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Le Cinque Terre e la genesi di questo nome
di Emilio Marengo

Atti della Società Ligure di Storia Patria - LII 1924

Col nome di Cinque Terre vien designato quel massiccio roccioso, dirupato e scosceso, che sorge e si stende, per uno spazio di circa quindici chilometri, lungo la costa orientale della Liguria, fra il territorio di Levanto e quello di Spezia o, più precisamente, dalla punta del Mesco alla punta Merlino.

rendering Cinque Terre

Questo territorio è detto delle Cinque Terre dai cinque villaggi di Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore, che vi si trovano, quasi ad egual distanza l'uno dall'altro, annidati ed aggrappati al macigno prospiciente il meriggio ed il mare senza spiaggia, glauco e profondo. Da tempi antichi ha per confini i territori di Levanto, Pignone, Ponzolo, Carpena e Biassa, e da più antichi tempi ancora si ha memoria che, nonostante il terreno arido e pietroso, producesse vini prelibatissimi e, certamente, fra i migliori d'Italia.
Affinché il lettore possa formarsi un giusto concetto di questa nostra regione, oggetto dell'argomento, su cui debbo trattenermi, credo opportuno riferire la descrizione fattane, anni addietro, da Vincenzo Santini nella sua Guida delle Alpi Apuane.
Egli scriveva: «Da Portovenere, seguendo la linea marittima verso Genova, si trova il seno delle Cinque Terre, formato da due promontori, uno dal lato di Porto-Venere detto Montenero, l'altro da quello di Levanto denominato Mesco. Quivi il territorio si suddivide in cinque paeselli unicamente coltivati a vite… Nel ridosso esteriore di questa serie di montagne, che formano il golfo della Spezia dalla parte di ovest, il mare, che con forza percuote questa diramazione degli Appennini, oltre all'impedire che vi si formi spiaggia, ne ha corroso talmente la base, che, franata e precipitata una gran parte nel fondo del mare, il pendio vi è diventato scosceso.

Manarola Manarola

In vari luoghi quasi tagliato a picco impraticabile, e nella massima parte (ove solo per ristrettissimi viottoli si può camminare) si vedono quasi sempre a piombo le onde che percuotono la base della montagna. Difeso questo paese, per la sua posizione, da tutti i venti freddi del nord, esposto all'azione libera dei venti del mezzogiorno, gode sempre di una continua primavera. La vegetazione, che lo ricopre, ha qualche cosa di particolare e risveglia al viaggiatore l'idea delle parti più calde della Spagna e delle coste dell'Africa. Cespugli di mirto, di oleandro, di ramerino, di piperino ne vestono le parti più incolte e scoscese misti col fico d'India, coll'agave americana che ogni anno si carica di fiori. Le coste meno precipitose sono ricoperte di boschi di corbezzoli e di quelle bellissime vigne; che, come un tappeto, si stendono sopra il terreno, famose per il vino eccellente che producono. Nelle piccole gole, scavate dai torrenti, che scorrono il mare, ove il pendio è anche più dolce, ed ove qualche volta trovansi delle piccole vallatine, tutto il suolo è adombrato da belli oliveti, da fichi e da boschetti di limoni, di cedri, di aranci e spesso tra questi si vede sorgere la palma.
Celebrato è il vino di questo tratto di territorio: aveva fama anche nel secolo XIV. Il Boccaccio ce lo ricorda come ottimo: l'archivio comunale di Pietrasanta ne offre testimonianza in alcuni documenti, poiché, unitamente a quello detto Amabile, se ne provvedevano gli anziani di quel comune per la colazione del giorno di Pasqua e per regalarne qualche volta ai cospicui personaggi che passavano per la città. Il Sacchetti dice che ai suoi giorni furono recati da Vernazza i magliuoli in Firenze e perciò, prese il nome di Vernaccia quel vino celebrato dal Redi in questi versi:

Vernazza Vernazza

Se vi è alcuno a cui non piaccia
La Vernaccia
Vendemmiata in Pietrafitta,
Interdetto,
Maledetto,
Fugga via dal mio cospetto.

