensato di collocarvi nell'elemento a voi conveniente.
E' inutile dirvi fin dove io abbia spinte queste riflessioni, incominciate forse con un'applicazione un po' bizzarra , ma condotte per certo ad un gravissimo argomento. Lascio a voi a continuarle, giacché v'ho messo in istrada; e a farle correre fin dove possano giungere, con tutte quelle distinzioni, eccezioni, condizioni, che tanto la generalità del principio, quanto la singolarità de' casi, può suggerire al buon senso. Né tralasciate intanto di pensare quanto pochi tra quelli che voi conoscete, sieno stati per altrui diretta e risoluta opera secondati, e collocati ne' posti, che sarebbero convenuti ai loro naturali talenti, e alle vere loro inclinazioni. Io scommetto che avreste molta fatica a citare un solo, fortunato al pari della nostra feluca, la quale, se questa mattina non avesse avuta il soccorso di tutti i nostri marinai, poveretta! sarebbesi rimasta a marcire sulla sabbia.
Allontanati per un miglio incirca da San-Remo un venticello di ponente ha dispensato i nostri uomini dal far uso de' remi; e si è commessa alle vele l'ulteriore navigazione: le quali vele hanno sì ben servito, che in poco più di tre ore abbiamo fatto trenta miglia di cammino. Altrettanti ci rimanevano sino a Savona; ma una calma fastidiosa è sottentrata verso il mezzodì a quel venticello; e la nostra gente ha dovuto lavorar di remi con tutte le forze sino al tramonto. Se il buon Cornacchini non fosse stato con noi, quella sì lenta navigazione ci sarebbe stata pur nojosa! Ma per buona fortuna egli era con noi ancora; ed avendo in Nizza comprata una chitarra, si è messo a suonarla, ed a cantare, sicché ci ha fatto passare il tempo senza che ce ne siamo accorti. E veramente ho a dirvi che non ho mai udito nissuno cantar meglio di lui sotto voce; e le tante sequedillas3, e tonadillas4, da lui imparate in Ispagna, gli hanno guadagnato il cuore del nostro Andalusino. Credo d'avervi già detto che una tonadilla è una singolare composizione musicale, cantata in parte sopra differenti misure, e in parte recitata: ma le strofe che si recitano, debbon essere pronunciate in modo, che il tuono della voce si accordi col suono. Noi non abbiamo in Italia in fatto di musica, per quanto io mi sappia, cosa che sia così graziosa e lieta, com'è una tonadilla spagnuola. Il nostro recitativo obbligato non ha nulla che fare con essa.
Oltre questa dilettevole distrazione, io ho avuta anche quella di pormi ad esaminare la costà a misura che facevamo cammino: perciocché non abbiamo voluto mai perderla di vista per paura che in questa stagione poco costante non venisse il tempo a cambiarsi improvvisamente, e a metterci in guai. Così eravamo padroni di abbordare al bisogno ove ci paresse opportuno; né la memoria di quel maladetto Ciabattino5 si è ancora dileguata dalle nostre menti. Or sappiate che in tutto l'universo non v'è assolutamente un paese più delizioso della Liguria. Quando si guarda dal mare, non si vede composto che di rupi, e di vallate; il tutto coperto di vegetabili, che fanno comparir sempre verde la costa. Io m'avea da prima proposto di contare le città e i villaggi, che veggonsi da Ventimiglia sino a Genova: ma il troppo numero ne ha imbrogliato, ed ho abbandonato il conto. Tutta la costa pare una città quasi continuata: tanti ne sono gli abitanti. E spezialmente cominciando da Porto Maurizio , e andando ad Oneglia, la popolazione è incredibile; perciocché in questo solo spazio, non lungo più di cinque miglia, e largo quattro, oltre queste due città, si annoverano quaranta e forse più villaggi.
Siamo sbarcati a Savona al momento che il sol tramontava, siccome ho già detto; e siamo andati ad alloggiare ad una buona osteria fuori delle mura. Se il tempo continua ad essere buono com'è presentemente, noi partiremo domani di buon'ora senza entrare in città: di che non avrò a dolermi, perché anni sono io già la vidi. Savona, dopo Genova, è la città più considerabile della Repubblica. In addietro essa avea un vasto porto, e sicurissimo: ma siccome privava Genova di una parte troppo considerabile del suo commercio, questa, abusando di sua prevalenza, lo ha fatto ammonire in maniera, che grossi vascelli non possono più esservi accolti. I Savonesi continuano a lamentarsi del danno recato loro coll'esserglisi guasto il loro porto. Ma supponendo che Savona fosse il centro della potenza in luogo di Genova, quanto tempo credete voi che fosse per sussistere il porto di questa ultima città? E' l'interesse, e non ispirito di malvagità, quello che ha portato i Genovesi ad ordinare la distruzione del porto di Savona; ma l'interesse ha sempre l'aria di malvagità, sopra tutto quando è sostenuto dalla potenza, e che è pregiudicevole agli altri; ed è tanto naturale ne' Savonesi il gridare contro i Genovesi, quanto è naturale a' Genovesi, avendo in mano la potenza de' Signori, l'approfittare di questa in proprio vantaggio.
