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    Pezzi di storia

Riviera di levante e Lunigiana nella politica navale genovese
dopo lo sfacelo della marca (4/4)
di Ferruccio Sassi

Giornale storico e letterario della Liguria – luglio/settembre 1937

(precedente)

L'affermazione imperialistica di Caffaro. Il consolidamento della conquista.
L'eccezionale attività svolta da Genova nel periodo che si chiude col 1148, e cioè con la conclusione della campagna spagnuola, aveva prodotto - come ci narra l'Imperiale nella sua bella ricostruzione citata - gravissime conseguenze sulla saldezza dell'economia e della finanza pubblica. La situazione, non più florida dopo le iniziative rivierasche, era andata sempre più aggravandosi sia durante la spedizione, sia dopo che le conquiste effettuate si erano mostrate vantaggiose pel Comune nel campo politico-militare per la fama derivatane, ma non nel campo economico; ché anzi, data la difficoltà di difendere le posizioni raggiunte, queste si mostravano piuttosto fonte di continue spese e di preoccupazioni, anzichè sorgente di lucro. Riepiloghiamo brevemente le notizie dateci dall'A. All'appalto della zecca avvenuto nel 1141, seguiva nel 1144 l'impegno venticinquennale del dazio sul vino a favore d'un consorzio di capitalisti: quindi la cessione per 15 anni del dazio sui pesi e misure, quella di 29 anni del dazio sulle rive e sugli scali, l'appalto per ugual durata dei Banchi e della zecca delle monete d'oro e d'argento; e poi l'imposizione di fortissimi dazi sui generi di maggior consumo (sale, vino, olio, miele), e persino sulle navi e cioè sulla più sicura fonte di prosperità del Comune. Seguivano ancora in un vertiginoso incalzare la cessione ad una società privata di tutti i possessi di Tortosa, la cessione della regia del sale per 20 anni nonchè d'un infinito numero di pedaggi, ed infine rinfeudamento per 29 anni agli Embriaci dei possessi genovesi del Levante. Essiccate ormai le fonti medesime dei redditi, la crisi raggiungeva il culmine nel 1154, nel qual anno il debito del Comune era asceso alla cifra per allora enorme di 15.000 lire genovesi, pur avendo impegnato tutti i proventi rilevantissimi ritratti dalle cessioni e dai prestiti. Oltre la metà di detta somma, e precisamente 8.600 lire, erano dovute a banchieri piacentini.
Sono senza dubbio ammirevoli la tenacia ed il coraggio non comuni, dimostrati nel perseguire una politica di largo respiro, quale appunto quella praticata direttamente da Caffaro od almeno da lui ispirata, e nel parseguirla ostinatamente malgrado le tremende difficoltà trovate nel compimento d'un'impresa altrettanto onorevole quanto praticamente inutile. Ed ancor più notevole il fatto, che proprio nel periodo di crisi il pensiero dei reggitori torni a pensare alle necessità politiche, e subordini ancora e sempre a queste, le necessità economiche del Comune e dei singoli cittadini: anzi trovi nel successo politico un'arma per contrapporsi, seppur velatamente, alle probabili o possibili aspirazioni del maggior creditore, e per garantirsi l'avvenire. E' certamente un bell'esempio di quanto possa la volontà contro il predominio della bruta forza economica.