In questo tratto di terreno si trovano molte scogliere scoscese e dirupate, in modo che neppure vi possono montare le capre: tuttavia, mercé l'industria, abbonda di vigne e le viti sono poste nelle fessure tra masso e masso, a guisa di capperi, ove mettono le loro radici e pendono ciondoloni giù per le balze con i lunghi loro tralci.
Sebbene semplicissimo sia il metodo di tenere la vite e vi siano nella costiera luoghi ripidissimi, ove si formano vigneti, che all'abitatore della pianura farebbero orrore di accostarvi solo il piede, pure la vite viene coltivata con grandissima cura, e vi sono dei pazientissimi agricoltori, i quali, per non perdere il favore della loro esperienza, fondano le vigne sopra il pendio di nudo scoglio. Costrutto un muricciuolo vi portano la terra da altri luoghi; ma talvolta la sventura li coglie, e l'industre coltivatore vede scendere il tutto in mare, trasportato dalle acque».
Delle cinque terre o paesi, che ho nominato, Vernazza e Corniglia sono certamente le più antiche. Esse debbono la loro origine a coloni romani, che 177 anni prima di Cristo si spartirono la campagna di Luni, l'ager lunensis: erano, allora, conosciute, rispettivamente, col nome di Vulnetia e di Cornelia e così veggonsi ancora chiamate dall'Anonimo Ravennate, fiorito nel settimo secolo, nella sua Cosmographia, e da Guido da Pisa, fiorito nel secolo XII, nella sua Geographia.

Riomaggiore Riomaggiore

Ma del nome di Cinque Terre nessuna traccia negli antichi geografi e storici greci e romani. Soltanto Plinio, accennando ai vini d'Italia, fa notare che per il vino dell'Etruria teneva la palma Luni, secondo il Promis, col prodotto delle viti che chiamavansi apiane e che egli vorrebbe riconoscere nel cosi detto Amabile delle Cinque Terre, menzionato da Giuniore Filosofo tra i quattro vini più celebri d'Italia, col nome di vinus tuscus. E dopo Plinio, veggonsi pure menzionati, a distanza di molti secoli, i vini di quella regione dal poeta e notaio Ursone, che inneggiò a Vernazza ed ai suoi vini nel carme, col quale celebra la sconfitta, che inflissero i Genovesi all'armata di Federico II nel 1242. Venendo più a noi, altri accenni se ne trovano in diversi scrittori e, oltre che nelle novelle del Boccaccio e del Sacchetti, anche nella Commedia di Dante, nell'Africa di Petrarca, nella cronaca di Frà Salimbene, parmigiano, nelle novelle del Sercambi ed in altri scrittori più recenti, che parmi superfluo ricordare. Ma, sebbene tutti abbiano parole per i vini di questa nostra regione, ricordando a preferenza quelli di Vernazza e di Corniglia, nessuno, per contro, li distingue colla denominazione di Cinque Terre, sotto la quale più tardi furono conosciuti, ed oggi ancora si conoscono, in commercio.
Il nome di Cinque Terre appare per la prima volta nella descrizione della Liguria fatta da Giacomo Bracelli della Spezia, il noto umanista e cancelliere della Repubblica di Genova, nell'aprile del 1448. Traduco dalla sua Descriptio Oræ Ligusticæ il brano che vi si riferisce. Egli, dopo di aver dato un breve cenno su Levanto, così prosegue:
«Indi sorgono sulla costiera cinque terre, quasi ad egual distanza fra loro, che sono: Monterosso, Vulnezia, ora chiamata volgarmente Vernazza, Cornelia, Manarola, e Rio Maggiore, non solo famose in Italia, ma anche presso i Francesi e gl'inglesi per la eccellenza del loro vino. Cosa in vero che fa meraviglia vedere monti così erti e scoscesi, che perfino gli uccelli stentano a trasvolarli, pietrosi ed aridi e ricoperti di tralci così stecchiti ed esili, da rassomigliare piuttosto a quelli dell'edera che della vite. Di qui vien fuori quel vino che approntiamo per le mense dei re».
E, dopo il Bracelli, troviamo menzionate le Cinque Terre da Flavio Biondo di Forlì, che scrisse sulla falsariga del Bracelli, da Leandro Alberti, che tradusse quasi alla lettera il Biondo, e dall'annalista genovese monsignor Agostino Giustiniani, vissuto dal 1470 al 1536, il quale, fra tutti, è quello che più ne diede una particolareggiata descrizione. Ma, prima del Bracelli, ripeto, nessuna denominazione di Cinque Terre appare data a quella regione. Sembra certo però che i cinque paeselli, costituenti le Cinque Terre, prima del secolo XII non dovessero offrire che una riunione di povere casupole. La situazione geografica di essi doveva indurre la Repubblica di Genova a fare ogni sforzo per acquistarne il possesso, specialmente di Vernazza, che aveva lo scalo più comodo lungo quella costiera. Questo borgo non era stato risparmiato, con altri luoghi delle Riviere, dagli attacchi dei Saraceni; e, ancora oggi, ammiransi le antiche fortificazioni, che vi erano state costrutte per difesa contro di essi. Dapprima signoreggiato dalla nobile famiglia Passano, che era molto possente nella Liguria Orientale, passò di poi alla famiglia dei Fieschi, conti di Lavagna.
Narra l'annalista Ottobono Scriba e, dopo di lui, Oberto Foglietta, che l'anno 1182 vi fu perturbazione nella Riviera di Levante per gli uomini di Vernazza, i quali con latrocini e violenze guastavano le strade e impedivano i traffici; del che ammoniti più volte dalla Repubblica che mutassero vita, non cessando di rubare, vi furono mandate da Genova galee e genti, le quali espugnarono la rocca e la terra, e gli abitanti furon messi sotto il giogo della Repubblica. - Nel 1209, il 14 novembre, Guglielmo di Ponzolo cedette al Comune di Genova tutti i diritti che aveva sul castello di Vernazza e, immediatamente dopo, gli uomini di Vernazza giurarono fedeltà al Comune di Genova.