Savona è dominata da una cittadella, le cui mura, e fossa, sono state tagliate nel sasso. Con tutto ciò nell'ultima guerra le nostre truppe la presero facilissimamente. Dacché poi il nostro Re6 l'ebbe in sue mani, e gli fu fatto sperare che sarebbe rimasta sua, egli ordinò al cavalier Pinto7, quegli che avea regolato l'assedio, di fortificarla meglio che fosse possibile; e questo valente ingegnere ne corresse le molte irregolarità, alzò le mura di più; e di più approfondì le fosse; e la mise in istato tale da essere imprendibile. Io vorrei che questo fosse vero; e che tutte le altre fortezze d'Europa venissero ridotte a tale condizione, onde i Principi non pensassero più a far guerra, ed a reciprocamente levarsi le città che posseggono.
Savona non contiene meno di trenta mil'abitanti, oltre cinque o sei mila che stanno nei sobborghi; ed è una delle città meglio fabbricate che abbiamo in Italia, abbondante di belle case, di vaste chiese, di spaziosi spedali, e di altri edifizii pubblici d'ogni specie. Fertile poi n'è il territorio, che si allarga parecchie miglia, e per sette s'interna sino ad un'enorme montagna, sulla quale io una volta mi portai cavalcando una mula in due ore. Correva allora la stagione invernale, come al presente; e non mi sono dimenticato mai quanta fatica mi costasse quel viaggio capriccioso. Su quella montagna soffiava sì forte il vento, che fui costretto in parecchi passi angusti a smontare per non essere rovesciato nei precipizii sottoposti. Che orribil cosa viaggiare, come allora io facevo, attraverso delle montagne di Mezzanotte, di Malausino, di Cartoccio, per un tempo procelloso! Tutte queste montagne formano una lunga catena, la cui parte settentrionale si trova coperta di ammassi di neve gelata; che hanno parecchie miglia di estensione; ed è questa la ragione per la quale non prendo per andarmi a casa la strada che attraversa l'alto Monferrato; e mi fa andar via la voglia di visitare in questa occasione i molti parenti ed amici che abbiamo né varii luoghi di questa provincia. So che l'impreveduto mio arrivo farebbe loro gran piacere; e sono sicuro che vuoterebbero più di una bottiglia in onore del mio felice ritorno. Ma la stagione è troppo aspra per me onde azzardare un tale viaggio. Li vedrò in primavera senza correr rischio, e viaggiando a tutto mio comodo. Per ora mi attengo alla feluca.

Lettera LXXXIX.
Genova 18 novembre 1760
Noi siamo arrivati qui da Savona in meno di cinque ore, favoriti da un vento prospero quanto mai avessimo potuto desiderare. Al momento dei nostro appressarci al porto l'orizzonte era sì chiaro, che abbiamo potuto godere a tutto nostro agio di questo bellissimo spettacolo, e contemplare a un colpo d'occhio tutta quanta la città. Che semicerchio magnifico! Nulla, a ciò che dicesi, è paragonabile in questo genere a Genova, fuori di Napoli, e di Costantinopoli. Io avea veduta Genova parecchie volte: ma oggi essa mi è piaciuta di più, e più che mai mi sorprende. Essa è veramente una città superba.
Da dieci anni che non l'ho veduta, mi accorgo che i Genovesi hanno aggiunto due nuovi fanali al loro porto: il che ne rende molto meno difficile l'ingresso nelle notti oscure. Non ho poi potuto trattenere un sospiro volgendo lo sguardo alla parte dei due fanali, rammentando che non sono stati collocati nel luogo in cui sono, se non per causa di naufragio di un vascello, nel quale uno de' miei amici perdette la vita. Povero Guido Riviera! Non recitammo più versi insieme!