Ci attesta lo Schaube del notevole grado di floridezza e di prosperià raggiunto in questo tempo dalla città di Piacenza, favorita dalla splendida ubicazione geografica sulle vie, allora molto battute, che collegavano l'emporio commerciale genovese all'alta Italia e quindi alle terre d'oltr'Alpe. Di pari passo con lo sviluppo economico era andata crescendo l'influenza politica e, sotto questo aspetto, meritano un cenno particolare gli anni dal 1141 al 1145. Dalla convenzione con i Pavesi, alla concordia con i potenti signori di Cornazzano; dall'influenza acquistata nella vecchia giudicaria longobarda di Mezzano in seguito al giuramento di fedelta dell'Abbate Giovanni, all'acquisto con la forza dell'alta giurisdizione sul castello e sulla curia di Compiano e di Felina (a seguito del qual fatto i Marchesi Guglielmo ed Opizzone Malaspina divengono feudatari del Comune), è un costante irraggiarsi del Comune piacentino verso i valichi appenninici. Nell'agosto del 1141 l'intera Val di Taro è percorsa «hostiliter» dai Piacentini: serbatoio e vivaio di prodotti naturali e di uomini validissimi (da allora un milite armato per ogni casa servirà nelle schiere comunali), poderoso rinforzo almeno per la guardia dei passi, se proprio non ancora piattaforma per ulteriori sbalzi giù verso quel mare che già sin d'allora molti cittadini piacentini percorrevano come privati mercanti, dediti esclusivamente ai loro pacifici traffici. Sbalzi resi ad ogni modo possibili dopo che, con la cessione da parte del Marchese Oberto Pelavicino dei beni allodiali e feudali avvenuta nel 1145 per riceverli e riconoscerli in feudo dal Comune, era definitivamente tramontata ogni ragione di preoccupazione nelle zone del piano. La posizione dei Malaspina, rimasti abbarbicati come possono in una stretta zona a cavallo degli Appennini, appoggiate le spalle alla loro Lunigiana, è ora alquanto scomoda. Ma essi hanno ancora la possibilità di liberarsene coll'acconsentire a gravitare in una o nell'altra direzione a seconda delle pressioni materiali e morali che ricevono.
Orbene, mentre per alquanti anni le carte genovesi serbano il più assoluto silenzio sulle attività svolte in Lunigiana, vi ritornano quasi con uno scoppio improvviso di fulmine nel 1150, in una posizione che a prima vista sarebbe sembrata insospettabile e lontana dal giuoco ormai tradizionale della politica genovese.
Dagli abitati di Ceparana e di Bolano una vecchissima strada risaliva per le vette retrostanti sino al Monte Gottero, per ridiscendere al passo di Centocroci e di lì avviarsi verso Parma e Piacenza. Sulla vetusta via rifluiva forse in quel tempo una rinnovellata corrente di vita; dal Gottero una strada scendeva per quel di Zeri verso Pontremoli; altra, in fondo valle verso Varese Ligure, sboccando in quella scendente direttamente allo stesso centro dal valico di Centocroci. In tutta quella parte (quarterio) della pieve di Varese Ligure compresa fra i torrenti «Coloana» e «Stadura» (gli attuali Corvana e Stora), dal loro sbocco nel Vara fin su al crinale di Centocroci, i figli del noto Cona di Vezzano, i figli di Oglerio di Lagneto e i domini di Salino godevano da tempo di una quarta parte delle decime della pieve. Sono tutti casati e personaggi a noi ben noti per le loro vicende rivierasche e pei loro rapporti col Comune di Genova; la zona ha poi una particolarissima importanza geografica. Lassù, in posizione militarmente ottima, a guardia delle strade scendenti a Varese da Centocroci e dal Gottero, sorgeva appartato il castello di Teviggio, tenuto da uno dei domini di Salino e da un consorzio dominicale assumente il proprio predicato dalla località, probabilmente sciamato da uno altro ramo degli stessi «de Salino».
E' appunto questo il castello preso di mira: naturalmente si tratta di una donazione, e - perché l'atto sia giuridicamente perfetto - la donazione si estende al colle sul quale sorge il castello stesso, come a necessario complemento ed appendice. E non meno naturalmente, come già molti anni prima i Passano pel cartello di Frascati, i domini mantengono e confermano la fedeltà verso i loro signori: non in tutto veramente, perché una piccola eccezione si fa (curiosa fedeltà davvero!) pel castello di Teviggio. Anzi, per quest'ultimo, la decantata fedeltà si spinge al punto che i domini - evidentemente... per scrupolo di coscienza - s'impegnano a riferire subito al Comune di Genova ogni macchinazione contro il detto castello, e forse anche contro altri, sorgenti nella zona, che eventualmente pervenisse al loro orecchio.