Corniglia Corniglia

Anche Monterosso, di cui la più antica notizia, per quanto mi consta, risale all'anno 1056, era stata dei Fieschi e, nel 1254, troviamo la Repubblica in possesso di questa località, insieme con quelle di Vernazza e di Corniglia, per aggiudicazione ad essa fattane da arbitri fiorentini, in una questione sorta fra Pisa e Genova, per confini e pel dominio di alcune terre. E, finalmente, il 24 novembre 1277 Niccolò Fieschi, conte di Lavagna, vendeva, tra i molti altri luoghi, ad Enrico Dardella, notaio, rappresentante del Comune di Genova, anche il castello di Manarola e tutti i diritti a lui competenti per ragioni di vassallatico sugli uomini di Corniglia e di Vernazza.
Le summenzionate terre o comunità, alle quali va aggiunta Riomaggiore, venuta pure in possesso della Repubblica di Genova, non furono riunite in una sola circoscrizione amministrativa, come potrebbe lasciar supporre la denominazione comprensiva di Cinque Terre, che trovasi, piu tardi, nei documenti; ma continuarono a reggersi separatamente le une dalle altre sotto il governo di podestà nominati dalla Repubblica, e a conservare ben distinti confini, che, in seguito a controversie di territorio nate fra loro, furono in tempi diversi riveduti e determinati, come avvenne, principalmente, nel 1590; del quale anno ci sono pervenute su tale materia delle ben particolareggiate relazioni dei podestà di Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore dirette al Governo della Repubblica.
Quei cinque paesi erano governati - come dissi - da podestà, nominati dal Governo genovese, i quali restavano in carica un anno con autorità civile e criminale. Dallo spoglio dei registri copia-lettere (Libri Litterarum Cancellariæ) dell'antica nostra Repubblica, eseguito dall'anno 1411 al 1500, e dei Diversorum (contenenti verbali di governo, nomine, proclami, ecc.) dal 1397 pure al 1500, risulta che dapprima eravi, in certi anni, un podestà per Vernazza e Corniglia unitamente, uno pure per Riomaggiore e Manarola ed uno per Monterosso e nel 1408 persino un solo podestà per quattro terre, come vedremo in seguito. Nel 1464 ognuno dei cinque luoghi o terre ebbe il proprio podestà e così avvenne anche posteriormente. Solo più tardi e nei secoli XVII e XVIII di nuovo si trova che le cinque terre erano ridotte a tre podesterie: quella di Riomaggiore e Manarola, quella di Vernazza e Corniglia e quella di Monterosso. Quando, nel 1608, fu istituito il Capitaneato di Levanto, la podesteria di Monterosso venne a far parte di esso, mentre le altre due furono aggregate a quello della Spezia. Tuttavia, riguardo alla circoscrizione territoriale dei così detti Commissariati di Sanità, i quali avevano attribuzioni simili a quelle delle moderne guardie costiere di finanza, le cinque terre costituirono un unico Commissariato dalla punta del Mesco alla punta Merlino (presso il seno della Fossola) con sede a Monterosso, detto perciò Commissariato di Monterosso.
Queste terre, dopo la loro annessione - avvenuta, come vedemmo, nel secolo XIII - alla Repubblica, vennero a sviluppare sempre più intensi rapporti fra di loro ed a conseguire una maggiore unità e compattezza, in ciò favorite, sia dalla stessa natura e conformazione del suolo, che le riuniva come le riunisce tuttora in un aggruppamento ben determinato e distinto; sia dai bisogni ed interessi agricoli comuni fra loro e convergenti ad un unico fine, quello della produzione e del commercio vinicolo; sia dalle difficoltà delle comunicazioni terrestri e dalla mancanza di spiagge, che solo trovava compenso a Vernazza in un comodo scalo, al quale affluiva il prodotto dei cinque paesi destinato all'esportazione. La rada di Vernazza, infatti, riparata a mezzogiorno ed a scirocco da una penisola che forma parte dell'abitato, può ricevere tuttodì bastimenti di piccolo cabotaggio e di lungo corso.
Queste condizioni e la speciale produzione di vini, la cui eccellenza era egualmente comune fra i cinque luoghi, facevano considerare quella regione come una zona a sé, unica e privilegiata, del territorio della Repubblica Serenissima. E, se si considera ancora che la coltivazione della vite in quella plaga dai tempi antichi sempre più era venuta aumentando, come in continuo aumento la si trova pure dal 1500 ai giorni nostri, è logico pensare che, nelle contrattazioni commerciali specialmente, non si dovesse fare più gran distinzione fra vini di Vernazza o di Corniglia o delle altre terre compagne, ma tutti si comprendessero con una sola denominazione, tantopiù che assai importante ne era l'esportazione, non solo per tutta Italia, ma - come vedemmo - anche fuori, in Francia e in Inghilterra. E così, come, ad esempio, le varie qualità di vini del Sauterne, del Medoc ecc. venivano e vengono tuttavia conosciuti col nome generico di Bordeaux, i vini prodotti dalle vigne dei nostri cinque luoghi erano designati col nome di Cinque Terre e con tale etichetta facevano bella mostra di sé anche alle mense dei principi.

