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    Pezzi di storia

Fiere di cambio e cerimoniale secentesco (6/6)
di Onorato Pastine

Giornale Storico e Letterario della Liguria – luglio-settembre 1940 – gennaio-marzo 1941

(precedente)

Le Fiere ristabilite a Novi: loro attività.
Il tutto fu eseguito secondo le decisioni del Senato genovese, ed ebbe in tal modo termine la piccola questione di cerimoniale fra la Repubblica e il Duca, questione che ebbe tuttavia la non lieve conseguenza dell'abbandono definitivo della Piazza di Piacenza per parte delle Fiere «di Besanzone». Le quali continuarono ancora ad essere così chiamate, sebbene d'ora in avanti si usasse per esse frequentemente la denominazione di «Fiere di Nove», da quella che rimase per lunghi anni la loro sede pressoché costante.
E a Novi esse ebbero ancora momenti di grande attività e floridezza per largo movimento d'affari e concorso di numerosi banchieri.
Intorno al 1647 il Peri poteva ancora domandarsi: «Non è stimata questa (Genova) fra tutte la più ricca d'oro e d'argento? Se regnanti voglino proveder a' loro bisogni, fondar monti, concluder assenti, far qual si voglia provigioni de Danari non se ne fanno i trattati in Genova, o con Genovesi?»
Siamo al tempo dell'accennata polemica con il Merenda, la quale rientrava nelle vivaci e secolari discussioni sulla legittimità dei cambi; ma non si vedeva ora la ragione per cui «tutta la borrasca d'alcuni scrittori» venisse «scaricata sopra le fiere di Nove, il frutto de quali è il più tenue, il più incerto, e forse il più giusto delle altre forme che rendono frutto». Tale interesse oscillava infatti, in mezzo a rischi continui, fra il 4 e il 5 %; mentre allora in altre parti erano riconosciuti legalmente frutti ben superiori. Così quelli dei pubblici depositi in Germania (dal 6 all'8 %), in Francia e Spagna (8 %), e quelli dei cambi del Regno di Napoli (dal 10 al 12 %) e in Sicilia (12 % e più).
Legittima era la mercanzia - lo scudo di marche - dei contratti stipulati nelle Fiere di cambio, e le funzioni di queste erano utili e necessarie all'economia generale. In verità gli stessi attacchi mossi contro le nostre Fiere sono sicuro indice del loro fecondo vigore. Esse cambiavano allora per le Piazze di Genova, Milano, Firenze, Venezia, Roma, Napoli, Palermo, Messina, Lucca, Bologna, Bergamo, Lecce, Bari, Ancona, Siviglia, Valenza, Anversa, Barcellona, Saragozza, Amsterdam, Norimberga, Vienna, Augusta, Colonia, Amburgo, Londra, Parigi, Sangallo, e per le Fiere di Medina del Campo, Lione, Francoforte, Bolzano.
Intorno al 1651 i frutti delle Fiere di Novi erano ridotti in media all'1 %; ma questa «Dieta introdotta per giovare e facilitare il commercio di tutto l'Universo» era sempre fiorente, dando ad essa ordini «le piazze più famose d'Europa, come appare dalla lista delle piazze che cambiano con le fiere di Nove», che erano ancora presso a poco quelle stesse sopra citate.