Avendo mostrate le nostre carte all'officio esterno di sanità, ci siamo inoltrati verso il sito dello sbarco, ove parecchi locandieri ci aspettavano per offerirci i loro servigii – Noi andiamo alla locanda di Santa Marta, ha detto il Cornacchini; onde non c'importunate d'avvantaggio. - Codesta locanda, ha risposto uno di coloro, disgraziatamente è rimasta distrutta per un incendio da circa un mese; onde, Signori, farete bene a venire alla Croce di Malta, ove troverete tutte le comodità, e sarete trattati bene quanto in ogni altra locanda.
Se io fossi stato solo, sarei caduto nella rete di colui: ma il Cornacchini, che conosceva meglio di me questa razza di canaglia, è stato fermo in voler andare a Santa Marta, promettendo soltanto, che se noi non vi trovassimo alloggio, andremmo alla Croce di Malta. Io gli ho voluto dire: e perché prenderci l'incomodo di andar a cercare una locanda che non sussiste più? - Perché sono sicuro, mi ha egli risposto, che questo galioffo mentisce, e che Santa Marta non si è niente affatto abbruciata. Per quanto questa risposta sia stata forte, colui non se n'è mostrato nulla affatto tocco; ed invece di risentirsi, si è contentate di sostenere la sua asserzione, e di appoggiarla con giuramenti tanto positivi, con tale aria di sincerità, che io mi sono sentito nel caso di non sapere cosa crederne, ed ho fatto una vera fatica cedendo alle istanze del Cornacchini, che ho seguito a Santa Marta.
Che v'ho io dunque a dire? Sì, signori, le congetture del Cornacchini erano giuste; e non mi sarei potuto tacere sulla sfacciataggine di quel primo locandiere, che volea ingannarci così bugiardamente, se un secondo pari suo non mi avesse chiusa la bocca. L'oste di Santa Marta ha messo fine alla mia sorpresa dicendoci al momento che entravamo nella sua locanda, che il contegno del locandiere della Croce di Malta non avea nulla di straordinario. Io medesimo, ha egli detto, sapete, Signore, quante volte ho abbruciata la locanda di lui? onde convengo ch'egli sarebbe uno sciocco ben majuscolo, se in eguale maniera non abbruciasse la mia ogni volta che se gliene presenti occasione. E' nostro costume, ha quindi soggiunto questo miserabile con un sangue freddo da Giuda, di abbruciarci così la casa reciprocamente. Ognuno dee cercare di tirar l'acqua al suo molino. - Sicuramente, ho replicato io; e il vostro metodo è plausibilissimo. Peccato che non siate mandati tutti a farne uso in galea! - Va bene: va bene, mi ha egli risposto. Non andate in collera per codeste nostre burle. Noi vi tratteremo bene.
Io senza perder tempo sono andato a far visita al sig. Paolo Celesia, mio degno amico, il quale per alquanti anni è stato in Inghilterra in qualità di ministro della Repubblica, e che si è ammogliato con un'amabile Inglese. Né l'uno, né l'altro si aspettavano di vedermi, non avendo avuto alcun avviso di mia venuta in Italia. Ho passata una sera gradevolissima in loro compagnia, e in quella di alcune mie vecchie conoscenze. Hanno fatto il possibile per trattenermi qui uno, o due giorni: ma mi sono messo in pensiero che voi incomincereste ad essere inquieti sul mio ritardo a giungere tra voi, giacché il mio viaggio ha durato più lungo tempo che non dovea. D'altra parte trovandomi tanto vicino a casa, il desiderio di rivedermici pungevami piucché mai. Piglierò dunque domani mattina la posta alla punta del giorno; e spero che al cader del sole sarò tra le vostre braccia. Dopo un sì lungo e felice viaggio noi domani a sera canteremo insieme nella più profonda umiltà dei nostri cuori. «Agimus tibi gratias, omnipotens Deus, pro universis beneficiis tuis. Qui vivis et regnas in secula seculorum.»8


1 Prima del 22 agosto era Doge della Repubblica di Genova Giovanni Giacomo Grimaldi, dopo Matteo Franzoni; era Re di Sardegna Carlo Emanuele III di Savoia
2 E' la frazione Latte di Ventimiglia, in dialetto genovese læte.
3 Le seguidillas sono canzoni spagnole accompagnate da danza.
4 Canzoni tradizionali spagnole.
5 Scoglio pericoloso al largo di Nizza.
6 Il Re di Sardegna Carlo Emanuele III di Savoia.
7 Lorenzo Bernardino Pinto (1704-1788), nel 1744 diresse l'assedio di Savona conquistando la città in 18 giorni.
8 Benedizione della mensa: Ti rendiamo grazie, Dio onnipotente, per tutti i tuoi molti benefici. A te, che sei vivi e regni nei secoli dei secoli.

© La Gazzetta di Santa