Segno, questo, della vitale importanza che Genova annetteva a quel braccio buttato laggiù, sotto al crinale, per serrare la stretta attorno al comitato di Lavagna ed a quel che restava, da Val Graveglia alla catena appenninica, ai semi spossessati Marchesi. Ma anche cacciato sin là per troncare ogni eventuale velleità di discesa verso il mare al Comune piacentino o magari parmense.
Seguirà poi l'acquisto della quarta parte del monte di Lerici, ceduta dai domini di Vezzano al Console Ido di Carmandino nel 1152; e la penetrazione sarà perfezionata nel 1153 col trattato di amicizia e commercio stipulato con il Comune di Pontremoli. L'intera Lunigiana è ormai assicurata al dominio diretto od all'influenza genovese, e nessun nuovo rivale potrà più minacciare il pacifico dominio del Mar Ligure su tutto l'arco di costa da Genova a Capo Corvo: così come la sottomissione di Savona avvenuta nello stesso anno 1153 conferirà a Genova sicurezza militare e politica sino al mar di Provenza e di Catalogna, e donerà piena tranquillità al traffico diretto verso occidente.
Invano per tutti questi anni il Comune di Piacenza tentava di riportare sul terreno la questione dei debiti: promesse molte; parole buone senza dubbio; qualche sorriso anche, nella forma e nello stile caratteristico degli Orientali, appreso da qualche contatto avvenuto nei bazar levantini... Relazioni cordiali, basate su intensificate relazioni commerciali, fors'anche su chieste e facilmente accordate agevolazioni nei trasporti... ma nulla più almeno per allora. Ma nel 1154 la situazione è molto cambiata in favor di Genova, e non sono più a temersi ormai ricatti di sorta nel campo politico quale compenso per una sistemazione finanziaria. Sistemazione che invece, ammortizzati o in corso di ammortamento i prestiti contratti all'estero mediante le pattuizioni del gennaio 1154, prevedenti un pagamento rateale e, in parte, un pagamento in natura, viene rapidamente raggiunta con i soli mezzi ordinari a disposione del Comune.
E ci stiamo così avvicinando al coronamento dell'edificio costruito con tanta pazienza in lunghi anni di attesa, di lotte formidabili, di vittorie e di scoraggiamenti. Dal 1155 al 1157 è uno straordinario fervore di opere costruttive. Sono nuovi patti stipulati con i borghesi di Montpellier; e il trattato di commercio e d'amicizia con l'imperatore d'Oriente, che tanto lustro doveva recare al Comune unitamente alla possibilità di vedersi aprire nuovi ed immensi sbocchi; sono altri accordi con Guglielmo di Sicilia e col suo figlio Ruggero, e con le città di Tortona e di Milano. E contemporaneamente un'intensissima ingerenza nelle cose di Riviera e di Lunigiana: rinnovazione di giuramenti di fedeltà dei Nasso, Passano, Lagneto e Lavagna; obbligo ai feudatari di custodire le strade da Brugnato a Val Graveglia; dovere di rivelare eventuali congiure contro i castelli; imposizione dell'arbitrato dei Consoli genovesi nelle beghe intestine; obbligo di osservare in pieno le modificazioni strutturali dell'ordinamento sociale ormai introdotto nella stessa pieve di Lavagna («tenere compagnam et consulatum in plebe Lavanie ad mandatum comunis Janue»); obbligo di conservare «scaritum et guarnitum» il castello di Frascaro e quello di Frascarolo, nonché la torre, il domignone ed il borgo, con esclusione dai medesimi di qualsiasi ingerenza marchionale («bailiam et potestatem»). E nello stesso anno 1157 la donazione fatta da Guido Guerra, Conte di Ventimiglia, dei luoghi e castelli suoi, ed il conseguente giuramento di fedeltà prestato dal Conte medesimo e da tutti i suoi uomini, sanciva in modo definitivo l'incontrastato dominio del Mar Ligure occidentale.