Monterosso Monterosso

Naturalmente a questa denominazione non si venne ad un tempo, ma a poco a poco, in relazione, cioè, al crescente sviluppo della produzione vinicola, cui ho accennato: produzione che doveva essere già molto abbondante nel secolo XV, al tempo dell'umanista Bracelli, a giudicare dai dati che ci fornisce un vecchio registro del nostro Archivio di Stato (il liber caratatæ, di cui dirò più avanti) per i primi anni del secolo XVI. E' opportuno riferire, a questo proposito, tra i molti documenti che abbiamo esaminato, una deliberazione del Governo genovese in data 20 febbraio 1408, con cui viene eletto certo Francesco Alpano a podestà di Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore ed il notaio Graffagna a scrivano - si noti bene - delle quattro terre summenzionate, scriba quattuor terrarum, come leggesi nel documento.
Pare adunque che la denominazione di Cinque Terre siasi integrata coll'aggiunta di Monterosso, nei primi anni del secolo XV. Cosicché, dopo il Bracelli, si ha menzione delle Cinque Terre non solo negli scrittori che ho addietro nominato, ma ben anco in alcuni registri dell'Archivio di Stato di Genova, dei quali il più antico ci offre dati assai interessanti. E' questo il Liber Caratatæ ripariæ orientis et occidentis, che contiene la stima dei beni di tutta la riviera di levante e di ponente fatta il 4 novembre 1531 per ordine del Governo della Repubblica da Giovanni Giustiniani q. Alessandro, commissario, Lamba Doria, altro commissario, Carlo Redoano, sindaco di Spezia, Giacomo Natavelo, sindaco di Vado e Giovanni Ardissone, sindaco di Taggia .
Ricaviamo da tale registro del 1531, per ognuna delle cinque terre, i seguenti dati avvalendoci per molta parte delle parole del testo [diversi da quelli del Giustiniani]:

