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    Pezzi di storia

Giovanni Battista Schiaffino: uno schiavo margheritese

Scrive Attilio Regolo Scarsella nei suoi Annali, all'anno 1795.

La sequela degli infortunii continua anche in quest'anno. Giobatta Costa di Giuseppe, Francesco Costa q. Giacomo, della parrocchia di S. Margherita; Girolamo Vignolo di Biagio e Giobatta Schiattino, della parrocchia di S. Giacomo, cadono in mano dei Turchi.

mercato schiavi Il mercato degli schiavi ad Algeri in un disegno europeo del 1700.

Lo stesso episodio è ripreso da Andrea Zappia, dottore di ricerca in Storia moderna e cultore della materia presso l'Università di Genova, nel capitolo "«In rimpiazzo dell'antico Magistrato». La Pia Giunta della redenzione degli schiavi di Genova e il riscatto degli ultimi captivi liguri all'indomani dell'annessione al Piemonte (1815-1823)" del Quaderno della Società Ligure di Storia Patria "Genova e Torino. Quattro secoli di incontri e scontri", 2015.
Non coincidono l'anno (1793 anziché 1975) e il nome (Schiaffino al posto di Schiattino), ma le fonti non sempre sono esatte.

… riscatto di Giovanni Battista Schiaffino q. Domenico, un marinaio di San Giacomo di Corte, giurisdizione di Rapallo.
Sorpreso con altri nove compagni il 10 luglio 1793 da due galeotte1 tunisine fra l'Elba e Capraia mentre sul pinco del patrone rapallino Giovanni Costa si dirigeva a Livorno con un carico di lana e formaggio, Schiaffino dichiarava che in terra d'Africa era stato «benissimo esaltato a rinnegare la religione cattolica, ma mai a tale effetto minacciato2» [Archivio di Stato di Genova, Riscatto schiavi, 131, 25 agosto 1804. Un documento datato 13 aprile 1795 riporta che Schiaffino aveva appena tredici anni al momento della cattura.].
Coordinatore di questo riscatto fu il mercante genovese Nicolò Avanzino, il quale resterà sulla scena della redenzione fino all'esaurimento del problema della cattività. In questo frangente Avanzino aveva fatto da tramite tra il Magistrato del riscatto e il mercante genovese Giovanni Battista Re il quale, abitando a Tunisi, aveva effettuato il pagamento al padrone di Schiaffino, ratificando il tutto presso la cancelleria del consolato olandese.
La procedura del Magistrato del riscatto si era consolidata negli anni e faceva perno su facoltosi mercanti in grado di anticipare le somme necessarie alle redenzioni. Questi, spesso ebrei legati al porto di Livorno, si avvalevano dei propri contatti in terra africana per effettuare il pagamento del riscatto.
Lo schiavo redento veniva poi imbarcato su navi mercantili e rimpatriato; dopo la quarantena presso un lazzaretto, doveva recarsi all'ufficio del Magistrato per esibire i documenti relativi al riscatto e per sottoporsi all'interrogatorio di rito. Se, come nella maggioranza dei casi, la documentazione fornita dal redento risultava regolare, si procedeva a rimborsare chi aveva anticipato il denaro.

«A Genova, dato le continue razzie di persone sulla costa ligure, nel 1597 nacque il Magistrato per il Riscatto degli Schiavi, un'istituzione laica sorta allo scopo di ottenere con tutti i mezzi opportuni il maggior numero di riscatti. Prima della nota istituzione esisteva un istituto risalente al 1403, Il Magistrato di misericordia, che raccoglieva elemosine per liberare gli schiavi.
E' testimoniata l'esistenza di altre opere come la Compagnia dell'Ufficio di Pietà e i Consortia Charitatis Jesus Mariæ dalla cui fusione nacque l'Opera del riscatto di schiavi. Probabilmente alla fine del XV secolo l'Opera venne inglobata dal Magistrato di misericordia.
Infine per affrontare al meglio il problema della schiavitù, il Minor Consiglio e il Gran Consiglio approvarono la fondazione dell'istituzione del Magistrato per il Riscatto degli Schiavi che rappresentava la prima istituzione non religiosa, in area italiana, a detenere ampi poteri esecutivi e giudiziari per dirimere qualsiasi questione concernente la schiavitù.
… Genova fu un grande porto di scambi commerciali e, data la sua posizione strategica nel Mediterraneo, fu alla fine del XVII secolo la dominatrice indiscussa dei traffici tra Italia e Spagna. Per questo si doveva da un lato difendere dalle incursioni corsare, dall'altro aveva flotte di privati cittadini, prima fra tutte quella della famiglia Doria, che autonomamente combattevano la guerra corsara in altri mari.
A tale scopo nel 1559 Genova istituì il Magistrato delle Galee, cui fu affidato il compito di costruire una flotta per difendersi dai corsari. L'istituzione che si occupava del vero e proprio riscatto degli schiavi genovesi nei regni di Barberia era il Magistrato per il riscatto degli schiavi che venne istituito a Genova nel 1597 e che operò sino al 1823.