Febbrile attività diplomatica che trova riscontro in Genova stessa nell'ardore, col quale si sistemano opportunamente poderose difese della città dal lato di terraferma ed all'ingresso del porto: l'ultimo atto che conclude il ciclo politico dell'espansione genovese in Liguria, e che consentirà ai legati genovesi di ergersi fieramente sui piani di Roncaglia, negando il diritto al Barbarossa di esigere tributi dal Comune. L'edificio è ora compiuto; forte della sua marina, Genova potrà affermare clamorosamente per bocca di Caffaro una propria autonoma politica navale: anche a costo di sollevare i sospetti pisani, e di affrettare l'epoca delle rinnovate lotte pisano-genovesi ed il proprio trionfo finale nel Tirreno.
«Nam ab antiquo concessum et confirmatum est per Romanos Imperatores, ut ab omni angaria vel perangaria habitatores civitatis Janue debeant perpetuo excusari, solamque fidelitatem Imperio debeant, et maritimarum contra Barbaros tuitionem, nec in aliis possint nullo modo cogi, ut Divinitate propitia Barbarorum impetus at insultos, quibus tota maritima a Roma usque Barchinonam quotidie vexabatur, procul dubio expellerent, ut ab eis quisque securus dormiat et quiescat».
E' all'incirca questo il tempo in cui, sull'altra sponda d'Italia, ad opera dell'altra Dominante geograficamente più fortunata, lo stesso concetto - sugli inizi essenzialmente politico, e soltanto in seguito rivestito a fini polemici di formule giuridiche - va maturandosi e delineando i propri precisi contorni nella definizione del «mare chiuso».
Tra i due mari, impossibilitata a raggiungere da un lato l'Adriatico o ad affermarvisi, od a traboccare verso il Mar Ligure e il Tirreno dall'altro superando i valichi appenninici, la politica delle città e successivamente dei ducati dell'interno si svolgerà per secoli avvenire, gradualmente contenuta, repressa, smorzata in una naturale tendenza verso la ricerca di un equilibrio politico: sovente, ed anche contro ogni sua volontà, costretta a fornire come il letto - contenuto da due troppo ripide sponde - del canale convogliante invasioni straniere.
Anche il piccolo dimenticato castelluccio di Teviggio aveva avuto modo di dire la propria modesta parola per determinare il corso degli avvenimenti.

Mentre i trattati con gli Almoadi di Spagna, del 1154 e del 1161, e l'alleanza stipulata nel 1167 con Alfonso II d'Aragona e successor del Conte di Barcellona, avevano definitivamente consacrato il predominio politico di Genova nel Mediterraneo occidentale, in Riviera le ultime tappe del cammino genovese sono dirette, com'è naturale, all'ulteriore consolidamento delle posizioni raggiunte: si passa cioè più specialmente nel campo della politica interna, essenzialmente antifeudale, della quale basterà ricordare pochi aspetti tra i più caratteristici.
Tale ad esempio, nel 1166, la trasformazione del già instaurato regime consolare delle pievi di Lavagna e di Sestri, con l'imposto predominio numerico, nel corpo consolare, degli elementi di nomina comunale o dipendenti dal Comune «ratione officii»: in Lavagna, di fronte ai due Consoli di nomina comitale, se ne contano due scelti dai Consoli genovesi oltre il Castellano di Rivarolo, vero funzionario del Comune genovese; in Sestri, la medesima composizione col Castellano di Sestri. La vigilanza è completa, così nel campo sociale come in quello militare.
Rientra in queste direttive la forzata sottomissione, nel 1168, dei Marchesi Malaspina accettati come vassalli dall'Arcivescovado del Comune, con obbligo di limitare ad una sola persona per ogni casa lo «jus arimannorum» (cioè il potere politico marchionale) di ritenere nullo od abrogato - se tale sarà, la volontà della controparte, manifestata con l'abbandono delle terre - ogni diritto nascente dal manentatico su terre dominicali, di «donare» quanto ancora occorre perché siano portati a uno stato di perfetto assetto i borghi, il castello, i fossati di Monleone: del castello cioè da poco tempo eretto a cura del Comune (in seguito alle lagnanze dell'Arciprete di Cicagna e di una Commissione di parrocchiani recatisi appositamente a Genova) per tenere a freno le schiere marchionali e quelle dei domini di Cicagna. Alcuni dei quali, pochi anni piu tardi, saranno ben facilmente indotti a vendere al Comune la propria quota di diritti sul castello e sulla pieve, con rinunzia all'«honor» nascente dai rapporti di commenda e di arimannia.