  • Riomaggiore - fuochi 70; anime 380.
    Gli uomini sono lavoratori di vigne, soltanto alcuni pochi marinai.
    I loro raccolti consistono in castagne e olio e vino per loro e da poterne vendere, in una buona annata, circa mezzarole 3000.
  • Manarola - fuochi 71; anime 391.
    Gli uomini sono lavoratori di terre e vigne, ad eccezione di qualcuno, che fa il marinaio.
    Il loro raccolto consiste in vino per loro e da venderne qualche poco, ed in olio per loro uso.
  • Corniglia - fuochi 66; anime 220.
    Gli uomini sono lavoratori di vigne e alcuni pochi, marinai.
    Posseggono circa 60 capi di bestiame tra grosso e minuto.
    I loro raccolti sono: vino per loro e da venderne, in una conveniente annata, circa mezzarole 1000; qualche poco d'olio e castagne ed altre vettovaglie per mesi due.
  • Vernazza - fuochi 88; anime 390.
    Gli uomini sono lavoratori di vigne; alcuni, marinai.
    Hanno una barca (leudo).
    Posseggono circa 200 capi di bestiame minuto.
    I loro raccolti consistono in castagne e qualche po' di vettovaglie per mesi tre; olio per loro uso e vino per loro e da venderne circa mezzarole 1000.
  • Monterosso - fuochi 144; anime 639.
    Gli uomini sono lavoratori di vigne e alcuni, marinai e pescatori.
    Di bestiame ne hanno qualche poco minuto.
    Fanno qualche po' di seta e così le altre quattro terre.
    I loro raccolti sono: castagne ed altre vettovaglie per mesi tre; olio qualche poco; vino per loro uso e da venderne circa mezzarole 2000.

Da un secondo registro ufficiale della Repubblica dell'anno 1730, intitolato Descrizione dei Luoghi e Terre appartenenti alla Serenissima Repubblica, con dichiarazione degli introiti ed esiti spettanti alla medesima, compilata d'ordine dei Supremi Sindicatori, spigoliamo, tra gli altri, i seguenti dati:
Monterosso - fuochi 183; anime 925.
Vernazza - fuochi 144; anime 706.
Corniglia - fuochi 65; anime 287.
Manarola - fuochi 73; anime 384.
Riomaggiore - fuochi 105; anime 480.
Venendo a tempi a noi più vicini, F. Luigi Cambiaso, che scrisse un opuscolo sulle Cinque Terre, ci fornisce per l'anno 1823 i dati che appresso riportiamo, inerenti soltanto alla produzione vinicola:
Comune di Monterosso - 38400 rubbi di vino
Comune di Riomaggiore – 200000 rubbi di vino
Comune di Vernazza - 72400 rubbi di vino
Totale 310800 rubbi - ettol. 24683.
E, finalmente, per l'anno 1891 il compianto rev. L. Beretta, in un suo pregevolissimo lavoro sui vigneti delle Cinque Terre, ci fa sapere che i vigneti di quella regione producevano circa 50000 ettolitri di buon vino e che la popolazione complessiva era di 7180 abitanti, così ripartiti:
Comune di Monterosso - abitanti 2051
Comune di Vernazza e Corniglia – abitanti 2011
Comune di Manarola e Riomaggiore – abitanti 3118
Totale abit. 7180
Riepilogando i dati statistici sopra riferiti risulta dunque che le Cinque Terre avevano:
nell'a. 1531 - fuochi 439 e abitanti 2020
nell'a. 1730 - 570 e 2782
nell'a. 1891 - ? e 7180
Risulta ancora che la produzione vinicola era:
nell'a. 1531, di ettolitri 10000 circa
nell'a. 1823, 24683
nell'a. 1891, 50000
Questi dati ci rivelano un costante, progressivo sviluppo e accrescimento della coltura della vite nelle Cinque Terre, e ci fanno altresì ritenere che, se la produzione vinicola già vi era tanto elevata in principio del secolo XVI, ben considerevole doveva pure essere nei due secoli precedenti, dopo, cioè, che quei cinque luoghi erano stati incorporati nel dominio della Repubblica di Genova; ed anzi, così considerevole, da favorire e determinare, poco a poco, nel linguaggio popolare l'uso del nome di Cinque Terre, per designare quella regione della Liguria: nome che, verso l'inizio del secolo XV, divenuto abituale, restò consacrato negli atti di governo dell'antica nostra Repubblica.

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