Nuovo vano tentativo dei Farnesi per restituire le Fiere di cambio a Piacenza (1651).
Si può pensare che i Farnesi e più direttamente i loro sudditi piacentini, che, come vedemmo, avevano fatto altre volte «ponti d'oro» ai banchieri e mercanti genovesi e delle altre città , non fossero per nulla lieti di aver perduto un così cospicuo mercato del denaro. Abbiamo, è vero, udito parole altezzose da parte del Duca Odoardo; tuttavia il suo temperamento e il suo orgoglio, per cui egli anteponeva il proprio punto anche all'interesse personale e dello Stato, come ci attesta la politica troppo spesso avventata da lui seguita, ci spiegano a sufficienza il suo atteggiamento quasi sprezzante.
Ma sotto il successore Ranuccio II, essendo ministro il marchese Pietro Giorgio Lampugnani dopo la tragica fine dell'onnipotente Gaufrido, caduto vittima della spinosa questione di Castro e dell'odio pontificio, si pensò certamente ancora alle vecchie Fiere di cambio di Piacenza.
Nel 1651 del loro auspicato ristabilimento nella città padana si occupava in Genova un agente del Farnese, mentre era intento alla trattazione di altre questioni con la Repubblica, sulle quali lo stesso Lampugnani scriveva proprio a quel Lazzaro Maria D'Oria, che trovammo Consigliere della Fiera nel 1641 a Piacenza. Detto Agente, Bartolomeo Cassinelli, riferendosi alla pratica della tentata mediazione fra Genova e Venezia, aggiungeva al marchese Lampugnani: «L'interesse delle fere, come detto a V. S. Ill.ma resta già aggiustato in questo negozio, s'anderà poi adosso all'altro particolare, et oltre al splendor che n'acquisterà S. A. le conseguenze a suo favore son belle, con un caos d'emergenti» (7 gennaio).
Alcuni mesi più tardi (6 maggio) per sollecitare e concludere le diverse pratiche che andavano languendo, il Cassinelli suggeriva l'invio di una lettera al Doge di Genova da parte del Segretario del Farnese, in cui, per quanto riguardava la questione delle Fiere, si informasse che erano in corso trattative per riunirle di nuovo in Piacenza; che la nazione veneziana «con molto gusto» vi concorreva; e che Sua Altezza avrebbe veduto molto volentieri un tale effetto, «quando se ne soddisfacessero Sue Signorie Ser.me; et alla nation Genovese sarian concessi tutti quelli privilegi et honori che godeva per il passato». Se pertanto la cosa fosse di gradimento del Governo genovese, si dava ordine al Cassinelli di presentare le necessarie istanze a chi di dovere. Come si vede, si parlava ancora degli «antichi onori»: segno che anche il famigerato problema dell'onore «del cappello» era ormai cosa superata nella mente ducale1.
Comunque il tentativo a nulla approdò e i banchieri liguri non uscirono per le loro contrattazioni dal territorio della Repubblica.