Implacabile, sopravviene, nello stesso atto del 1168, l'imposizione del foro, del diritto e della consuetudine genovese in tutte le vertenze giudiziarie che avessero ad insorgere, non solo tra gli elementi ancora organizzati nel sistema feudale ed i cittadini genovesi, ma addirittura fra i Marchesi ed i loro vassalli, tra essi e gli arimanni o comandi o manenti, ovvero tra questi ultimi «inter se». Ed i Marchesi stessi dovranno rispettare o far rispettare le sentenze nelle cause di diritto feudale o no, che fossero per volontà d'una parte portate al foro genovese, anche se pronunziate tra essi Marchesi e abitanti di località non fortificate dove esistesse un semplice consolato approvato dal Comune genovese. L'importanza della disposizione è tale che quando - durante la nota, infelice levata di scudi del 1173 - i Consoli genovesi intendono colpire nel vivo i ribelli, non avranno che da accordare la libertà a sudditi dei Conti, sottrattisi all'autorità comitale, «honore, commodo ac benefitio floride civitatis romane».
Per quanto ben sicuro alle spalle, dalla Val del Bisagno alla Val di Vara, il Comune non cesserà però di tener attentamente d'occhio le vicende politiche lunigianesi, come dimostra il favore accordato alla nota «tregua» del 1172; apparentemente, per ragioni di affinità nella costituzione politica col Comune di Pontremoli, il maggior esponente della «tregua» medesima, in realtà, anche per tener a bada - oltre al Vescovo di Luni e ai Malaspina – temute simpatie rampollanti in Pontremoli verso il Comune di Piacenza, manifestatesi non molto tempo prima (e confermate di lì a non molto) con ben chiare pattuizioni formali.
Ma già la feudalità minore veniva piegandosi definitivamente al nuovo stato di cose, e i domini di Passano ne danno l'esempio accettando in pieno la trasformazione in reddito annuo, di natura patrimoniale, dei proventi un tempo derivanti ad essi dall'esercizio dei pubblici poteri in quello che era stato il loro feudo.
Più tardi ancora sopravverranno le sottomissioni di piccole consorterie delle Cinque Terre, i domini di Ponzò, di Corvara e di Vernazza, già ammaestrati del resto - dalla ben ideata spedizione di Simone Doria del 1163 - circa i salutari effetti delle sorprese provenienti dal mare. E poi altre saltuarie ribellioni, di maggior o minor conto, ma sempre con effetti transeunti: ché ormai, si andava radicando nell'animo dei Genovesi la coscienza della vitale importanza strategica della Riviera e della Lunigiana, se fin dall'epoca della guerra pisano-genovese del 1162 Portovenere ci appare non più, come per il passato, il porto d'armamento della galea di guardia alla Riviera di Levante, ma in funzione di vera e propria base navale: la più indicata ad esercitare sia una funzione difensiva della Riviera e di Genova contro nemici provenienti dal mezzogiorno, sia una funzione offensiva contro le coste toscane e delle isole. Che se non sempre, nelle successive guerre pisano-genovesi del secolo XII, questa duplice funzione avea potuto svilupparsi con tutto il suo peso, come invece in molte vicende del secolo seguente, ciò era dovuto talora ad imperfetta percezione dei comandanti nella condotta generale delle operazioni, ma soprattutto a cause interne, psicologiche, covanti nel cuore dei Genovesi: le stesse cause, cioè le intestine discordie, che avevano reso molto incerto l'esito delle campagne pisano genovesi della seconda metà del secolo XII.

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