Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Portofino, capitale della stravaganza
di Piero Novelli

L'Unità – 15 agosto 1956

L'aristocrazia nera sembra essere sulla via di mettere giudizio - Ai night-club preferiscono le ville – L'ultimo romanzo di Salvator Gotta - Sosta alla "pettegola" - La tristezza di Manuel - La vera miniera sono i pesci piccoli

manifesto (foto della raccolta Renato Dirodi)

Quando andai a «La Potinière» era di venerdì: sulla piazzetta pittoresca passeggiavano euforici inglesi sbarcati da un piroscafo bianchissimo e l'unica stranezza rinvenibile quella sera in questa capitale della stravaganza erano le collane di nocciole, noci e mandorle che certe ragazze londinesi portavano fieramente al collo. Per tutto il giorno, con un caricaturista di Torino avevamo cercato «tipi Portofino» passeggiando oziosamente per i caffè e per i ristoranti, remando nelle acque verdi della baia vicino ai superbi «yacht» che si cullavano pigramente alla brezza del monte: la nostra pesca era stata magra e l'unico pesce esotico finito nella rete, un efebo milanese vestito con una giacca di spugna arancione e i pantaloni «duca di Windsor» di velluto rosso, non poteva certo soddisfare la nostra curiosità professionale, allenata a ben altri campionari dell'originalità e della stravaganza.
Il barman d'un caffè rinomato ci aveva detto che, anche a Portofino, le cose stavano cambiando e che la aristocrazia «nera» di Roma o ben annerita dalle ciminiere di Torino e di Milano, era forse sulla via di mettere giudizio: lo scandalo degli stupefacenti, scoppiato proprio all'inizio della «season» aveva turbato la tranquillità delle acque del Tigullio e molti habitues di Paraggi, Santa Margherita, Rapallo e Portofino avevano preferito rimanersene a casa. Troppi giornalisti, troppi fotografi, troppi ficcanasi insomma sbarcano all'inizio dell'estate su questa costa e, con il taccuino di Max Mugnani1 in circolazione, il lampo dei flash è scarsamente gradito.
Proibito il tabarin
Il mio amico caricaturista aveva raccolto sul suo blocco soltanto un gruppo di dorate signore che attorniavano Salvator Gotta2: il copertina vecchio scrittore, ch'è da anni presidente dell'Azienda di Soggiorno portofìnese, ha pubblicato in questi giorni, il suo ultimo romanzo, ispirato da una giovinetta alla Sagan3, nipote di Rudy Crespi4. Ilaria, l'eroina del romanzo, con il suo stile «gioventù bruciata» fa perdere la testa ad un ricco sessantenne, lo trascina in una spericolata crociera in panfilo e sul mare, la solita sorte crudele stronca la giovane vita d'Ilaria, lasciando invece sano, vegeto ma inconsolabile il maturo innamorato. La triste storia, assai sentimentale e saccarinosa, ha toccato il cuore delle signore di Portofino.
Pesca magra, dunque, clima idillico da spiaggia familiare.
Perciò, a corto di sensazioni, un po' delusi dalla Capri bis, decidemmo d'andare alla «Potinière», la boîte5 del gran mondo, l'unico locale notturno di questo mitico borgo marinaro, che fa carnevale per tutti i 365 giorni dell'anno. Il sindaco del paese e Salvator Gotta vedono i night club come il fumo negli occhi: sanno benissimo che i ricchi, per le loro follie, preferiscono chiudersi nelle più discrete ville a monte e che un tabarin a Portofino non procurerebbe altro che grattacapi. Così, di notte, sulla baia c'è poco da spassarsela: un bar notturno, «La Gritta», è stato aperto da qualche giorno, mentre il locale notturno con dancing ed «entraîneuses»6 che un intraprendente milanese aveva progettato, non si farà né ora né mai, per unanime decisione del Consiglio comunale.
La «Potinière», la boîte che appartiene ad una nobildonna francese7 ed è gestita dai figli, è posta al primo piano d'una vecchia casa; vi si accede per una scaletta scura e ripida odorosa di pesto e di muscoli (al piano superiore abita una famiglia di pescatori con un rilevante numero di piccoli e abbronzatissimi ragazzi).
Non appena si varca la porta della «Potinière» - in francese vuol dire «la pettegola» - è consigliabile per il visitatore profano salutare il mondo di tutti i giorni: un tragico quadro del torinese Kiki Macciotta8, alcune tele rossicce di De Bonis9, certi schizzi macabri alle pareti ed alcune massime molto intellettuali ma assolutamente prive di significato, ti danno il triste benvenuto.
Il locale non è più grande d'un comune ingresso ed è certo che se dovesse capitarvi la poderosa stazza di Elsa Maxwell10 occorrerebbe che i muratori vi rimettessero le mani. L'arredamento fin de siècle gioca abilmente con capricciosi divani rossi e verdi, con sedie scomodissime di vimini e di ferro battuto, con ninnoli di buon gusto decadente e con un'enorme locandina di Peynet11, illustrante alcuni «recital» di Jacques Prévert al Teatro parigino dell'Etoile.