Sintomi di decadenza; le ultime vicende delle Fiere e strascichi della polemica sui cambi.
Ma non tardarono a segnalarsi sintomi di decadenza. Il Peri infatti verso il 1665, parlando delle «nostre fiere di Bisenzone che hora si celebrano a Nove», lamentava il diradarsi delle case di negozio per i numerosi fallimenti1 e la «freddezza della negoziazione», riconoscendone la causa principale, più che nelle guerre rovinose, nella mancanza del credito per colpa di chi possedeva grandi capitali lasciandoli inoperosi. Un tempo - scriveva - «guadagnava chi fidava il suo Danaro; guadagnava, con la propria industria quello al quale era fidato, e l'uno e l'altro si locupletava: Hora a ninno si fida, ed il Danaro si va consumando; ne possono aspettarsi solo ruine, alle quali è necessario riparare, e per il privato, e per il pubblico bene; Ogn'uno ha da pensarvi, e particolarmente quelli, ch'anno le sostanze, e desiderano di conservarle».
E le rovine non erano portate da mancanza di sostanze bensì di credito. Molti, anche ricchi, «per aver gli effetti sparsi, e non potergli restringere nel breve termine, che passa da una fiera all'altra», mancando loro il credito, erano costretti «a far punto».
Egli, il Peri, aveva sempre difeso e lodato le Fiere ed i cambi e gli scudi di marche, ma ora aggiungeva che se le cose fossero continuate «sotto le forme presenti», sarebbe stato costretto a «mutar registro», non già perché potesse variare opinione su quanto era di assoluta giustizia, ma «per detestar la stiratezza presente del negoziare»; della qual cosa avrebbe anzi voluto «che s'impiegassero le penne de' Teologi», come di ciò che riusciva di detrimento a tutti, non senza colpa dei responsabili, cadendo quindi il fatto anche sotto la sanzione morale.
Per vero la navigazione con il Levante avrebbe costituito una più sana forma di profitto, ma ad essa non si attendeva che con scarso entusiasmo; i Governi forestieri ricorrevano sempre e frequentemente al capitale genovese per i loro bisogni; ma era questo ormai un impiego poco redditizio e non troppo sicuro. Onde il Peri consigliava di non «seppellir più danari ne' Stati de Prencepi forastieri, che non corrispondono, et a prezzi bassissimi, come va seguendo, contentandosi di farli girare sopra le Fiere, che gli arreccheranno utile maggiore, et il danaro per li bisogni, che possono succedere, sarà sempre pronto».
Peraltro, non ostante questi lamenti, è da notarsi che proprio in quell'istesso tempo Genova si sforzava di scuotersi e di trovare nuove fonti di vita: così nel 1665 si riusciva a riaccendere i traffici con l'Oriente ottomano.
Le Fiere di cambio liguri continuarono poi a svolgere ancora un'attività secolare, sia pure attraverso le alterne vicende politiche della Repubblica e l'affievolirsi della sua potenzialità economica.
A lungo esse rimasero a Novi; ma nel 1708, dopo una sosta a Sestri Levante, furono fissate dal Senato a S. Margherita, dove durarono fino alla seconda metà del secolo. E non deve stupire se non vennero addirittura stabilite in Genova, quando si ricordi che la Chiesa vietava le cambiali che non fossero emesse per un 1uogo diverso da quello dove risiedeva l'emittente.
La vitalità di queste Fiere era sempre relativamente notevole e tuttora costituivano esse un centro ed una forza attiva, per l'economia statale, sebbene una supplica del 1711, con la solita esagerazione di tutti i documenti del genere, affermi che la negoziazione fosse «ridotta ormai nella miseria più estrema».
Quando nel 1722 si presentò la necessità di riattare le strade, acciocché chi dovea a quelle presiedere potesse nel giorno preciso raggiungere per terra - in caso vi fosse stato impedimento per via di mare - il luogo della Fiera, il Magistrato di questa, sollecitando i lavori, rilevava che la mancata puntualità nell'apertura della negoziazione avrebbe cagionato ritardo e confusione «e per conseguenza notabil pregiudizio al commercio publico».
Aggiungeremo infine che neppure le discussioni sul diritto creditizio e bancario erano cessate. Esse si agitarono nella seconda metà del seicento, divenendo vivaci in Germania durante la crisi interna seguita alla pace di Vestfalia, e continuarono ancora nel secolo XVIII.
In Italia scrittori vari, teologi, moralisti, la Sacra Rota, cardinali e vescovi nei loro editti sinodali vi parteciparono attivamente.
Ma la questione si era andata meglio definendo e fissando secondo una distinzione precisa fra cambi legittimi e cambi illegittimi o palliati. Nel 1750 un teologo anonimo, da più parti sollecitato, pubblicava a Roma un libretto sull'argomento, col quale rendeva alto omaggio a Papa Benedetto XIV, che aveva promulgato di recente una nuova e severa bolla sulla spinosa questione. Questo scritto, di carattere generale e teorico, in cui troviamo soltanto un accenno concreto - e presentato con molto riguardo - ad un caso sottoposto dalla Repubblica di Genova alla Congregazione nominata da Urbano VIII nel 1626, distingue appunto nettamente i cambi leciti e reali che nelle Fiere avevano il loro corso normale, e i cambi secchi o mutui simulati ed usurai, nonché i così detti «obliqui», fittizi essi stessi, come quelli allora invalsi e condannati senz'altro da scrittori e autorità ecclesiastiche. Ecco come il nostro ignoto teologo riassume la questione: «Il cambio è finto, e secco, quando chi riceve il danaro a cambio per la tal fiera, o per le tal piazze di Cambio, esibisce, e consegna lettere di cambio dirette a qualche fiera, o piazza, le quali poi o non si mandano a' luoghi stabiliti, oppure se si mandano, non hanno effetto, non hanno esecuzione; e come dunque non sarà molto più secco, e molto più finto un Cambio, in cui né si fanno lettere di Cambio, né si mandano alle fiere, e piazze di cambio, ma unicamente si presenta un'Apoca [carta appunto in quel tempo frequentemente in uso] che finge una promessa di far cambiare nelle fiere, e nelle piazze la somma ricevuta per mezzo d'un pubblico banchiere, alla quale, come si sa, in niun luogo, in niuna piazza, e da niun Banchiere si darà mai esecuzione?»
Evidentemente con simili rilievi non si voleva affatto condannare l'attività propria e legale delle Fiere di cambio. Al contrario si veniva con ciò implicitamente a riconoscere l'utilità delle loro funzioni; le quali, decadute e scomparse le Fiere stesse, verranno assunte da altri più perfetti istituti.


1 Un colpo di mano contro le Fiere di Novi tentò più tardi lo stesso Ranuccio II, quando, dopo più decenni d'interruzione, credette di poter approfittare dello scompiglio determinato in Genova dal recente e terribile bombardamento subito da parte della flotta di Luigi XIV (1684) per far risorgere le Fiere di Piacenza (1685), inducendo pure i Milanesi a non inviare più a Novi il proprio consigliere. Ma anche questo tentativo fallisce completamente e si esaurisce pochi anni dopo (1692) con lo scioglimento della stessa società di affari a cui partecipava il Farnese.
Questa breve ripresa delle Fiere piacentine non ha però nulla a che vedere con l'istituzione della Repubblica, che continuò, se non a prosperare, almeno a vivere, spingendo la propria attività nel pieno settecento.
2 Molti fallimenti si ebbero pure al principio del 1668 per le forti perdite subite da mercanti genovesi nel 1667 a causa delle Piraterie dei corsari.

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