Schiavitù, cattività e servaggio sono espressioni che utilizziamo comunemente nell'ambito della ricerca storica anche se vengono continuamente rimesse in discussione dagli studiosi della schiavitù di ogni epoca. Il significato di tali definizioni è mutato nel corso dei secoli e la schiavitù degli antichi non è di certo uguale alla schiavitù coloniale, anche se si possono certamente trovare connessioni. Allo stesso tempo la schiavitù degli antichi, in particolare del Basso Impero romano, potrebbe essersi perpetuata anche se cambiando di nome nelle forme di servaggio altomedievali e successivamente moderne. Pertanto giungono spontanee alcune domande: che cosa è la schiavitù? chi è un cattivo3? cosa è un servo?»4

Nel 2018 l'Archivio di Stato di Genova organizzò la conferenza "Schiavi a Genova e in Liguria (Secoli X-XIX)" con una mostra che «racconta la storia di uomini e donne che da una sponda all'altra del Mediterraneo hanno vissuto vicende simili, condividendo la terribile esperienza della vita in catene; di chi è riuscito a ritornare in libertà; di chi ha trovato in terra straniera una nuova patria e un nuovo futuro.»
Nel pieghevole del programma si danno le definizioni che seguono (con riferimento soprattutto alle presenze straniere in Genova):

  • Gli schiavi sono gli uomini e donne di condizione servile che svolgono i lavori più pesanti nell'agricoltura come nell'artigianato e, nelle dimore private, le mansioni di serve domestiche, balie, badanti, concubine del padrone e oggetto delle attenzioni degli altri uomini della casa. Vittime di guerre, razzie e povertà, provengono dalle coste saracene, dalla Sardegna, poi dal grande mercato del mar Nero: sono tartari, russi, abkhazi, circassi, zichi, magiari, ungari, bulgari, greci, mingreli, lazi, più tardi albanesi, bosniaci, valacchi, mori di Malaga e Granada, ebrei della diaspora sefardita, turchi.
    Sono la "merce umana", voce primaria nell'economia della Genova medievale. Come schiavi non hanno diritti; se liberati, si integrano nella società, formano una famiglia, diventano a tutti gli effetti cittadini di Genova.
  • I cattivi sono gli uomini e donne liguri di nascita libera, che la cattura da parte delle navi barbaresche ha reso schiavi. Vengono dai borghi delle riviere, dalle piccole imbarcazioni dei pescatori e dai grandi vascelli sconfitti in battaglia; sono nati in famiglie povere e nel grande patriziato cittadino. Per la loro liberazione opera a Genova il Magistrato del riscatto degli schiavi. Molti di loro riescono a ritornare; molti non rivedono più le loro case.


* Altri articoli della Gazzetta; "Buonavoglia, forzati e schiavi" del 21 luglio 2012, "Le Schiave e gli Schiavi Orientali" del 17 marzo 2018, "Il commercio Genovese degli schiavi" del 17 ottobre 2018
1 Le navi dei "cacciatori di uomini" nordafricani erano soprattutto sciabecchi.
2 Molti finivano per convertirsi all'Islam. Per i padroni la conversione degli schiavi era un evento contraddittorio: utile per compiacere Allah, ma negativo per gli affari: i convertiti, infatti, non potevano più essere sfruttati in modo disumano. Per chi invece si allontanava dal cristianesimo il passaggio all'Islam era un patto con il diavolo: per il governo inglese diveniva un traditore e non poteva più sperare nel riscatto. Spesso gli ex cristiani si distinguevano per il particolare zelo come collaboratori del regime: «Superano anche i barbari per crudeltà e picchiano i loro fratelli senza pietà» racconta un testimone oculare.
Comunque, già dal 1700, i labirintici quartieri-prigione chiamati bagni di Algeri, dove vivevano molti schiavi, erano dotati di una cappella per il culto cattolico, gestita da monaci accreditati nelle metropoli dei corsari e apprezzati per l'aiuto in campo medico; i religiosi acquisirono anche un ruolo importante come agenti nelle trattative per il riscatto che, con il passare del tempo, si trasformarono da vendite al dettaglio a commercio all'ingrosso di uomini-merce [i cristiani erano "oro bianco" sui mercati del Maghreb (nord della Tunisia, dell'Algeria e del Marocco)].
3 dal latino captīvus, prigioniero
4 "Essere Schiavi", dottorato di ricerca di Giulia Bonazza, 2016, Università Ca' Foscari di Venezia

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