Mandragola 1 (foto della raccolta Renato Dirodi)

La luce diffusa, molto tenue, disuetamente azzurrina dà subito l'impressione di trovarsi in un ambiente squisitamente ricercato, dove la gente beve e pensa, ascolta la musica e medita il suicidio: dalla parete, pende una gabbietta di vimini in cui fan bella mostra due cocorite imbalsamate. Sono il simbolo del rinomato locale lo stemma del pettegolezzo salottino.
Entrammo accolti da un giovanotto in maglione nero il quale, senza profferire verbo, c'indicò un tavolo in fondo, verso il minuscolo bar di ferro battuto: ci sedemmo ed aspettammo che accadesse qualcosa. C'erano coppie d'inglesi, una americana in prendisole, corretto da un'enorme cappa di «renard», una comitiva di rumorosi «yankee», un'attrice cinematografica parigina che quest'anno ha fatto la rivista con Tognazzi12 ed una giovinetta acerba trasandata, amara come una pillola di aloe. La fanciulletta che beveva birra scura ci guardò con somma indifferenza.
Il giovinotto in maglione nero, uno dei figli della nobildonna, s'avvicinò ed in francese ci chiede «Spagnolo o courvoisier?» Il cognac spagnolo, aspro, amaro, scuro, come elisir di china, è la specialità del locale: gli industriali di Milano pilotano per quattro ore le loro fuori-serie, sfidando il traffico pazzesco dell'Aurelia, per venire a sorseggiare a Portofino il cognac madrileno. Così, anche noi, per essere all'altezza della situazione, pur temendo folli conti, mormorammo timidamente: «Espagnol». Fu proprio mentre sorseggiavamo quel cognac raffinatissimo, che in un angolo, orribilmente contrastante con l'ambiente, non più adatto dei proverbiali cavoli a merenda, scorgemmo un comunissimo e volgare apparecchio radio: quel mobiletto di falso mogano, realistico e pacioccone, mi fece l'effetto di una martellata su un dito. Perché mai quella stonatura in un ambiente così blasé13? Più tardi, però, avremmo capito il motivo di quella eresia.
Ecco Manuel
Ad un tratto, le luci si fecero ancora più misteriose e fatue, la gente fece silenzio ed il giovanotto scandì sempre in francese: «Ecco Manuel». Manuel Díaz Cano14, un giovane magro, allampanato, con gli occhi protetti da enormi occhiali di nera tartaruga ed i baffetti alla Charlot sbucò da uno sgabuzzino ben protetto da un pesante tendaggio di velluto cremisi: guardò sospettosamente in giro, vuotò d'un fiato un cognac che il ragazzo in maglione nero gli porgeva e poi, afferrata una chitarra stonata di madreperla, incominciò a pizzicarla pian pianino, con cura affettuosa. Poi, di scatto, attaccò un «fado», ritmando sulla cassa dello strumento: Manuel è un chitarrista di gran valore, e senza dubbio lo strumento dei suoi padri per lui non ha più segreti. Gli accordi armoniosi, ora leggiadri ora impetuosi, riempivano la saletta: i «yankees» infantilmente disorientati, tenevano il bicchiere sollevato a mezz'aria, l'attrice francese se ne stava tranquilla sorbendo con la cannuccia il suo cognac ghiacciato, la vecchia americana col renard, ansimava rumorosamente non si sa se commossa dalla musica o dagli innumerevoli «scotch» ingurgitati. Manuel finì con uno strappo bellissimo: bevve un altro cognac e poi se ne stette silenzioso a fissare decisamente i clienti uno per uno. Mandragola 2
Gli americani ripresero a parlare, a far tintinnare i loro bicchieri. Il chitarrista si alzò di scatto, posò la chitarra, andò rapidamente sino al radiodischi e girò la chiavetta, con un gesto di nobile stizza. La voce di Gilbert Bécaud riempì la saletta: «Viens, viens…».
- Cos'è successo? - chiesi sommessamente al giovanotto, che aveva seguito la scena con apprensione.
- Manuel s'è arrabbiato. Non può sopportare che si parli, quando suona. E' un grande concertista e viene qui solo per passione, perché è innamorato di Portofino. Abbiamo dovuto comprare una radio, perché quando Manuel s'arrabbia, non c'è verso di farlo suonare.
La radio suonò sin verso le 23: poi, fu lo stesso Manuel che tornò ad imbracciare lo strumento ed a pizzicare con la morte nel cuore motivi tristi, da Harry Lime Theme a La rue des Blanc-Manteaux. Pian piano, gli americani si squagliarono, la divetta francese s'alzò ed in punta di piedi scivolò fuori: solo la vecchia americana, ormai nel mondo dei sogni guardava fisso in un paradiso circondato di alcool, con un sorrisetto inespressivo.
Sui muri costellati di firme celebri, l'ombra della gabbietta delle cocorite descriveva strani arabeschi. Erano le 23.30 ed il locale era ormai semivuoto. Da circa mezz'ora Manuel suonava con indicibile magone il più tragico motivo che si possa immaginare, l'aria di Jeux interdits15. Il motivo monotono toglieva il respiro, con quel suo ritmo sempre uguale, inesorabile. Ci alzammo, pagammo il salato conto ed infilammo la porticina: «Mah - disse pian piano il mio amico pittore - come fanno a divertirsi in questo buco? Proprio non li capisco. ».
La vera miniera
Fuori, sulla piazzetta celeberrima, c'era un gran via vai di gente: turisti di passaggio, tedeschi ed inglesi, italiani e francesi, gente solida e allegra. Sembrava, in fondo, che la vera miniera aurifera di Portofino fossero i pesci piccoli, i turisti occasionali e domenicali che spendono volentieri senza far storie. L'aria fresca ci fece bene, togliendoci il torpore contratto nella strana boîte . Il mio amico pittore accese una sigaretta e forse per reazione, per far la doccia dopo quel bagno d'intellettualismo esasperato canticchio «Oh! Oh! Ah! Ah! Quanto piacer mi fa», la più stupida canzone che la radio abbia trasmesso da dieci anni a questa parte.


Al tempo dell'articolo La Potinière si trovava in centro a Portofino, alle spalle dell'Oratorio di Nostra Signora Assunta: successivamente si spostò a Paraggi18.
Giovanni Carbone, già vicesindaco di Portofino, nel suo libro "Cronache di Portofino - Parte II" del 2011 scrive, al capitolo "Case in località Paraggi": «L'ultimo dei fabbricati, sempre nel territorio di Portofino, era un vecchio mulino16 sempre nella valle dell'Acqua Viva con un frantoio da olive, ridotto quasi a un rudere, di proprietà del Comune di Santa Margherita: anche questo subì una ristrutturazione consistente e vi vennero ricavate case di abitazione e un ristorante prestigioso che prima si chiamò Il Frantoio, dopo La Potinière, oggi ristorante La Mandragola
Nel 1972 il genovese Carlo Alberto Geminiani trasforma infatti La Potinière nel locale notturno Mandragola con "un certo gusto snobistico dell'esclusivo, del personale, tipico di chi può permettersi di pagare 10 mila lire a testa per una serata: cena (antipasto «casereccio» di fave e salame, il resto cucina francese: «soupe à l'oignon»", pasticci di pesce, carne alla brace, dolci, gelati vini d'annata) e liquori durante il ballo."
Ospitò molti personaggi famosi: la contessa Agusta, Giorgio Falk con Rosanna Schiaffino, Gunter Sachs e "Brigitte Bardot che, si dice, prese spunto da una serata con il playboy Gigi Rizzi per battezzare con lo stesso nome la sua villa di Saint Tropez"17.
Nel 1999 il locale, che nel frattempo era stato ribattezzato Teresina, fu completamente rinnovato da Alfredo Alinovi, produttore di vino e importatore di birra.
Il Consiglio comunale del Comune di Santa Margherita, nella riunione dell'8 aprile 2021, ha ipotizzato la sua vendita.


1 Ufficialmente importatore di champagne, ex console della milizia fascista, al centro della rete di trafficanti di droga: teneva un diario che fu molto utile per colpire il traffico
2 Nato nel 1887 a Montalto Doria e morto a Rapallo nel 1980
3 Françoise Sagan (1935-2004), scrittrice francese
4 conte Rodolfo Crespi (1924 -1985), protagonista del "bel mondo"
5 locale
6 Donne che intrattengono i clienti nei locali notturni.
7 Fernande Saint Aubin
8 Giovanni Macciotta (1927-1993), pittore torinese
9 Guido De Bonis (1931-2013), pittore torinese
10 Giornalista statunitense (1883-1963), nota per la sua figura massiccia
11 Raymond Peynet (1908-1999), illustratore francese celebre per la serie degli Innamorati
12 Ugo Tognazzi (1922-1990)
13 disincantato
14 Chitarrista, compositore e didatta famoso (1926-2007)
15 "Giochi proibiti"
16 quello più a valle del "Sentiero dei mulini", all'estremità del parcheggio di Paraggi
17 la notizia, riportata da fonti giornalistiche dell'epoca, è smentita da Florence Leca la quale osserva correttamente che la villa di Brigitte Bardot si chiamava "La Madrague" (la tonnara) e non "Mandragola" (pianta alla quale si attribuiscono proprietà afrodisiache).
18 Segnalazione di Renato Dirodi

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